La religione fra le macchine: un mondo da consacrare (seconda parte)

Jean Daniélou, in Ecclesia, 1959 (solo in italiano)

C’è però una contropartita. Il progresso tecnico, appunto per il suo straordinario sviluppo, ha evidentemente dei limiti; e gli uomini cominciano ad accorgersene. Non si tratta di fallimento della tecnica, ma dei suoi confini e delle sue insufficienze. Abbiamo detto che uno dei caratteri del mondo tecnico è il fatto che l’uomo vi trova se stesso; ma vi si trova a tal punto che finisce per sentirvisi prigioniero. Il mondo della tecnica chiude l’uomo nell’opera dell’uomo, e con l’andare del tempo gli produce quell’impressione di soffocamento che faceva esclamare a Claudel: « Una finestra! Una finestra per uscire dall’eterna vanità! », poiché se è vero che la tecnica allarga indefinitamente la prigione dell’uomo, però non lo fa uscire. La scienza prolunga, migliora, abbellisce le cose nel loro ordine, ma non le fa passare ad un altro ordine.
Questo si avvera già nel campo della conoscenza. Esaminato e studiato sotto tutti gli aspetti l’uomo resta ancora — come dice Sankelevitch in un suo libro recente — quel certo « non so che ». Quando la scienza ne ha detto tutto quello che può, resta ancora da spiegare l’essenziale; nell’uomo c’è qualche cosa che resta inaccessibile alla scienza, sicché, per analizzarlo a fondo, ad un certo punto bisogna passare ad un altro ordine di investigazioni.
Ciò che si avvera nell’ordine della conoscenza ha un riscontro nell’ordine dell’essenza. La tecnica ha diminuito considerevolmente il peso dell’esistenza umana, e sotto quésto aspetto il suo merito è grande. Si pensi, per esempio, a quanto hanno fatto la medicina e la chirurgia per alleviare le sofferenze umane. Alla scienza medica si deve tutta la riconoscenza, ma anche qui ci sono dei limiti: la tecnica ha in sé qualche cosa di irrimediabilmente superficiale, che non può mai oltrepassare un determinato livello. C’è una miseria essenziale da cui la tecnica non potrà mai liberare l’uomo: la morte e il peccato. Solo Gesù Cristo è disceso nelle profondità di questa miseria spirituale e ha distrutto le radici del male.
Per illustrare il pensiero con un esempio, citerò il problema limite, il più caratteristico : quello della morte. La tecnica affronta anche questo problema, cercando di prolungare l’esistenza e di far retrocedere la morte. M a anche ammettendo, nella migliore delle ipotesi, che riesca a farla indietreggiare indefinitamente, resta il fatto che un’esistenza così prolungata sarebbe comunque un’esistenza mortale e corruttibile, nella quale l’uomo sarebbe pur sempre sottoposto al ciclo delle esigenze biologiche.
Ecco, dunque, l’angoscia dell’uomo di fronte alla sua stessa potenza. L’uomo della tecnica ha paura : ha paura perché dispone di mezzi che non hanno proporzione con quelli di cui disponeva l’uomo del passato, tanto che è ormai possibile una catastrofe cosmica provocata dall’uomo stesso. Il progresso tecnico non è sufficiente per risolvere il dramma dell’uomo, perché non si tratta soltanto d’inventare degli strumenti, ma anche di sapere che cosa si deve farne.
Così sorge il problema della responsabilità morale dello scienziato: problema non esclusivo dei nostri tempi, se è vero che Leonardo rifiutò di pubblicare il disegno del sottomarino che aveva inventato, perchè riteneva assolutamente sleale attaccare un nemico che non vede l’avversario e non è stato avvertito. Questo vuol dire che i mezzi della tecnica hanno rapporto con un ordine di valori assoluti, basati sulla distinzione tra il bene e il male; implicano, insomma, affermazione d’un ordine morale, umano, indispensabile per dare alla tecnica un senso ragionevole. Del resto, se si considerasse lo stesso mondo materiale esclusivamente sotto l’aspetto tecnico, lo si priverebbe delle sue dimensioni sacre, poiché il cosmo non è solamente un insieme di forze da sottomettere a nostro arbitrio, ma è nello stesso tempo un mondo che ci rivela qualche cosa che lo trascende. Un universo che fosse soltanto quello della pura tecnica sarebbe come un tempio abbandonato, svuotato d ’una presenza indispensabile, mentre l’aspetto sacro, la dimensione religiosa del mondo sta ridiventando, per l’uomo, oggetto d’una sete vitale; l’adorazione è un bisogno imprescindibile, non meno della tecnica. Un uomo che non adora non è un uomo.

