“Jean Daniélou, «Tra l’eternità e il tempo», nel 50º anniversario della sua scomparsa”

29 maggio 2024 – Webinar gratuito online

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Con questo Webinar si vuole approfondire la figura di uno dei protagonisti del rinnovamento teologico e tra gli artefici

del Concilio Vaticano II, il teologo Cardinal Jean Daniélou, nella ricorrenza e nel ricordo dei 50 anni dalla sua scomparsa.

In tale occasione sarà presentato il libro di P. Marcelo Bravo Pereira «Tra l’eternità e il tempo: l’ufficio del teologo nella vita e nella proposta metodologica di Jean Daniélou».

L’eredità teologica e pastorale di Daniélou si mostra nei più di duemila articoli e libri pubblicati e che ancora oggi sono d’ispirazione a coloro che intraprendono lo studio della Rivelazione.

Inoltre, verrà presentato il Progetto di Bibliografia completa dell’Autore.

Tra i partecipanti il Prof. P. Jean-Robert Armogathe, co-fondatore e attuale editore della rivista Communio, di Alfredo Catalfo, direttore di «Edizioni Efesto».

Modera Gianni Cardinale – Avvenire.

Vedi il programma nella locandina

Vi aspettiamo!

La Trinità e il mistero dell’esistenza

Jean Daniélou, La Trinité et le mystère de l’existence, 1968.

La Trinità ci rivela le profondità ultime della realtà, il mistero dell’esistenza. È il principio e l’origine della creazione e della redenzione; inoltre, tutte le cose sono in relazione con lui nel mistero della lode e dell’adorazione. È lui, prima di ogni altra cosa, a dare a tutto la sua consistenza. Tutto il resto procede da lei e tende ad essa. Di conseguenza, la conversione essenziale è quella che ci porta dal mondo visibile, che ci interpella dall’esterno, a quel mondo invisibile che è sia sovranamente reale, in quanto costituisce il fondamento ultimo di tutta la realtà, sia sovranamente santo e mirabile, in quanto fonte di ogni beatitudine e gioia. Di conseguenza, in ogni conversione particolare, in ogni progresso della nostra vita, c’è questa conversione fondamentale, che è l’apertura alla realtà fondamentale delle Persone divine, la scoperta che è in esse che risiede la pienezza di tutte le cose, l’invito a basarsi su di esse e a trovare in esse ciò che sarà nel tempo e nell’eternità il tesoro della nostra vita. Per questo la contemplazione è soprattutto un modo per penetrare più profondamente nella realtà. Al contrario, il peccato consiste nel non aprirsi a ciò che è veramente reale e nel rimanere in un mondo esterno e superficiale, che fa parte della nostra vita egoistica.
È in questa fondamentale conversione contemplativa che dobbiamo entrare, cercando di aprirci a questa realtà sovrana della Santissima Trinità, in modo che i nostri cuori si riempiano della sua luce, lasciandoci alle spalle tutto il resto e rivolgendo la nostra anima verso di essa. Ma per aiutarci in questa contemplazione, per riscoprire quale sia la realtà della Trinità in sé, dobbiamo partire dalla manifestazione della Trinità nella creazione stessa.

Originale in francese

Dans la Trinité se dévoilent à nous les profondeurs dernières du réel, le mystère de l’existence. Elle est le principe et l’origine de la création et de la rédemption; par ailleurs toutes choses lui sont finalement rapportées dans le mystère de la louange et de l’adoration. Elle est, au-delà de tout, ce qui donne à tout sa consistance. Tout le reste en procède et y tend. Dès lors la conversion essentielle est cette conversion qui nous fait passer du monde visible, qui nous sollicite de l’extérieur, à ce monde invisible qui est à la fois souverainement réel, puisqu’il constitue le fond dernier de toute réalité, et souverainement saint et admirable, puisqu’il est la source de toute béatitude et de toute joie. Par suite dans toute conversion particulière, dans tout progrès de notre vie, il y a cette conversion fondamentale, qui est ouverture à la réalité foncière des Personnes divines, découverte que c’est en elles que réside la plénitude de toutes choses, appel à nous suffire d’elles et à trouver en elles ce qui sera dans le temps et l’éternité le trésor de nos vies. C ’est en cela que la contemplation est avant tout une certaine manière de pénétrer plus profondément dans la réalité. Et inversement, le péché consiste à ne pas s’ouvrir à ce qui est vraiment réel et à rester dans un monde extérieur et superficiel, qui relève de notre vie égoïste.
C ’est dans cette conversion contemplative fondamentale que nous devons entrer en essayant de nous ouvrir à cette réalité souveraine de la Sainte Trinité, de manière à ce que nos coeurs soient remplis de sa lumière, laissant là le reste et tournant nos âmes vers elle. Mais, pour nous aider dans cette contemplation, pour redécouvrir ce qu’est la réalité de la Trinité en elle-même, nous devons partir de la manifestation de la Trinité dans la création elle-même.

La trasformazione in Cristo ad opera dello Spirito Santo

Jean Daniélou, Dieu et nous, 1956.

