L’Immacolata Concezione e le nostre aspirazioni

Jean Daniélou, Carnets spirituels , 1939-40. Durante la Guerra

Immacolata Concezione, Bordeaux

Spéculum sine macula: Maria realizza perfettamente l’idea della creatura, che deve essere un’azione di grazia in risposta alla grazia, εικων, απεικονισμα, rapportarsi interamente a Dio, da cui si riceve interamente; e mostrare che questo spossessamento, lungi dal perderci, ci realizza, anzi ci salva perdendoci, poiché la nostra essenza è ricevere, dipendere – e che porsi come assoluto è snaturarci e morire davvero.
Accordo tra l’Immacolata e le aspirazioni del nostro cuore. Nostalgia del Paradiso perduto: un mondo di innocenza: l’alba di certi giorni, nella rugiada dei prati e dei rami, un tale sguardo di bambino:


“Quanto sei lontano, paradiso profumato,
dove in un azzurro limpido tutto è amore e gioia.
Dove tutto ciò che amiamo è degno di essere amato”.

Baudelaire

Nostalgia di un’umanità innocente e fraterna: l’Età dell’Oro e Isaia, Virgilio e Platone, Tommaso Moro e i socialisti: questa ricerca di un ordine migliore nel cuore stesso delle convulsioni del mondo attuale. Maria ha realizzato questo sogno dei nostri cuori: è entrata nel Paradiso dei nostri sogni. È bella, tota pulchra. Nessuna opacità, nessuna macchia, nulla che alteri la sua totale trasparenza: candor est lucis aeternae. Ci sono cose belle nel creato, le cime innevate o il mare all’alba; ci sono anime ammirevoli, di servizio disinteressato, di luminosa limpidezza. Ma ovunque sentiamo che ci sono dei limiti, tranne che in Maria. Quando è apparsa, è apparso un nuovo ordine hiems transit, flores apparuerunt. È l’ordine primitivo restaurato, il Paradiso ritrovato, l’innocenza riconquistata. È la pace ristabilita – gli angeli tornano a circolare tra cielo e terra – e già l’umanità fraterna di cui è madre e che, per il momento, incarna nella sua interezza. Una lezione e una forza: la lezione è mostrarci dove si trova la fonte della vera pace: la fonte della guerra è l’avidità e l’orgoglio; la fonte della pace è il distacco dai beni terreni e l’umiltà; ed è questo che Maria ci mostra. Questo è l’unico principio di un mondo in cui la felicità non si trova nel litigio ma nella condivisione dei beni, non nel dominio ma nel servizio; la forza è che Maria è disposta e capace di comunicarci la pienezza della grazia; ha a disposizione i tesori della grazia, ha trovato la grazia; e la grazia è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno. Avviciniamoci dunque alle sue sorgenti, i sacramenti; beviamo profondamente dell’acqua e mangiamo il pane che danno la vita eterna e nutrono coloro che, con Maria e attraverso di lei, ianua caeli, sono tornati in Paradiso, irrigato dai quattro fiumi e dove cresce l’albero della vita. Un tesoro prezioso, un Graal incomparabile, che dobbiamo andare a cercare. Ascoltiamo il richiamo dentro di noi dell’innocenza, del Paradiso, della grazia perduta; sappiamo che nulla è irreparabile, che non c’è macchia che Lei non cancelli, non c’è ferita che Lei non guarisca, non c’è abbandono che Lei non visiti. Maria è lì, che ci tende le braccia. Volgiamoci verso di lei e riceviamo dalle sue mani la grazia che lei solo desidera comunicarci e che esaudisce il desiderio più profondo del nostro cuore.