Quali sono allora le vie che rendono al mondo della tecnica le sue possibilità di « consacrazione » ? Per rispondere a questo ultimo quesito dirò prima di tutto che, secondo me, la tecnica apporta alla religione una certa purificazione. Essa, infatti, ricupera all’uomo certe realtà già considerate come soprannaturali, e così sgombra il dominio della vera religiosità e del vero soprannaturale dalle contaminazioni dello pseudosoprannaturale e dello pseudoreligioso. L’uomo primitivo metteva il soprannaturale dappertutto, perché ignorante; ora l’investigazione scientifica del totale potere dell’uomo riporta il concetto di religione alla sua pura, essenza, sfrondandolo di ogni soprastruttura e degradazione. E questo è un apporto positivo al mondo della religione.
In secondo luogo la tecnica dà all’uomo la consapevolezza del suo potere sulle cose, e perciò l’uomo è portato a cantare la propria gloria piuttosto che la gloria di Dio. Ma alla fine dei conti questa gloria dell’uomo si traduce anch’essa in gloria di Dio. Alcuni gridano che bisogna abbassare l’uomo per esaltare il Signore; io invece ritengo che quanto più apparirà grande, tanto più risulterà potente e glorioso Dio che l’ha creato. In questo senso non abbiamo nulla da temere per ciò che è stato largito all’uomo. Tant’è vero che non esitiamo a riconoscere a una donna, la Vergine Maria, quella eccelsa grandezza che alcuni ci rimproverano di attribuirle, come se ciò facendo detraessimo qualche cosa a Gesù Cristo, che invece ci appare ancora più grande per i beni di cui ha arricchito la Madre sua, capolavoro del suo amore. Allo stesso modo, quanto più grande ci apparirà l’uomo, tanto più riconosceremo in lui la grandezza di Colui dai quale l’uomo tutto riceve. Sicché, attraverso lo specchio di questo mondo moderno, gloria dell’uomo, noi abbiamo in qualche modo una nuova immagine dell’onnipotenza di Dio.
Infine questo stesso mondo della tecnica può essere « consacrato », perchè non c’è nessuna ragione che ci impedisca di costruire in esso e con esso il tempio per la dimora di Dio. Grazie ad una tecnica nuova e a nuovi materiali, già vediamo elaborarsi un’architettura che è genuina espressione dell’anima moderna, primo esempio di quello che potrebbe essere un mondo tecnico « consacrato ».
La maniera con cui oggi l’uomo scopre le dimensioni dello spazio e del tempo, e se ne impadronisce, ci fa capire che lo spazio e il tempo sono ben più vasti di quanto immaginiamo. Io non conosco nulla che dia di Dio una immagine più grandiosa di quegli immensi spazi astrali che l’astronomia e la fisica ci lasciano oggi intravedere; e questo mondo che si dilata ci fornisce delle immagini privilegiate nelle quali ben potrebbe esprimersi la maestà di Dio.
Concludendo, ci sono in questo nostro mondo — come già in altre epoche della storia — delle forze che a prima vista sembrano ostacoli, perché sono energie nuove che rivelano il verde e l’asprezza di una cosa che spunta. Così gli israeliti nomadi consideravano le città come una maledizione quando pensavano che la salvezza consistesse nella vita libera nel deserto. Eppure venne David e costruì la città santa, Gerusalemme, dove Dio fu introdotto ancora prima dell’uomo. Anche noi ci troviamo ad una svolta della storia, in uno di quei momenti in cui esplodono forze nuove. Tali forze, è vero, finora si sono esplicate per la maggior parte al di fuori dell’influsso del Vangelo, ma niente dice che non possano essere santificate dal segno della croce. Il nostro compito missionario, oggi, è quello di trovare le vie per le quali il mondo della tecnica possa essere di aiuto, e non di ostacolo, all’adorazione del Creatore.


La religione fra le macchine: che rapporto c’è tra tecnica e ateismo?