La trasformazione in Cristo, che ci rende figli del Padre, è operata dallo Spirito Santo che abita in noi. Questa è la dottrina della presenza di Dio in noi. Questa dimora, come tutto ciò che riguarda l’azione di Dio nella santificazione delle nostre anime, è opera dell’intera Santissima Trinità: “Se uno mi ama, entreremo in lui e ne faremo la nostra dimora”. (Giovanni, xiv, 23). Tuttavia, i Padri della Chiesa parlano più spesso della dimora dello Spirito Santo in noi. Lo Spirito Santo è essenzialmente un dono. È il dono che il Padre fa al Figlio. È naturale, quindi, che questo sia l’aspetto sotto il quale viene solitamente espressa l’inabitazione di Dio in noi, anche se questa inabitazione comprende pure quella delle altre due persone.
Questa dottrina ha avuto un ruolo importante nella vita dei primi cristiani. Così, nel discorso dopo l’Ultima Cena, Nostro Signore vi insiste a lungo: “Io pregherò il Padre ed egli vi manderà un altro Intercessore che sia sempre con voi, lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Ma voi lo conoscete perché egli abita in voi ed è in voi”. (Giovanni, xiv, 15-18). Così pure in San Paolo: “Non sapete che siete il Tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi? Se qualcuno distrugge il Tempio di Dio, Dio lo distruggerà, perché il Tempio di Dio è santo e voi stessi siete santi”. (I Cor., iii, 16). “Non sapete che siete il tempio dello Spirito Santo che è in voi, che avete ricevuto da Dio, e che non siete più voi stessi? (I Cor., vi, 19). Noi siamo il Tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: “Abiterò in mezzo a loro e camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”. (II Cor., vi, 16).
Questa dottrina si trova spesso tra i Padri della Chiesa. Tuttavia, va notato che, nei primi secoli, l’attenzione dei cristiani era rivolta piuttosto alla Persona del Verbo. Così è al Verbo che Serapione di Thmuys riferiva la santificazione dell’anima del battezzato, mentre più tardi la liturgia la attribuì alla virtù santificante dello Spirito. La liturgia celebrava il Verbo a Pasqua, prima di fare della Pentecoste la festa dello Spirito Santo. Allo stesso modo, per quanto riguarda questa dottrina, vediamo Origene e Gregorio di Nissa porre grande enfasi sulla dimora del Verbo nell’anima. Questo è il fondamento della teologia spirituale di questi due autori. Cristo presente nell’anima opera la grazia – ed è attraverso la grazia che l’anima diventa consapevole della sua presenza. È più tardi, in particolare con Cirillo di Alessandria nel V secolo, nel momento in cui si sviluppa la dottrina dello Spirito Santo, che si pone l’accento sulla presenza dello Spirito Santo. San Cirillo la usa proprio per dimostrare la divinità dello Spirito Santo: “Che lo Spirito sia Dio e della stessa natura del Padre e del Figlio, nessuno sano di mente può dubitare. Se qualcuno lo nega, ci dica come l’uomo può partecipare alla natura di Dio per il fatto stesso di aver ricevuto lo Spirito, e come noi diventiamo Templi di Dio ricevendo lo Spirito che non sarebbe Dio. (Com. Joh., ix, 14-17).
Questa presenza è così spiegata da Cirillo di Alessandria: “È ricevendo l’impronta dello Spirito Santo che siamo riformati a immagine di Dio… Ora, lo Spirito Santo non dipinge l’essenza divina in noi come un pittore, come se fosse qualcosa di diverso da essa; no, non ci rende simili a Dio in questo modo; è lui stesso che, essendo Dio e procedendo da Dio, si applica come un sigillo di cera al cuore di coloro che lo ricevono; è dall’unione con lui e dalla somiglianza così prodotta che fa rivivere i tratti dell’immagine di Dio”. Padre de Regnon commenta giustamente: “È la presenza sostanziale e personale dello Spirito Santo che ci santifica formando la sua impronta in noi. Senza dubbio la grazia abituale non è lo Spirito Santo, così come l’impronta di cera non è il sigillo. Ma la presenza del sigillo è necessaria per formare l’impronta e conservarla”.
Possiamo distinguere due gradi in questa presenza di Dio nell’anima. C’è una prima, radicale venuta dello Spirito Santo nell’essenza dell’anima al momento del battesimo, per produrre in essa la grazia santificante, per elevarla, una produzione che è l’effetto di una presenza speciale e che cesserebbe con quella presenza. Questa presenza crea la grazia santificante nell’anima e stimola le virtù della fede e della carità. Attraverso queste virtù, l’uomo è poi in grado di rivolgersi a questo Dio presente in lui e di unirsi a lui attraverso la comprensione e l’amore. C’è qui una seconda forma di presenza, ma non è tanto la presenza di Dio all’anima quanto la presenza dell’anima a Dio, attraverso la quale l’anima si rivolge a Dio e lo possiede, gode della sua presenza, che costituisce propriamente la vita interiore – e nei suoi gradi più alti la vita mistica. Questo è il sentimento di presenza di cui parla Gregorio di Nissa, che non costituisce la presenza, ma ne è il risultato, e di cui descrive la progressione con l’intera gamma dei sensi spirituali, dal profumo che è l’indicazione di una presenza lontana al tocco dell’anima nell’oscurità della fede.

Originale in francese

Mais cette transformation dans le Christ, qui nous fait enfants du Père, est opérée par l’Esprit-Saint qui demeure en nous. C’est la doctrine de l’habitation de Dieu en nous. Cette habitation, comme tout ce qui concerne l’action de Dieu dans la sanctification de nos âmes, est l’œuvre de la Sainte Trinité tout entière : « Si quelqu’un m’aime, nous viendrons en lui et nous ferons de lui notre demeure. » {Joh., xiv, 23). Toutefois, les Pères de l’Eglise parlent le plus souvent de l’habitation du Saint-Esprit en nous. Le Saint-Esprit est en effet essentiellement Don. Il est le don que le Père fait au Fils. Il est naturel, dès lors, que ce soit sous cet aspect que l’habitation de Dieu en nous soit d’ordinaire exprimée, encore que cette habitation comporte aussi celle des deux autres personnes.
Cette doctrine tient une grande place dans la vie des premiers chrétiens. Ainsi dans le Discours après la Cène voyons-nous Notre-Seigneur y insister longuement : « Je prierai le Père et il vous enverra un autre Intercesseur pour qu’il soit avec vous toujours, l’Esprit de Vérité que le monde ne peut recevoir parce qu’il ne le voit pas et ne le connaît pas. Mais vous, vous le connaissez parce qu’il demeure en vous et qu’il est en vous. » (Joh,, xiv, 15-18). De même chez saint Paul : « Ne savez-vous pas que vous êtes le Temple de Dieu et que l’EspritSaint habite en vous ? Si quelqu’un détruit le Temple de Dieu, Dieu le détruira, car le Temple de Dieu est saint ; et c’est ce que vous êtes vousmêmes. » (I Cor., ni, 16). « Ne savez-vous pas que vous êtes le Temple du Saint-Esprit qui est en vous, que vous avez reçu de Dieu, et que vous n’êtes plus à vous-mêmes. » (I Cor., vi, 19). « Nous sommes, nous, le Temple du Dieu vivant, selon ce que Dieu lui-même a dit : J’habiterai au milieu d’eux et j y marcherai, je serai leur Dieu et ils seront mon peuple. » (II Cor., vi, 16).
Cette doctrine se retrouve fréquemment chez les Pères de l’Eglise. Toutefois il faut remarquer ici que, dans les premiers siècles, c’est plutôt à la Personne du Verbe que va l’attention des chrétiens. Ainsi est-ce au Verbe que Sérapion de Thmuys rapporte la sanctification de l’âme du baptisé, alors que plus tard la liturgie l’attribuera à la vertu sanctifiante de l’Esprit. La liturgie a célébré le Verbe à Pâques, avant de faire de la Pentecôte la fête du Saint-Esprit. De même, pour cette doctrine, voyons-nous Origène et Grégoire de Nysse insister beaucoup sur l’habitation du Verbe dans l’âme. C’est le fondement de la théologie spirituelle de ce dernier. Le Christ présent dans l’âme opère la grâce — et c’est à travers la grâce que l’âme prend conscience de sa présence. C’est plus tard, en particulier avec Cyrille d’Alexandrie au Ve siècle, à l’époque où la doctrine du Saint-Esprit se sera constituée, que l’on verra l’accent mis sur la présence du Saint-Esprit. Saint Cyrille s’en sert précisément pour prouver la divinité du Saint-Esprit : « Que l’Esprit soit Dieu et de même nature que le Père et le Fils, nul, s’il n’est sain d’esprit, ne peut en douter. Si on le nie, qu’on nous dise comment l’homme peut participer à la nature de Dieu, par là même qu’il a reçu l’Esprit, comment nous devenons les Temples de Dieu en recevant l’Esprit qui ne serait pas Dieu. » (Com. Joh., ix, 14-17).
Cette présence est ainsi expliquée par Cyrille d’Alexandrie : « C’est en recevant l’empreinte du Saint-Esprit que nous sommes reformés à l’image de Dieu… Or le Saint-Esprit, ce n’est pas à la manière d’un peintre qu’il peint en nous la divine essence, comme s’il était autre chose qu’elle ; non, ce n’est pas ainsi qu’il nous rend semblables à Dieu ; c’est lui-même qui, étant Dieu et procédant de Dieu, s’applique comme ferait un sceau dans la cire, au cœur de ceux qui le reçoivent ; c’est par l’union avec lui et par la ressemblance ainsi produite qu’il fait revivre les traits de l’image de Dieu. » Ce que le Père de Regnon commente justement : « C’est la présence substantielle et personnelle du Saint-Esprit qui nous sanctifie en formant en nous son empreinte. Sans doute la grâce habituelle n’est pas le SaintEsprit, pas plus que l’empreinte de la cire n’est le cachet. Mais la présence du cachet est nécessaire pour former l’empreinte et la conserver.
On peut distinguer deux degrés dans cette présence de Dieu dans l’âme. Il y a une première venue du Saint-Esprit, radicale, dans l’essence de l’âme dès le baptême, pour produire en elle la grâce sanctifiante, la surélever, production qui est l’effet d’une présence spéciale et qui cesserait avec cette présence. Cette présence crée dans l’âme la grâce sanctifiante, excite les vertus de foi et de charité. Par ces vertus alors l’homme est capable de se tourner vers ce Dieu présent en elle et de s’unir à lui par l’intelligence et l’amour. Il y a là une seconde forme de présence, mais qui est moins présence de Dieu à l’âme que présence de l’âme à Dieu, par laquelle l’âme se tourne vers Dieu et le possède, jouit de sa présence, ce qui constitue à proprement parler la vie intérieure — et dans ses plus hauts degrés la vie mystique. C’est là ce sentiment de présence dont parle Grégoire de Nysse, qui ne constitue pas la présence, qui en est le résultat, et dont il décrit la progression avec toute la gamme des sens spirituels, depuis le parfum qui est l’indice d’une présence lointaine jusqu’au toucher de l’âme dans l’obscurité de la foi.