Il cuore verginale. La purezza è l’assenza di contaminazione; ma un ideale negativo non sarebbe sufficiente: sarebbe soprattutto conservazione, rifiuto, paura e ignoranza. Quindi è qualcosa di molto diverso: è la fedeltà a un unico amore. Tale è il cuore di Maria: fin dall’inizio sedotto da Dio e sempre fedele a lui: Dilectus meus mihi et ego illi. Così la purezza ha un aspetto austero, ma è una fedeltà: è un amore inflessibile: fortis est sicut mors dilectio; – essere fedele all’amore, che rende l’anima estranea a tutto ciò che non è il suo amore, che la separa, la concentra, la raccoglie, la raccoglie in un’intimità dove trova tutto in colui che è il suo tutto. È un’ignoranza di tutto il resto, ma non un’ignoranza che non sa ciò che non sa, bensì un’ignoranza che vuole ignorare ciò che non vale la pena di conoscere. Ma non è strano dire che l’amore è duro e inflessibile? Non ci appare soprattutto come dolcezza e tenerezza? C’è una dolcezza nell’amore: Maria conosce questa dolcezza ed è la dolcezza della sua intimità con Dio; ma proprio perché possiede questo tesoro è forte e pronta a tutto per difenderlo. Il vero amore è come una melagrana che protegge la dolcezza del suo frutto con una scorza dura. Questo è il cuore verginale: non quello che non ama, ma quello che si salva per un solo amore; non quello che rifiuta di amare, ma quello che si conserva e si possiede per donarsi. I cuori che amano veramente sono cuori puri. Il male non potrà mai fare altro che diminuire il nostro amore. Ma questo amore esclusivo e verginale di Dio non separa l’anima dagli altri? Anche in questo caso, niente affatto. Ma la separa solo dal male. L’amore di Dio e l’amore per gli altri, lungi dall’essere opposti, sono una cosa sola; l’amore esclusivo di Dio ci porta nella comunità degli amici di Dio, espande il cuore lungi dal restringerlo, lo libera dai suoi limiti. E in questa formazione infinitamente delicata del cuore, non distrugge nulla; lascia che rimanga la giusta sfumatura di tutti i legittimi amori naturali; ma li purifica dai loro limiti, da ciò che li chiude, li esclude; li fa comunicare insieme e con l’amore di Dio. Ed è solo durante le fasi preparatorie che l’anima deve rompersi e frantumarsi per trovare Dio. Poi, fissata in Dio, trova in Lui tutte le altre. Visione della Vergine che schiaccia il serpente. È l’innocenza che sa e l’esperienza che non sa. Aderisce a Dio: Unus spiritus est. Santo, consacrato, tutto a Dio.

Originale in francese

Spéculum sine macula : Marie réalise parfaitement l’idée de créature qui est d’être action de grâce en réponse à la grâce, eikon, apeikonisma, de se rapporter tout entière à Dieu de qui elle se reçoit entièrement ; et montrer que cette dépossession, loin de nous perdre, nous réalise, ou mieux nous sauve en nous perdant, puisque notre essence est d’être reçu, de dépendre – et que c’est nous fausser et mourir vraiment que de nous ériger en absolu.