Jean Daniélou, in Ecclesia, 1959 (solo in italiano)

Due sono gli elementi caratteristici della nostra epoca: il progresso tecnico e la tendenza all’umanesimo ateo. Gli etnologi affermano la presenza dell’uomo, in una certa era del mondo, quando vi trovano resti di utensili e di riti religiosi; oggi, invece, l’uomo si va riducendo quasi esclusivamente all’utensile, la tecnica acquista un’estensione predominante, con applicazioni a settori sempre più vasti, con un ritmo sempre più rapido, ed è ormai estesa a tutte le masse umane, poiché una gran parte dell’umanità, che fino a ieri ne era rimasta estranea, oggi vi si accosta avidamente.
Ora ci chiediamo: c’è un rapporto fra tecnica e ateismo? È forse la civiltà tecnica la madre dell’umanesimo ateo? Così afferma Marx, e bisogna pure ammettere che sotto parecchi aspetti la tesi sembra vera. C ’è infatti una tale coincidenza cronologica fra i due elementi, che si è tentati di concludere che il progresso tecnico è davvero un ostacolo alla religiosità. È certo, d ’altronde, che l’uomo della civiltà tecnica trova delle difficoltà di fronte alla religione. Si noti che
non dico « lo scienziato », ma « l’uomo della civiltà tecnica » : perciò la questione non riguarda la ricerca scientifica come tale, ma la civiltà della tecnica, quella appunto che impegna totalmente la mentalità contemporanea.