Importanza dell’adorazione e la missione dei laici nella società tecnica (terza e ultima parte)

Jean Daniélou, “La vérité de l’homme”, Études 360 (1961), 13-15 (in italiano e in francese)

Stazione Ostiense. Foto Joseph Tham

Ma dobbiamo andare oltre. Infatti, se ci attenessimo a quanto ho detto finora, la questione che ho posto all’inizio non sarebbe risolta: Dio rimarrebbe da una parte e le nostre attività terrene dall’altra. Invece il problema è se possiamo andare a Dio attraverso le nostre attività terrene. Questa è fondamentalmente l’unica questione. Con questo voglio dire che se si potesse andare a Dio solo al di fuori delle attività terrene, se le attività terrene fossero un ostacolo per andare a Lui, sarebbe una situazione assurda. Dio ci avrebbe fatti per Lui e noi passeremmo la vita a fare cose che ci allontanano da Lui. La creazione sarebbe davvero storta. E in effetti, non è così che spesso ci sembra? Ci sembra che ci sia un’incompatibilità tra le occupazioni che ci assorbono e una vita di unione con Dio. Finché ragioniamo in questo modo, certamente ci sbagliamo. Se c’è una cosa certa è che è nella nostra vita, così come esiste, che dobbiamo trovare Dio.
Il problema è uno solo. Un solo problema. E il problema è questo. Tutte le cose sono destinate a condurci a Dio. In realtà, la maggior parte delle cose ci allontana da Lui. L’unica questione è come far sì che le cose che ci allontanano da Dio diventino i mezzi per condurci a Lui. Questo è il punto centrale. Siamo noi, con il nostro cattivo uso delle cose, a renderle ostacoli tra Lui e noi; e quindi non c’è altro problema che trasformare queste stesse realtà, che sono quelle della nostra vita quotidiana, da ostacoli in mezzi. Tutta la vita spirituale non consiste in nient’altro. Tutto il cammino spirituale va dal momento in cui le cose sono ostacoli al momento in cui sono tornate ad essere mezzi. Ed è allora che le nostre attività temporali, le nostre attività terrene, diventano la materia stessa, si potrebbe dire, dell’esercizio per noi della vita spirituale, dei mezzi, per andare a Dio. In quel momento abbiamo trovato l’unità della nostra vita. Questa giornata, che può essere trascorsa nella più totale banalità, cioè assorbita dall’aspetto puramente umano dei compiti, e che può lasciarmi la sera con una sorta di vuoto spaventoso, dipende da me trasfigurarla con il miracolo del cuore e conferirle una sorta di sostanza incorruttibile.
In questo caso occorre mettere da parte i falsi problemi e i falsi pretesti. Dobbiamo andare oltre il piano delle difficoltà puramente intellettuali. Dobbiamo andare al fondo della questione. Il punto fondamentale è che il nostro essere è in cammino verso Dio e deve sforzarsi di decifrarlo attraverso tutte le cose. Egli è nascosto ovunque nella nostra vita. Siamo noi che non sappiamo come scoprirlo. Penso al beato Pierre Favre, compagno di Sant’Ignazio, che aveva il dono meraviglioso di rendere tutte le cose, come diceva lui, modi di preghiera. “Quando attraversavi montagne, campi, vigne, ti si presentavano modi di preghiera per chiedere l’aumento e il compimento di questi beni. Ringraziavi in nome di coloro che li possedevano e chiedevi perdono per coloro che non sapevano riconoscere questi beni nello spirito”. Queste sono modalità di preghiera per un viaggiatore. Possiamo facilmente lasciare che la nostra mente vaghi qui in cose inutili e vane, rifiutare, riprendere all’infinito questo settimanale di cui avremo finito per leggere fino all’ultima riga di pubblicità e sentire che abbiamo stupidamente occupato il nostro tempo. Il Beato Favre, al contrario, ha fatto di questi paesaggi che si dispiegavano davanti ai suoi occhi tanti modi di pregare.
È a questo sfondo, infine, che si riconducono tutte le cose. Sappiamo bene che le parole e le frasi sono inutili se non raggiungono questo ambito di conversione del cuore e di esperienza interiore. A volte siamo attratti da quegli indù che ci sembrano possedere i segreti di una certa saggezza. Ma perché guardare così lontano, oltre i mari, quando questa saggezza è a portata di mano, quando in fondo dipende solo da noi trovare questa pace. E non in una fuga dai nostri compiti terreni, ma semplicemente in un certo sguardo rinnovato su di essi, mentre li riceviamo da Dio e li portiamo a Lui. Non c’è altro segreto dell’esistenza e questo segreto è vicino a noi.