  1. Accord de l’immaculée et des aspirations de notre cœur. Nostalgie du Paradis perdu : monde d’innocence : l’aube de certains jours, dans la rosée des prés et des branches, tel regard d’enfant :
    « Comme vous êtes loin, paradis parfumé,
    Où dans un clair azur tout n ’est qu’amour et joie.
    Où tout ce que l’on aime est digne d’être aimé. »
    Nostalgie d ’une humanité innocente et fraternelle : l’âge d’or et Isaïe, Virgile et Platon, Thom as More et les socialistes : cette recherche d’un ordre meilleur au cœur même des convulsions du monde présent. Or, ce rêve de nos cœurs, Marie le réalise : elle est rentrée dans ce Paradis dont nous rêvons. Elle est toute belle, tota pulchra. Aucune opacité, aucune souillure, rien qui altère la totale transparence : candor est lucis aeternae. Il y a de belles choses dans la création, les cimes neigeuses ou la mer à l’aurore ; il y a des âmes admirables, de service désintéressé, de limpidité lumineuse. Mais partout nous sentons ici ou là des limites, sauf en Marie. Quand elle est apparue. c’est un ordre nouveau qui est apparu? hiems transit, flores apparuerunt . C ’est l’ordre primitir restauré, le Paradis retrouvé, l’innocence recouvrée. C ’est la paix rétablie – les anges circulent à nouveau entre le ciel et la terre – et déjà l’humanité fraternelle dont elle est la mère et pour le moment qu’elle incarne tout entière. Une leçon et une force : la leçon, c’est de nous m ontrer où est la source de la vraie paix : la source de la guerre, c’est la cupidité et l’orgueil ; la source de la paix, c’est le détachement des biens de la terre et l’humilité; or, c’est cela que nous montre Marie. C ’est là le seul principe d’un univers où l’on mettrait son bonheur non à se disputer, mais à se communiquer les biens, non à dominer, mais à servir ; la force, c’est que cette grâce dont elle a la plénitude, Marie veut et peut nous la communiquer, elle dispose des trésors de la grâce, elle a trouvé la grâce ; or, la grâce est la seule chose dont nous ayons besoin. Approchons-nous donc de ses sources que sont les sacrements, buvons à long trait l’eau et mangeons le pain qui donnent la vie éternelle et qui nourrissent ceux qui, avec Marie et par elle, ianua caeli, sont rentrés au Paradis, arrosé des quatre fleuves et où pousse l’arbre de vie. Trésor précieux, Graal incomparable, qu’il faut se mettre en route pour aller quérir. Ecouter l’appel en nous de l’innocence, du Paradis, de la grâce perdue ; sachons bien que rien n ’est irréparable, qu’il n ’est nulle souillure qu’elle n ’efface, nulle blessure qu’elle ne guérisse, nul abandon qu’elle ne visite. Marie est là qui nous tend les bras. Toum ons-(nous) vers elle et recevons de ses mains cette grâce qu’elle ne désire que nous communiquer et qui comble le vœu le plus profond de nos cœurs.
  2. Le cœur virginal. La pureté est absence de souillure ; mais un idéal négatif ne suffirait pas : ce serait avant tout préservation, refus, crainte et ignorance. Aussi est-ce bien autre chose : c’est la fidélité à un unique amour. Tel est le cœur de Marie : dès le début charmée seduîte par Dieu et qui toujours lui reste fidèle : Dilectus meus mihi et ego illi. Ainsi la pureté a bien un aspect austère, mais c’est qu’elle est une fidélité : c’est un amout inflexible : fortis est sicut mors dilectio; — d’être infidèle à l’amour, qui rend l’âme étrangère à tout ce qui n ’est pas son amour, qui la sépare, la concentre, la recueille, la rassemble dans une intimité où elle trouve tout dans celui qui est son tout. C ’est une ignorance de tout le reste, mais non l’ignorance qui ne sait ce qu’elle ignore, mais l’ignorance qui veut ignorer ce qui ne vaut pas la peine d’être connu. Mais n’est-ce pas étrange de dire que l’amour est dur, inflexible, ne nous apparaît-il pas avant tout douceur et tendresse ? Il y a une douceur dans l’amour : Marie connaît cette douceur et c’est la suavité de son intimité avec Dieu ; mais c’est justement parce qu’elle possède ce trésor qu’elle est forte et prête à tout pour le défendre. Le vrai amour est comme la grenade qui protège d ’une dure écorce la suavité de son fruit. Ainsi est le cœur virginal : non qui n ’aime pas, mais qui se garde pour un unique amour ; non qui se refuse, mais qui se préserve et qui se possède pour se donner. Les cœurs vraiment aimants sont les cœurs purs. Le mal ne peut jamais que diminuer en nous l’amour. Mais cependant, est-ce que cet amour exclusif, virginal de Dieu ne sépare pas l’âme des autres ? Ici encore aucunement. Mais elle ne la sépare que du mal. L ’amour de Dieu et l’amour des autres, loin de s’opposer, ne font qu’un ; l’amour exclusif de Dieu introduit dans la communauté des amis de Dieu, elle dilate le cœur loin de le resserrer, elle le libère de ses limites. Et dans cette infiniment délicate formation du cœur, elle ne détruit rien; elle laisse subsister la nuance propre de toutes les amours naturelles légitimes ; mais elle les purifie de leurs limites, de ce qui les ferme, les clôt; elle les fait communiquer ensemble et avec l’amour de Dieu. Et ce n’est que pendant les étapes préparatoires que l’âme pour trouver Dieu doit rompre et briser. Ensuite, fixée en Dieu, elle retrouve en Lui tous les autres. Vision de la Vierge écrasant le serpent. C ’est l’innocence qui sait et c’est l’expérience qui ignore. Elle adhère à Dieu : Unus spiritus est. Sainte, consacrée, toute à Dieu.

Santità e apostolato del cristiano

Jean Daniélou, “Liminaire”, Bulletin Jean-Baptiste, 1960 (italiano e francese)