Ecco il problema: il progresso tecnico va considerato come qualche cosa di maledetto, una deviazione dalla strada naturale che l’uomo dovrebbe seguire, o invece si può sperare che — sia pure attraverso una crisi — esso porti una nuova fioritura del Cristianesimo? L a risposta, già difficile in teoria, si fa anche più complessa sul piano pratico.
Il problema ha tre aspetti: Quali ostacoli oppone il progresso tecnico allo spirito religioso, all’adorazione? Quali vantaggi può apportare il medesimo progresso tecnico alle aspirazioni religiose? Come si può attuare questa « consacrazione» del progresso tecnico?
In primo luogo, gli ostacoli. Perché la tecnica dovrebbe essere in conflitto con la religione? La constatazione del fatto è evidente: per molti, oggi, è inconcepibile che l’uomo dell’èra atomica sia un uomo sinceramente religioso. Secondo la mentalità com une di certi ambienti, la religione sarebbe una sopravvivenza di tempi superati. Perchè? Anzitutto il progresso rischia di allontanare l’uomo da Dio per il fatto che la tecnica ci porta a vivere in un mondo che è quello delle nostre mani. L ’uomo di questa civiltà tecnica vive attorniato da macchine e strumenti per mezzo dei quali trasforma la sua vita. Anche il paesaggio delle grandi città, con le loro officine e gli immensi cantieri, è opera delle mani dell’uomo, il quale in tal modo vive racchiuso fra realtà che sono opera delle sue stesse mani, sempre meno a contatto con la natura genuina, sempre più immerso in un mondo elaborato e artificiale, specchio inesorabile che gli rimanda riflessa soltanto la propria immagine. E l’uomo se ne compiace.
A mio parere, questa considerazione è molto importante per capire la mentalità di molti giovani d ’oggi, pieni di giustificato entusiasmo per le scoperte e le conquiste del loro tempo. Basta pensare a quella specie di « mistica dello sputnik » che s’è andata creando in questi ultimi mesi, e a tutte le speranze e apprensioni che può destare l’impiego dell’energia atomica; e si capisce perché lo scienziato, a molti giovani d ’oggi, appare come l’eroe del tempo, quello che ha in mano tutti i segreti della potenza.
Questo atteggiamento ha gravi conseguenze perchè, se i cieli cantano la gloria di Dio, le macchine cantano la gloria dell’uomo. L ’uomo moderno subisce una specie d ’incantesimo di fronte a questo mondo meraviglioso che si va plasmando al tocco delle sue mani, con uno sviluppo che ormai ha del fiabesco. Tutto questo gli dà l’impressione della sua importanza e grandezza, e gli fa respingere in secondo piano l’opera di Dio, come destituita di quell’interesse pratico che l’uomo concentra sulle opere delle sue mani. In tal senso si può dire che il mondo della tecnica distoglie l’uomo da Dio.
Insieme a quello della grandezza, il mondo della tecnica suscita nell’uomo il sentimento della propria potenza, con il dominio progressivo delle forze della natura soggiogate al proprio servizio. Se si paragona la situazione dell’uomo primitivo sotto l’incubo delle forze cosmiche (i marxisti direbbero che lo stesso sentimento religioso è semplicemente l’effetto dì questa oppressione, sotto la quale l’uomo chiama « Dio » tutto ciò che non riesce a dominare) con quella dell’uomo odierno, si comprende l’enorme differenza: oggi l’uomo è consapevole di aver progressivamente ricuperato tutto quello che in passato attribuiva a Dio, soltanto perchè non riusciva a impadronirsene; e ha l’impressione che questa conquista possa estendersi senza fine.
Fra qualche decina d ’anni saranno sviscerati tutti i segreti della materia inerte, saranno sfruttate tutte le possibilità del globo, e a poco a poco saranno raggiunte anche le lontananze astrali. Se poi — come alcuni filosofi materialisti hanno cominciato a dire — l’uomo riuscirà a carpire il misterioso segreto della vita che finora gli sfugge, diventerà anche arbitro del proprio destino biologico, fino alla possibilità di prolungare l’esistenza. Così l’uomo, che in passato si sentiva in balìa delle forze naturali e ricorreva a un « deus ex machina » che lo liberava, oggi pensa di potersi liberare da sè e di procurarsi la salvezza con i propri mezzi. Ha l’impressione che il ricorso ad un a forza estrinseca sia una specie di pigrizia, mentre è il caso di concentrare tutte le forze nella lotta per la propria liberazione, poiché il demiurgo dell’uomo, il creatore dell’umana felicità, deve essere l’uomo stesso. È questo il mito che sta alla base del marxismo, ma ch’esprime in forma sistematica il latente pensiero di molti.
Infine c’è un terzo elemento per cui si è tentati di credere che il progresso tecnico sia di ostacolo alla vita religiosa: la differenza dei criteri di valutazione. L ’uomo della tecnica apprezza l’efficienza concreta, l’uomo dello spirito mette in primo luogo la verità dei principi. Nell’ordine dell’invenzione scientifica non si può propriamente parlare di « verità » : ci sono soltanto delle ipotesi, che possono essere sostituite da altre ipotesi, finché si arriva ad un effetto provato ed efficace. Ora questo criterio tende a diventare la misura di tutte le cose, e le realtà spirituali sono ritenute inefficaci per la trasformazione dell’esistenza umana. È una delle obiezioni più frequenti: il cristianesimo non serve per i nostri affari nè per il miglioramento delle condizioni materiali dell’uomo.
D ’altra parte il procedimento scientifico associa i suoi criteri di certezza con la possibilità di esperienze sensibili che non si possono avere nell’ambito della religione; e questo dà l’impressione che le affermazioni religiose siano gratuite e non abbiano valore di certezza, perchè non ammettono controlli sperimentali. Ne consegue che per parecchi scienziati, anche cristiani, la religione è un problema essenzialmente soggettivo, basato sul sentimento, e non può fondarsi oggettivamente e razionalmente. Rispetteranno il sentimento religioso dicendo che la vita è triste e non bisogna privare gli uomini — e specialmente le donne — della consolazione che la religione può fornire, ma aggiungeranno che uno spirito forte ed equilibrato dev’essere capace di fare a meno di questo sostegno e attenersi alla realtà nella sua spietata durezza.
Farò notare ancora un ultimo aspetto della questione. Il progresso tecnico consiste essenzialmente nella scoperta: è un’avanzata verso il nuovo, l’ignoto; e di fronte a questo continuo divenire, l’affermazione proposta dalla religione, di cose dette una volta per sempre, di verità a carattere assolutamente permanente, può apparire inammissibile, contraria alla vita stessa dello spirito. Questo pericolo, come i precedenti, non ci sarà per gli uomini di grande maturità e di intelligenza superiore, che conoscono i limiti della scienza; ma io mi metto nei panni dello studente di materie scientifiche o dell’operaio specializzato, e comprendo benissimo come possa nascere il malinteso e come si possa arrivare a credere che il progresso sia incompatibile con l’adorazione (continuerà…)


Importanza dell’adorazione e la missione dei laici nella società tecnica (prima parte)

Jean Daniélou, “La vérité de l’homme”, Études 360 (1961), 7-9 (in italiano e in francese)