Testo originale in francese:

Mais il faut que nous aboutissions plus loin encore. Car, si nous nous en tenions à ce que j’ai dit jusqu’ici, la question que je posais au début ne serait pas résolue : Dieu resterait d’un côté et nos activités terrestres de l’autre. Alors que le problème est de savoir si nous pouvons aller à Dieu par nos activités terrestres. Cela est au fond l’unique question. Je veux dire par là que si on ne pouvait aller à Dieu qu’en dehors des activités terrestres, si les activités terrestres étaient un obstacle pour aller à lui, ceci constituerait une situation absurde. Dieu nous aurait faits pour Lui et nous passerions notre vie à faire des choses qui nous détournent de Lui. La Création serait vraiment faite de travers. Et en fait, n’est-ce pourtant pas ainsi souvent que nous avons l’impression que sont les choses. Il nous semble qu’il y a une incompatibilité entre les occupations qui nous absorbent et une vie d’union à Dieu. Tant que nous raisonnons ainsi, nous sommes certainement dans le faux. Si une chose est certaine, c’est que c’est dans notre vie, telle qu’elle existe, que nous avons à trouver Dieu.
Il n’y a qu’un problème. Un seul. Et le problème est celuici. Toutes choses sont faites pour nous conduire à Dieu. En fait, la plupart des choses nous détournent de Lui. La seule question est de faire que les choses qui nous détournent de Dieu deviennent des moyens de nous conduire à Lui. Toute la question est là. C’est nous, par le mauvais usage que nous faisons des choses, qui en faisons des obstacles entre Lui et nous; et donc, il n’y a pas d’autre problème que de transformer ces réalités mêmes, qui sont celles de notre vie quotidienne, d’obstacles en moyens. Toute la vie spirituelle ne consiste qu’en cela. Tout l’itinéraire spirituel va du moment où les choses sont des obstacles jusqu’au moment où elles sont redevenues des moyens. Et c’est là alors où nos activités temporelles, où nos activités terrestres deviennent la matière même, peut-on dire, de l’exercice pour nous de la vie spirituelle, des moyens, d’aller à Dieu. A ce moment nous avons retrouvé l’unité de notre vie. Cette journée qui peut se passer dans la banalité la plus totale, c’est-à-dire absorbée par l’aspect purement humain des tâches et qui peut me laisser le soir cette espèce de vide affreux, il dépend de moi de la transfigurer par le miracle du cœur et de lui conférer une sorte de substance incorruptible.
Il faut écarter ici les faux problèmes et les faux prétextes. Il faut dépasser le plan des difficultés purement intellectuelles. Il faut atteindre le fond même de la question. Ce fond des choses, c’est que nos êtres sont en marche vers Dieu et doivent s’efforcer de le déchiffrer à travers toutes choses. Il est caché partout dans notre vie. C’est nous qui ne savons pas le découvrir. Je pense à ce bienheureux Pierre Favre, ce compagnon de saint Ignace, qui avait ce don merveilleux de faire de toutes choses, comme il le disait, des modes d’oraison. « Quand tu traversais des montagnes, des champs, des vignes, des modes d’oraison se présentaient à toi, pour demander l’accroissement et l’accomplissement de ces biens. Tu rendais grâce au nom des possesseurs, tu demandais pardon pour ceux qui ne savent pas reconnaître en esprit ces biens. » Voilà des modes d’oraison pour un voyageur. Nous pouvons si bien laisser notre esprit divaguer ici dans des choses inutiles et vaines, rejeter, reprendre indéfiniment cet hebdomadaire dont nous aurons fini par lire jusqu’à la dernière ligne de réclame et avoir l’impression que nous avons stupidement occupé notre temps. Le Bienheureux Favre faisait au contraire de ces paysages qui se déroulaient sous ses yeux autant de modes d’oraison.
C’est finalement à ce fond que toutes choses aboutissent. Nous savons très bien que paroles et phrases sont vaines si elles ne rejoignent pas ce domaine de la conversion du cœur et de l’expérience intérieure. Quelquefois nous sommes attirés par ces Hindous qui nous apparaissent comme possédant les secrets de je ne sais quelle sagesse. Mais pourquoi chercher si loin, au-delà des mers, quand cette sagesse est à notre portée, quand il dépend après tout de nous seuls de trouver cette paix. Et cela non pas dans je ne sais quelle évasion en dehors de nos tâches terrestres, mais simplement dans un certain regard renouvelé que nous portons sur elles en les recevant de Dieu et en les Lui rapportant. Il n’y a pas d’autre secret à l’existence et ce secret est proche de nous.

La Trinità e il mistero dell’esistenza

Jean Daniélou, La Trinité et le Mystère de l’existence, Desclée de Brouwer, Paris 1968, 11-12 (italiano e francese)

Nella Trinità ci vengono rivelate le profondità ultime della realtà, il mistero dell’esistenza. Egli è il principio e l’origine della creazione e della redenzione; inoltre, tutte le cose sono in ultima analisi in relazione con lui nel mistero della lode e dell’adorazione. È soprattutto ciò che dà a tutto la sua consistenza. Tutto il resto procede da esso e tende ad esso. Di conseguenza, la conversione essenziale è quella che ci fa passare dal mondo visibile, che ci sollecita dall’esterno, a questo mondo invisibile che è sia sovranamente reale, in quanto costituisce il fondamento ultimo di tutta la realtà, sia sovranamente santo e mirabile, in quanto fonte di ogni beatitudine e gioia.
Di conseguenza, in ogni conversione particolare, in ogni progresso della nostra vita, c’è questa conversione fondamentale, che è l’apertura alla realtà fondamentale delle Persone divine, la scoperta che è in esse che risiede la pienezza di tutte le cose, l’invito a basarsi su di esse e a trovare in esse ciò che sarà nel tempo e nell’eternità il tesoro della nostra vita.
È in questo che la contemplazione è soprattutto un modo per penetrare più profondamente nella realtà. Al contrario, il peccato consiste nel non aprirsi a ciò che è veramente reale e nel rimanere in un mondo esterno e superficiale, che fa parte della nostra vita egoistica.
È in questa fondamentale conversione contemplativa che dobbiamo entrare, cercando di aprirci alla realtà sovrana della Santissima Trinità, affinché il nostro cuore si riempia della sua luce, lasciando il resto e rivolgendo la nostra anima verso di essa. Ma per aiutarci in questa contemplazione, per riscoprire quale sia la realtà della Trinità in sé, dobbiamo partire dalla manifestazione della Trinità nella creazione stessa…