Oggi sentiamo spesso dire che l’unico dovere del cristiano è quello di essere un testimone silenzioso del Vangelo e che non deve parlare di Dio e di Cristo a chi non crede. L’atteggiamento di padre de Foucauld, contento di condurre una vita di povertà e adorazione, si contrappone a quello dei missionari che fondano collegi o organizzano opere di assistenza. È chiaro che la testimonianza di una vita evangelica, che la presenza della contemplazione, è un aspetto essenziale del dovere del cristiano. E questo è un punto che ci sta particolarmente a cuore. Ma anche il dovere di annunciare la Parola di Dio, in tempo e fuori tempo, di insegnare il catechismo ai bambini, di organizzare comunità, è un dovere essenziale. Ed è sciocco minimizzare l’uno per esaltare l’altro.
Entrambi sono radicati in Cristo stesso e nel suo sacerdozio. Cristo è sacerdote innanzitutto in quanto offre al Padre il sacrificio di lode, che rende a Dio una memoria perfetta, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Il sacerdozio di Cristo è qui la sua stessa santità, l’amore infinito con cui ha amato il Padre e che compensa in modo sovrabbondante i peccati di tutti gli uomini. Ma il sacerdozio di Cristo è anche il fatto che la sua umanità glorificata è lo strumento con cui la vita divina, che gli è stata comunicata in pieno, viene distribuita agli uomini. Egli è stato esaltato nella gloria al Padre all’Ascensione per attirare tutti a sé ed essere il primogenito di una moltitudine di fratelli.
Ora questo duplice aspetto del sacerdozio di Cristo continua nella Chiesa. La Chiesa è prima di tutto la comunità dei santi. E in questo senso ogni cristiano partecipa a questo sacerdozio di Cristo, che è la santità di Cristo, il compimento della volontà del Padre, la perfezione dell’amore. È questo il sacrificio spirituale di cui parla San Paolo: Offrite i vostri corpi come ostia viva e santa, gradita a Dio (Rm XII, l). È questa la vocazione alla santità di ogni cristiano. È questa vocazione che la consacrazione religiosa esprime come stato di vita dedicato più esclusivamente alla lode. È questa vocazione che si esprime nel sacerdozio del prete con quell’esigenza di perfezione di cui il celibe è espressione.
Ma la Chiesa è anche lo strumento attraverso il quale tutto questo è reso possibile. Perché senza sacramento non c’è sacrificio, senza sacerdozio non c’è santità. Perché la vita di Cristo fiorisca nelle anime in santità, in carità e in povertà, deve essere comunicata alle anime attraverso la parola, i sacramenti, la comunità. Il sacerdote, in virtù della sua ordinazione, è dedicato in modo molto speciale a questo servizio. Ma tutti i cristiani sono chiamati a partecipare a questo aspetto della vita della Chiesa e ad essere strumenti di grazia per coloro che non l’hanno ricevuta. Ecco perché l’esigenza dell’apostolato missionario è assolutamente inseparabile da quella della testimonianza evangelica.

Originale in francese

Nous entendons souvent dire autour de nous aujourd’hui que le seul devoir du chrétien est d’etre un ténoin silencieux de l’Evangile, et qu’il n’a pas à parler de Dieu et du Christ à ceuz qui ue croient pas. On oppose l’attitude du Pere de Foucauld, se contentant de mener une vie de pauvreté et d’adoration à celle des missionnaires qui fondent des colleges ou organisent des oeuvres d’assistance. Il est clair que le témoignage d’une vie évangélique, que la presence de la contemplation constituent un aspect essentiel du devoir du chrétien. Et c’est un point qui nous est ici particulièrement cher. Mais le devoir d ’annoncer la parole de Dieu, à temps et à contretemps, d’enseigner le catéchisme aux enfants, d’organiser les communautés sont un devoir aussi essentiel. Et il est assurde de minimiser l’un pour exalter l’autre.
Les deux s ‘enracinent en effet dans le Christ lui-mime et dans son sacerdoce. Le Christ est pretre d’abord en tant qu’il offre au Pere le sacrifice de louange, qu’il rend à Dieu une gioire parfaite, en se faisant ohéissant jusqu’à la mort et jusqu’à la mort de la croix. Le sacerdoce du Christ est ici sa saintete meme, l ’anour infini dont il a aimé le Pere et qui compense surabondamment les péchés de tous les homes. Mais le sacerdoce du Christ est aussi le fait que son humanité glorifiée est l’instrument par lequel la vie divine, qui lui est communiquee en plenitude, est distribuée aux hommes. Il a été exalte dans la gloire au Pere à l’Ascension pour attirer tout à Lui et pour ètre le premier-né d’une moltitude de frères.
Or ce double aspect du sacerdoce du Christ se continue dans l’Eglise. L’Eglise est d’abord la communaute des saints. Et en ce sens tout chretien participe a ce sacerdoce du Christ, qui est la saintete du Christ, accomplissement de la volonté du Pere, perfection de l’amour. C’ est le sacrifice spirituel dont parle Saint· Paul : Offree vos corps comme une hostie vivante, saints, agreable a Dieu (Rom. XII, l). C ’est cette vocation de saintete qui est celle de tout chretien. C’est elle que la consecration religieuse exprime en tant qu’etat de vie voue plus exclusivement a la louange. Cest elle qui a l’exprime dans le sacerdoce du pretre par cette exigence de perfection dont le celibat est l’expression.
Mais l’Eglise est aussi l’instrument par lequel tout ceci est rendu possible. Car sans sacrement il n’y a pas de sacrifice, sans sacerdoce il n’y a pas de saintete. Pour que la vie du Christ s’epanouisse dans les ames en saintete, en charite en pauvrete, il faut qu’elie soit communiquee aux ames par la parole, par les sacrements, par la communaute. Le pretre est de façon toute particuliere, de par son ordination, voue a ce service. Mais tous les chretiens sont appeles a participer aussi a cet aspect de la vie de l’Sglise et a etre les instruments de la grace aupres de ceus qui ne I’ont pas reçue. Et c’est pourquoi l’exigence de l’apostolat missionnaire est absolument inseparable de celle du teaoignage evangelique.