L’errore di alcuni cristiani è stato quello di credere che sia sufficiente lavorare nel campo sociale per compiere il proprio dovere cristiano. Questo è del tutto insufficiente, perché l’amore per il prossimo non esaurisce la vocazione cristiana; l’amore per Dio è una dimensione altrettanto essenziale. Il dovere, quindi, di lavorare per mantenere la presenza di Dio in mezzo al mondo che si sta costruendo, nel mondo della tecnologia, appare come il compito più essenziale dei cristiani. Questo mondo, nel suo aspetto tecnico, potrebbe almeno essere costruito senza di loro. Dopotutto, nelle democrazie popolari si producono attualmente ingegneri e c’è una buona probabilità che domani non manchino. Ma la sostanza che probabilmente mancherà domani a questa civiltà tecnica è l’adorazione.
Vorrei sottolineare che questa non fa parte solo dell’esistenza individuale, ma anche della civiltà collettiva. Una città in cui ci sono solo le ciminiere delle fabbriche e non ci sono più i campanili delle chiese sarebbe un luogo infernale. E possiamo chiederci se, oggi, servire la civiltà non significhi per un ragazzo o una ragazza entrare in un monastero o in un seminario tanto quanto entrare in un laboratorio. Penso di sì, dal semplice punto di vista della civiltà e del servizio sociale di domani. Perché, ancora una volta, senza l’Adorazione la società umana diventa un mondo soffocante. E questa, senza dubbio, è la minaccia per il mondo di oggi.
Quando penso a questo, sento con angoscia come l’uomo stia attualmente realizzando questa dimensione della sua vocazione, che è la tecnologia, ma come gli manchi quest’altro aspetto che è l’Adorazione. E se dissociamo le due cose, non abbiamo più l’umanesimo. E qui forse tocchiamo uno dei più grandi drammi del mondo di oggi. Ciò che ha fatto l’Occidente non è il colore della pelle: non esistono razze superiori. L’Occidente deve la sua superiorità a due cose: l’invenzione della scienza e il cristianesimo. Il dramma di oggi si riduce al fatto che l’Occidente ha dato al mondo la scienza senza dargli il cristianesimo. Eppure, separata dal cristianesimo, la scienza è un dono mortale. E noi lo sentiamo bene. Dando questo strumento al mondo senza dargli il cristianesimo, gli diamo uno strumento che molto probabilmente un giorno userà per scopi che non sono più quelli di un vero servizio all’umanità.
Ma questo è ancora un discorso teorico. Il problema pratico è forse più difficile. Da quanto ho appena detto, possiamo essere convinti; è già importante esserlo, perché la convinzione è un elemento essenziale per l’azione; agiamo con gioia quando siamo veramente convinti, mentre l’incertezza ci paralizza. Ma resta il fatto che l’azione ci pone dei problemi, che di fatto siamo divisi nella nostra vita tra le esigenze dei compiti terreni, ogni giorno più gravosi, siano essi quelli della vita familiare o quelli della vita professionale, e dall’altra parte questa chiamata che Dio ci fa sentire per rimanere in contatto e in unione con Lui. Il problema che si pone è quello dell’articolazione dei nostri compiti terreni con la nostra fede religiosa, il significato religioso dei nostri compiti terreni. Tutto ciò che faccio ha un significato? O, in fondo, è solo una distrazione da quello che dovrebbe essere il mio vero compito di pregare, di stare vicino a Dio, di fare cose spirituali?
La prima domanda, quindi, è come i nostri compiti terreni si relazionano con la nostra fede. In che modo questi compiti sono espressione della fede? Ci sono ambiti in cui questo è abbastanza facile da vedere. È il caso della vita familiare. È abbastanza ovvio che i compiti di una madre, l’educazione dei figli, sono facilmente visti come l’espressione di una missione divina affidatale da Dio, come l’adempimento di un dovere svolto sotto il suo sguardo. D’altra parte, le leggi della volontà di Dio in tutte le questioni di amore umano, in tutte le questioni di vita domestica, ci sono normalmente note. Oggi possono sorgere molti problemi a questo riguardo. Tuttavia, questi problemi fanno parte di un insieme il cui significato è evidente per noi.
Le cose diventano molto più difficili a livello di vita professionale, politica e internazionale. Qui l’unione dei due ambiti della fede e dei compiti terreni è molto meno chiara. Ci si potrebbe chiedere se una delle principali carenze del cristianesimo contemporaneo non sia quella di non essere ancora riuscito a mostrare sufficientemente l’articolazione nella vita cristiana di quella che chiamerò carità collettiva. Intendo dire questo.