Testo in francese:

Dans la Trinité se dévoilent à nous les profondeurs dernières du réel, le mystère de l’existence. Elle est le principe et l’origine de la création et de la rédemption; par ailleurs toutes choses lui sont finalement rapportées dans le mystère de la louange et de l’adoration. Elle est, au-delà de tout, ce qui donne à tout sa consistance. Tout le reste en procède et y tend. Dès lors la conversion essentielle est cette conversion qui nous fait passer du monde visible, qui nous sollicite de l’extérieur, à ce monde invisible qui est à la fois souverainement réel, puisqu’il constitue le fond dernier de toute réalité, et souverainement saint et admirable, puisqu’il est la source de toute béatitude et de toute joie.
Par suite dans toute conversion particulière, dans tout progrès de notre vie, il y a cette conversion fondamentale, qui est ouverture à la réalité foncière des Personnes divines, découverte que c’est en elles que réside la plénitude de toutes choses, appel à nous suffire d’elles et à trouver en elles ce qui sera dans le temps et l’éternité le
trésor de nos vies.
C ’est en cela que la contemplation est avant tout une certaine manière de pénétrer plus profondément dans la réalité. Et inversement, le péché consiste à ne pas s’ouvrir à ce qui est vraiment réel et à rester dans un monde extérieur et superficiel, qui relève de notre vie égoïste.
C ’est dans cette conversion contemplative fondamentale que nous devons entrer en essayant de nous ouvrir à cette réalité souveraine de la Sainte Trinité, de manière à ce que nos coeurs soient remplis de sa lumière, laissant là le reste et tournant nos âmes vers elle. Mais, pour nous aider dans cette contemplation, pour redécouvrir ce qu’est la réalité de la Trinité en elle-même, nous devons partir de la manifestation de la Trinité dans la création elle-même.

L’apparizione a Maria Maddalena

Dai Carnets Spirituels di Jean Daniélou (italiano e francese)

L’apparizione a Maria Maddalena: qui appare sempre uguale, insolentemente indifferente a tutto ciò che non è Gesù. Che cosa le fanno Pietro, gli angeli e il giardiniere? Le interessano solo nella misura in cui possono aiutarla a trovare Gesù. Non si ferma a loro, supera tutti gli ostacoli, ignora tutto ciò che non è Gesù e non vuole conoscerlo: Num quem diligit anima mea vidistis? Così dobbiamo andare, evitando tutti gli ostacoli, non fermandoci a nessun maestro umano, avendo una sola domanda: Dove hanno messo il mio Signore? Cercandoti, o Gesù, senza sosta, senza mai rassegnarmi a rimanere dove sono, cercandoti sempre di più, finché non ti abbia trovato; camminando nella fede pura, sostenuta dalla tua parola; non lasciandomi scoraggiare da nessuna difficoltà, perché l’amore non conosce difficoltà; facendo buon uso delle mie forze, della mia reputazione, del mio tempo: si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam. Quindi, Gesù, tu riempi l’universo per me, sei il mio universo. Deve bastare che io sappia che qualcosa ti piace perché io cerchi di dartela; che io mi applichi alle virtù che tu vuoi, alle opere che tu vuoi; che io cerchi soprattutto di darti le anime, perché nulla ti è più gradito; che io sia libero rispetto a tutto e a me stesso, indifferente a ciò che si dice e si pensa, ignaro di dove sono, non sapendo più cosa voglio, cercando solo te, volendo solo ciò che tu vuoi. Fa’ che non mi preoccupi soprattutto di me stesso, Gesù; i miei interessi sono nelle tue mani, sono più sicuri lì che nelle mie; così sono tanto più libero di preoccuparmi solo di te. E tu ti mostrerai a me. All’inizio non ti ho riconosciuto perché cercavo un uomo morto. Il cristianesimo era per me una saggezza che mi aveva sedotto. Ma se fosse solo questo, questa saggezza potrebbe essere paragonata ad altre che potrebbero essere preferite ad essa. Non è questo il punto. È la realtà. Il cristianesimo è che tu sei risorto e vivo e noi siamo con te, che il cielo è aperto e che la strada per arrivarci passa attraverso la croce. Ed è per questo che la sapienza del Vangelo è l’unica sapienza, perché tu sei l’unica via che conduce gli uomini alla vita (p. 325-326).

Testo in francese

L’apparition à Marie-Madeleine : elle apparaît ici toujours la même, insolemment indifférente à tout ce qui n’est pas Jésus. Que lui font et Pierre et les Anges, et le jardinier même : ils ne l’intéressent que dans la mesure où ils peuvent l’aider à trouver Jésus. Elle ne s’arrête pas à eux, elle dépasse tous les obstacles, elle ignore tout ce qui n’est pas Jésus et ne veut pas le connaître : Num quem diligit anima mea uidistis ? Ainsi nous faut-il aller, évitant tous les obstacles, ne nous arrêtant à aucun maître humain, n’ayant jamais qu’une question : Où ont-ils mis mon Seigneur ? Vous cherchant, ô Jésus, sans relâche, ne me résignant jamais à rester où je suis, vous cherchant toujours plus loin, jusqu’à ce que je vous aie trouvé ; marchant dans la pure foi , appuyé sur votre parole ; ne me laissant rebuter par aucune difficulté, car l’amour ne connaît pas de difficulté ; faisant bon marché de mes forces, de ma réputation, de mon temps : si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam. Ainsi, Jésus, vous remplissez pour moi l’univers, vous êtes mon univers. Il doit suffire que je sache qu’une chose vous contente pour que je cherche à vous la donner : que je m’applique ainsi aux vertus que vous voulez, aux travaux que vous voulez ; que je cherche surtout à vous donner des âmes, parce que rien ne vous est plus agréable ; que je sois libre à l’égard de tout et de moi-même, indifférent à ce qu’on dit et à ce qu’on pense, ignorant où je suis, ne sachant plus ce que je veux, ne cherchant que vous, ne voulant que ce que vous voulez. Que je ne m’occupe plus de moi surtout, Jésus ; mes intérêts sont entre vos mains, ils y sont plus en sûreté que dans les miennes ; ainsi suis-je d’autant plus libre pour ne m’occuper que de vous. Et vous vous montrerez à moi. D’abord je ne vous ai pas reconnu parce que je cherchais un mort. Le christianisme était pour moi une sagesse qui m’avait séduit. Mais s’il n’était que cela, cette sagesse pourrait être comparée à d’autres qu’on pourrait lui préférer. La question n’est pas là. Il est la réalité. Le christianisme, c’est que vous êtes ressuscité et vivant et nous avec vous, c’est que le ciel est ouvert, et que la voie qui y conduit est celle de la croix. Et c’est pourquoi la sagesse de l’Évangile est la seule, parce que vous êtes la seule voie qui conduise les hommes à la vie. (p. 325-326)

L’incontro con i discepoli di Emaus

Una meditazione di Jean Daniélou (in italiano e in francese) tratta da Carnets spirituels

I discepoli di Emaus, tabernacolo capella Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma

I discepoli di Emmaus : Gesù Consolatore. Erano depressi, rimuginavano senza avanzare la loro delusione. Quale improvviso calore in loro alla voce cordiale e fiduciosa di Gesù: O stulti et tardi ad credendum. Come fu evidente quando mostrò loro come tutto dovesse accadere. Così li lascia fiduciosi, gioiosi, restituiti a se stessi. Gesù, resta anche tu con me, stabiliscimi nella fiducia, nella gioia, nella pace, perché possa iniziare una vita nuova – Ecce noua facio omnia – in cui vada di gioia in gioia: gioia della preghiera dove mi consoli, gioia della Messa dove mi dai la certezza della vita eterna, dove il tuo sangue inebria la mia anima, gioia del breviario dove mi mostri che tutto parla di te. Vuoi che la mia vita ora, tutta unificata in te e morta al mondo e a me stessa, sia trascinata da un grande slancio di amore per te e di servizio devoto alle anime. Fa’ che nulla più costringa e rattristi il mio cuore. Che io possa vivere nella vera gioia, quella che nasce dalla donazione, dall’espansione, non dal ripiegamento; quella che scaturisce quando si sente che si cammina verso un grande destino, che tutto è ordinato e organizzato. Mi hai tirato fuori dalla trappola, o Gesù, mi hai rimesso sulla strada giusta. Che io possa camminare con te, magnis itineribus, verso la patria dove mi aspetti. Che io possa già gustare le gioie celesti della tua intimità, della bontà di mia Madre, della carità fraterna, dell’obbedienza nascosta che mi nasconde nella tua volontà, dell’effusione del tuo Spirito Santo – e che la mia anima esulti nel Signore. (p. 327-328)

Les disciples d’Emmaùs 564 : Jésus consolateur. Ils étaient déprimés, ruminant sans avancer leur déception. Quelle soudaine chaleur en eux à la voix cordiale et assurée de Jésus : O stulti et tardi ad credendum. Quelle évidence lorsqu’il leur montre comment c’était bien ainsi que tout devait se passer. Aussi les laisse-t-il confiants, joyeux, rendus à eux-mêmes. Jésus, restez avec moi aussi, établissez-moi dans la confiance, dans la joie, dans la paix, que je commence une vie toute nouvelle – Ecce noua facio omnia – où j’aille de joie en joie : joie de l’oraison où vous me consolez, joie de la messe où vous me donnez l’assurance de la vie éternelle, où votre sang enivre mon âme, joie du bréviaire où vous me montrez que tout me parle de vous. Vous voulez que maintenant ma vie, tout entière unifiée en vous et morte au monde et à moi-même, soit emportée d’un grand élan d’amour pour vous et de service dévoué des âmes. Il ne faut plus que rien [ne] resserre et [n’]attriste mon cœur. Que je vive dans la vraie joie, celle qui vient du don, de l’expansion – et non du repliement ; celle qui jaillit quand on a le sentiment qu’on marche vers un grand destin, que tout s’ordonne et s’organise. Vous m’avez tiré du piège, ô Jésus, vous m’avez remis dans la voie droite. Faites que j’y marche à vos côtés, magnis itineribus, jusqu’à la patrie où vous m’attendez. Faites que déjà je goûte les joies célestes de votre intimité, de la bonté de ma Mère, de la charité fraternelle, de l’obéissance cachée qui me cache dans votre volonté, de l’effusion de votre Esprit-Saint – et que mon âme exulte dans le Seigneur. (p. 327-328)

La mia vita inizia sul calvario

Meditazione di Jean Daniélou (a seguire il testo in francese)

Chiostro della cattedrale di Pisa

Sanguis Christi inebria me: Gesù, da te ho ricevuto la vita. È il tuo sangue che mi ha rigenerato. Dal tuo sangue ricevo tutto. La mia vita inizia sul Calvario. Questo è ciò che devo capire. C’è un vecchio ordine che comprende il pensiero, gli affetti umani, la città: questo ordine è finito. È un mondo nuovo che inizia al Calvario. È il mondo del sangue di Cristo. Questo sangue è l’unico valore, nihil aliud. Non c’è nient’altro. È l’unica linfa. Questo mondo nasce sul Calvario, dal costato trafitto di Gesù, e da lì copre l’universo. Questo sangue è tutto il mio tesoro, è la mia vita. O Gesù, tra poco prenderò tra le mani questo calice del tuo sangue e lo berrò: dammi di attingere da esso la vita nuova e la gioia che è nella croce – e di non volere altro cibo, altra sapienza, altro universo. Fammi avvicinare alla tua croce e bere dal tuo costato che è fonte di vita. Come l’albero della vita dava la vita in Paradiso, così nel nuovo Paradiso, che è quello del tuo sangue, è dal tuo corpo attaccato alla croce che nasce tutta la vita. Dammi di essere estraneo a tutto ciò che non è l’universo del tuo sangue – e se ho conosciuto il mondo secondo la carne, di non conoscerlo più. Tu sei tutta la vita. E c’è vita solo in te. Tutto il resto è abrogato. O Gesù, questo tesoro del tuo sangue, non solo mi rivesti, ma lo metti nelle mie mani perché io lo versi sulle anime. Che io sappia solo questo nei miei rapporti con le anime, che io dia solo il tuo sangue, cioè né il mondo, né io, né tu senza il tuo sangue, ma il tuo sangue, la tua passione, la tua umiltà, il tuo abbandono, la tua abdicazione. Che io possa vivere solo nel Paradiso irrigato dal fiume del tuo sangue, nella Chiesa nata dal tuo costato trafitto, e che possa vedere nella tua Chiesa il tuo sangue, che possa vederla sempre vestita del tuo sangue, redenta da te. “Voglio che ci ubriachiamo e ci immergiamo nel sangue di Cristo crocifisso, affinché le cose amare diventino per noi dolci e le cose dolci amare”. Fa’ che il tuo sangue copra tutto per me da quest’ora, o Gesù, e che non ci sia per me altro universo che quello coperto dal tuo sangue, o agnello sacrificale. Che io ignori tutto il resto. Che io viva attaccato alla tua croce, nascosto nella ferita del tuo costato, avendo continuamente davanti agli occhi la tua Passione, poiché è l’unica verità di questo mondo (pp. 313-314).