(continuerà…)

Testo originale in francese

L’erreur de certains chrétiens a été de croire qu’il suffisait en effet de travailler sur le terrain social pour remplir son devoir de chrétien. Ceci est parfaitement insuffisant, car l’amour du prochain n’épuise pas la vocation chrétienne; l’amour de Dieu en constitue une dimension aussi essentielle. Le devoir, par conséquent, de travailler à maintenir la présence de Dieu au milieu du monde qui se construit, dans l’univers de la technique, apparaît comme la tâche la plus essentielle des chrétiens. Ce monde sous son aspect technique pourrait à la rigueur se construire sans eux. Après tout, des ingénieurs, actuellement, on en fabrique dans les démocraties populaires et il y a bien des chances que ce ne soit pas ce qui manquera demain. Mais la substance qui risque de manquer demain dans cette civilisation technique, c’est l’Adoration.
Je précise que ceci ne fait pas partie seulement de l’existence individuelle, mais de la civilisation collective. Une cité dans laquelle il n’y aurait plus que des cheminées d’usines et où on ne verrait plus les clochers des églises serait un enfer. Et nous pouvons nous demander si, aujourd’hui, servir la civilisation n’est pas autant, pour un garçon ou pour une fille, entrer dans un monastère ou dans un séminaire que d’entrer dans un laboratoire. Je le pense du simple point de vue de la civilisation de demain et du service social. Car, encore une fois, sans l’Adoration, la société humaine devient un monde étouffant. Et c’est cela, sans aucun doute, la menace qui pèse sur le monde d’aujourd’hui.
Quand je pense à cela, je sens avec angoisse comment actuellement l’homme accomplit cette dimension de sa vocation qu’est la technique, mais comme il manque à cet autre aspect qu’est l’Adoration. Or, si nous dissocions les deux, nous n’avons plus d’humanisme. Et nous touchons peut-être ici un des plus grands drames du monde d’aujourd’hui. Ce qui a fait l’Occident, ce n’est pas la couleur de la peau : il n’y a pas de races supérieures. L’Occident a dû sa supériorité à deux choses : l’invention de la science et le christianisme. Le drame d’aujourd’hui se ramène à ce que l’Occident a donné au monde la science sans lui donner le christianisme. Or, séparée du christianisme, la science est un don mortel. Et nous le sentons bien. En donnant cet instrument au monde sans lui donner le christianisme, nous lui donnons un instrument dont il est très vraisemblable qu’il risque un jour de l’utiliser à des fins qui ne soient plus celles du vrai service de l’humanité.
Mais cela reste encore théorique. Le problème pratique est peut-être plus difficile. De ce que je viens de dire, nous pouvons être convaincus; il est déjà important d’être convaincus, car la conviction est un élément essentiel pour l’action; nous agissons avec joie quand nous sommes vraiment convaincus, tandis que l’incertitude nous paralyse. Mais il reste cependant que l’action nous pose des problèmes, qu’en fait nous sommes dans nos vies divisés entre les exigences des tâches terrestres, tâches chaque jour plus lourdes, que ce soient celles de la vie familiale ou celles de la vie professionnelle, et d’autre part cet appel que Dieu nous fait entendre à rester en contact et en union avec Lui. Le problème qui se pose ici est celui de l’ articulation de nos tâches terrestres sur notre foi religieuse, le sens religieux de nos tâches terrestres. Tout ce que je fais a-t-il un sens? Ou, après tout, n’est-ce finalement qu’une distraction dérobée à ce qui devrait être ma tâche véritable de prier, de me garder proche de Dieu, de vaquer aux choses spirituelles?
La première question est donc l’articulation de nos tâches terrestres sur notre foi. En quoi ces tâches sont-elles l’expression de la foi? Il y a des domaines où cela est assez facile à dégager. Ainsi en est-il ai; niveau de la vie familiale. Il est bien manifeste, en effet, que les tâches qui sont celles d’une mère de famille, l’éducation des enfants apparaissent facilement comme l’expression d’une mission divine confiée par Dieu, comme l’ accomplissement d’un devoir accompli sous son regard. Et d’autre part les lois qui sont celles de la volonté de Dieu dans tout ce qui concerne l’amour humain, dans tout ce qui concerne la vie d’un foyer, nous sont normalement connues. Bien des problèmes peuvent se poser aujourd’hui dans cet ordre. Il reste cependant que ces problèmes se situent à l’intérieur d’un ensemble dont la signification nous apparaît évidente.
Les choses deviennent beaucoup plus difficiles au niveau de la vie professionnelle, au niveau de la vie politique, au niveau de la vie internationale. Ici l’union des deux domaines de la foi et des tâches terrestres est beaucoup moins claire. On peut se demander si une des principales carences du christianisme contemporain n’est pas de ne pas avoir réussi encore à montrer suffisamment l’articulation sur la vie chrétienne de ce que j’appellerai la charité collective. Voici ce que je veux dire par là.