Testo in francese

Sanguis Christi inebria me : Jésus, de vous j’ai reçu la vie. C’est votre sang qui m’a régénéré. Je tiens tout de votre sang. Ma vie commence au Calvaire. C’est cela qu’il faut que je comprenne. Il y a un ordre ancien qui comprend la pensée, les affections humaines, la cité : cet ordre est révolu. C’est un monde nouveau qui commence au Calvaire. C’est le monde du Sang du Christ. Ce sang est l’unique valeur, nihil aliud. Il n’y a plus rien d’autre. Il est l’unique sève. Ce monde naît au y calvaire, du côté percé de Jésus , et de là couvre l’univers. » Ce sang est tout mon trésor, il est ma vie. O Jésus, tout à l’heure je vais prendre en mes mains ce calice de votre sang et le boire : donnez-moi d’y puiser la vie nouvelle et la joie qui est dans la croix – et de ne plus vouloir d’autre nourriture, ni d’autre sagesse, ni d’autre univers. Faites que je m’approche de votre croix et que je boive à votre côté qui est la source de la vie. Comme l’arbre de vie donnait la vie au Paradis, ainsi au Paradis nouveau, qui est celui de votre sang, c’est de votre corps attaché à la croix que naît toute vie. Donnez-moi d’être étranger à tout ce qui n’est pas l’univers de votre sang – et si j’ai connu le monde selon la chair, de ne plus le connaître. Vous êtes toute vie. Et il n’y a de vie qu’en vous. Tout le reste est abrogé. Ô Jésus, ce trésor de votre sang, non seulement vous m’en revêtez, mais vous le déposez entre mes mains pour que je le répande sur les âmes. Faites que je ne connaisse plus que cela dans mes rapports avec les âmes, que je ne donne que votre sang, c’est-à-dire ni le monde, ni moi, ni même vous sans votre sang, mais votre sang, votre passion, votre humilité, votre délaissement, votre abaissement. Faites que je vive uniquement dans le Paradis arrosé par le fleuve de votre sang, dans l’Eglise née de votre côté percé, et que je voie dans votre Église votre sang, que je la voie toujours revêtue de votre sang, rachetée par vous. « Je veux que nous nous enivrions et nous plongions dans le sang du Christ crucifié afin que les choses amères nous deviennent douces et les douces amères. » Que dès cette heure, ô Jésus, votre sang couvre tout à mes yeux, l’il n’y ait plus d’univers pour moi que celui que couvre votre sang, ô agneau immolé. Que j’ignore tout le reste. Que je vive attaché à votre croix, caché dans la plaie de votre côté, ayant sous les yeux continuellement votre Passion, puisqu’elle est la seule vérité de ce monde. (p. 313-314).

Gesù davanti a Pilato

Meditazione di J. Daniélou (segue il testo in francese)

Gesù è condannato, affresco del Chiostro della cattedrale di Pisa

Gesù davanti a Pilato: silenzioso, con le mani legate, è come indifferente a tutta l’agitazione che lo circonda, alle grida dei Giudei, alle domande di Pilato: non si aggrappa a nulla, ha dimenticato tutto: è attento solo alla volontà del Padre: guarda al Padre – Pater mecum est – e questo è tutto per lui; ora la volontà del Padre è che la divinità sia nascosta: tace: le sue mani legate non fanno miracoli, la sua bocca muta non risponde alle parole senza replica. O Gesù, che io possa camminare così dietro a te, guardando solo te, dimenticando tutto, la mia vita passata, quello che ero, l’uomo vecchio, le mie abitudini di mente, le mie inclinazioni di cuore: unice desiderando et spectando: gli occhi fissi su di te che mi attiri dal cielo, attento a non fare un passo falso, interamente sospeso sulla tua parola. Ma c’è ancora qualcos’altro in te, o Gesù: questo popolo che ti circonda e ti rifiuta non ti è indifferente, tu lo ami. Ma tu sai che il modo efficace per dimostrare il tuo amore salvandoli non è più quello di insegnare loro – il loro stesso odio, la viltà degli apostoli, dimostrano che nemmeno la tua parola può cambiare il cuore dell’uomo – ma solo quello di morire per loro. Così, o Gesù, è per amore di coloro che ti insultano che ti lasci insultare in questo modo, per guadagnare loro la salvezza e la vita; così, d’ora in poi, sarai dato, interamente dato agli uomini, nel tuo Vangelo, che essi sezioneranno, altereranno e rifiuteranno, nella tua Eucaristia, che essi abbandoneranno e profaneranno: permettendoti di essere trattato in questo modo da loro, redimerai proprio coloro che ti insultano: totus in nostros usus expensus. Insegnami a imitarti anche in questo, o Gesù, a essere totalmente donato agli altri e per gli altri, a non tenere nulla della mia vita per me stesso, a essere interamente al servizio degli altri; fa’ che questa sia la mia mortificazione essenziale, affinché io possa imitarti e prolungarti in questo. (p. 310)

Testo in francese

Jésus devant Pilate : silencieux, les mains liées, il est comme indifférent à toute cette agitation qui l’entoure, aux cris des Juifs, aux interrogations de Pilate : il ne se raccroche à rien, il a comme tout oublié : il est uniquement attentif à la volonté du Père : il regarde le Père – Pater mecum est – et c’est là tout pour lui ; or la volonté du Père est maintenant que la divinité se cache : il se tait : ses mains liées ne font pas de miracles, sa bouche muette ne répond pas les paroles sans répliques. O Jésus, que je marche ainsi à votre suite, ne regardant que vous, oubliant tout, ma vie passée, ce que j’ai été, l’homme ancien, mes habitudes d’esprit, mes penchants de cœur : unice desiderando et spectando : les yeux fixés sur vous qui m’attirez du haut du ciel, attentif à ne pas faire de faux pas, tout entier suspendu à votre parole. Il y a cependant autre chose encore en vous, ô Jésus : ce peuple qui vous entoure et vous rejette ne vous est pas indifférent, vous l’aimez. Mais vous savez que le moyen efficace de lui prouver votre amour en le sauvant, ce n’est plus de l’enseigner – sa haine même, la lâcheté des apôtres, prouve que même votre parole ne peut changer le cœur de l’homme -, c’est seulement de mourir pour lui. Ainsi, ô Jésus, c’est par amour pour ceux qui vous outragent que vous vous laissez ainsi outrager, pour leur valoir le salut et la vie ; ainsi désormais serez-vous donné, entièrement donné aux hommes, dans votre Évangile, qu’ils disséqueront, qu’ils altéreront, qu’ils rejetteront, dans votre Eucharistie qu’ils laisseront, qu’ils profaneront : c’est en vous laissant ainsi traiter par eux que vous rachetez ceux mêmes qui vous maltraitent : totus in nostros usus expensus. Enseignez-moi à vous imiter aussi en cela, ô Jésus, à être totalement donné aux autres et pour les autres, à ne rien garder pour moi de ma vie, à être tout entier au service des autres ; que ce soit ma mortification essentielle, pour que je vous imite et je vous prolonge en cela. (Carnets spirituels, p. 310)

L’agonia all’orto di Getsemani

Jean Daniélou, sj

Tratto dai Carnets spirituels di Jean Daniélou (Traduzione di Marcelo Bravo Pereira)

Gesù vede tutte le sofferenze che lo attendono, quelle fisiche, e anche lo strazio di vedere il popolo che ama, che ieri lo acclamava come re, rivoltarsi contro di lui e convincersi della sua impostura; sta già sperimentando la sofferenza peggiore: la sua umanità è carica di tutto il peccato del mondo, dei miei peccati, del peggiore dei peccati, e come tale rifiutata dal Padre e destinata alla giustizia. Sente questo orrore del peccato fino all’angoscia, si sente separato da Dio che è la vita stessa. O Gesù, è per il mio bene che hai voluto soffrire questo. Hai voluto precedermi in questo cammino di morte che porta alla vita. Hai voluto che ti avessi come compagno in questa solitudine, in questo abbattimento, in questa separazione da tutto, e che fossi sostenuto, confortato e consolato dalla tua presenza: In medio umbrae mortis non timebo mala quoniam tu mecum es. Desidero entrare in questa morte con te, o Gesù. Sei tu che mi ci spingi: chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Accetto qualsiasi sofferenza tu voglia mandarmi, del corpo, del cuore, della mente, dell’anima. Mi abbandono completamente a te. So che devo morire completamente. E so che il momento è arrivato. Che i fiori appassiscano, che le gioie dei sensi, della mente, del cuore, dell’io, dell’anima stessa, scompaiano tutte, affinché appaiano i frutti che tu desideri; che questi focolai di voluttà, di orgoglio, di curiosità, questa triplice concupiscenza, focolaio di ogni peccato, muoiano; che si secchino e muoiano come una pelle morta; nulla è sano nella mia carne, il peccato ha corrotto tutto e tutto deve morire: non solo questo o quello, ma tutto. O Gesù, voglio portare con te anche il peso del peccato degli altri, affinché il mio calice sia più amaro perché il loro sia più leggero; sono disposto a prendere con te il più doloroso, se ti degni di concedermelo. Gesù, ho paura della sofferenza. Ma la vedo in tutta la sua estensione, vedo l’universo della sofferenza. E ti vedo dappertutto, TUTTO, non c’è luogo in cui non ti trovi, non un’umiliazione, non una sofferenza, non un abbandono. Così l’universo della sofferenza non mi fa più paura, perché ti troverò sempre lì e quando ho te, ho tutto, perché temo solo una cosa, cioè di essere separato da te. Gesù, voglio raccogliere in questi giorni tutte le sofferenze della mia vita, le sue umiliazioni, tutto ciò che è stato spesso mutilato, per renderlo utile oggi unendolo alla tua sofferenza e accettandolo con te. (p. 307-308)

Testo in francese:

L’agonie au jardin : Jésus voit toutes les souffrances qui Entendent, souffrances physiques, déchirement aussi pour son cœur de voir ce peuple qu’il aime et qui hier le saluait pour son roi, retourné contre lui et persuadé de son imposture ; déjà il éprouve la pire souffrance : son humanité est chargée de tout h péché du monde, de mes péchés, des pires péchés, et comme telle rejetée par le Père et vouée à la justice. Il éprouve jusqu’à l’angoisse cette horreur du péché ; il se sent séparé de Dieu qui est la vie même. O Jésus, c’est pour moi que vous avez voulu souffrir cela. Vous avez voulu me précéder dans cette voie de la mort qui conduit à la vie. Vous avez voulu que dans cette solitude, cet abaissement, cette séparation de tout, je vous aie toujours pour compagnon et que votre présence me soutienne, me réconforte, me console : In medio umbrae mortis non timebo mala quoniam tu mecum es. Je désire entrer avec vous dans cette mort, ô Jésus. C’est vous qui m’y poussez : celui qui ne prend pas sa croix et me suit n’est pas digne de moi. J’accepte toute souffrance que vous voudrez m’envoyer, du corps, du cœur, de l’intelligence, de l’âme. Je m’abandonne entièrement à vous. Je sais que je dois entièrement mourir. Et je sais que l’heure en est venue maintenant. Il faut que les fleurs se fanent, que les joies des sens, de l’intelligence, du cœur, du moi, de l’âme même, que tout cela disparaisse, pour que les fruits que vous désirez paraissent ; que meurent surtout ces foyers de volupté, d’orgueil, de curiosité, cette triple concupiscence, foyer de tout péché ; qu’elle sèche et meure comme une peau morte ; rien n’est sain dans ma chair, le péché a tout corrompu et tout doit mourir : non pas seulement ceci ou cela, mais tout. O Jésus, je désire aussi porter avec vous le poids du péché des autres, que mon calice soit plus amer pour que le leur soit plus léger ; je veux bien avec vous prendre le plus pénible, si vous daignez me l’accorder. Jésus, j’ai peur de la souffrance. Mais je peux la considérer dans toute son extension, voir l’univers de la souffrance. Et je vous vois partout, TOUS l’avez prise tout entière, il n’y a pas une place où je ne (vous) trouve, pas une humiliation, pas une souffrance, pas un abandon. Alors l’univers de la souffrance ne me fait plus peur puisque je vous y trouverai toujours et que quand je vous ai, j’ai tout, puisque je ne crains qu’une chose, qui est d’être séparé de vous. Jésus, je veux rassembler en ces jours toutes les souffrances de ma vie, ses humiliations, tout cela qui a été souvent mutile, pour le rendre utile aujourd’hui en l’unissant à votre souffrance et en l’acceptant avec vous. (p. 307-308)