La santità dei laici (seconda parte)

Jean Daniélou, Sainteté et action temporelle, Desclée, 1955, 10-12.

Ma questo è solo il primo aspetto. È sufficiente essere battezzati e ricevere la comunione per essere santi? I nostri cuori sono lì a dirci che non lo è, loro in cui risuonano così profondamente le parole di Bloy: “C’è solo una sofferenza, ed è quella di non essere santi”. Ancora di più, qui sentiamo dolorosamente il dramma attuale della Chiesa, quello della mediocrità dei cristiani. Dopo quello che abbiamo detto, il mondo dovrebbe aspettarsi che i cristiani appaiano come se riflettessero in se stessi la storia della Trinità, come se testimoniassero con la loro fede, con la loro speranza, con la loro carità, la presenza di questo Spirito Santo, Spirito di intelligenza, di forza e di amore. Ora, se gli uomini ci rifiutano, è senza dubbio spesso perché rifiutano Cristo, ma forse a volte è anche per delusione, perché non riconoscono nei nostri volti Colui che cercano: “Amo Cristo, ma non amo i cristiani”, diceva Gandhi.
Non basta essere battezzati. La grazia mette in noi un principio di santità. Ma questo principio deve essere sviluppato. Ci unisce a Cristo. Ma questa vita di Cristo deve essere vivificata in noi. Dobbiamo rivivere Gesù Cristo: “A imitazione del Santo che vi ha chiamati, anche voi dovete essere santi in tutta la vostra condotta, perché sta scritto: “Siate santi, perché io sono santo”” (I Pt., i, 15-16). Queste forze divine che sono in noi attraverso il battesimo, devono invaderci. Dobbiamo evangelizzare tutte le forze della nostra anima, dice bene Claudel. Dobbiamo diventare santi.
Ma, si dirà, questa perfezione evangelica è una chiamata particolare. Non si vuole che tutti i cristiani diventino santi. È già qualcosa che siano cristiani. Questo è sbagliato. Ogni cristiano è chiamato alla santità. Solo i mezzi differiscono. La santità dei laici non è diversa da quella dei monaci. C’è solo una santità. E questa santità è obbligatoria. Perché il Padre ama solo il Figlio. E solo chi ha amato il Figlio entrerà nella casa del Padre. I santi sono solo coloro che hanno compiuto questa trasformazione in questa vita. Gli altri dovranno sperimentarla nel fuoco purificatore del Purgatorio. I santi hanno un vantaggio.
Ma, si dirà, non c’è forse un po’ di orgoglio in questo? Ciò che Dio ci chiede non è di essere santi, ma di riconoscerci peccatori. Qui tocchiamo un punto cruciale. E questo punto è il discredito oggi di quell’aspetto essenziale della santità che è lo sforzo volontario. È perfettamente vero che l’umile confessione della nostra miseria è l’unica via per la santità.
Ma questo non significa che sia l’unica via alla santità. La virtù oggi ha una cattiva stampa: è facilmente ridicolizzata nella sua intransigenza. Il nostro mondo, drogato dalla psicoanalisi, trova molte scuse per il peccato e lo considera un fatto normale della vita. L’auto-eliminazione volontaria è una repressione pericolosa. Inoltre, la virtù è rapidamente sospettata di farisaismo. Se l’unico requisito è conoscersi come peccatore, la virtù non diventa forse una tentazione all’autoindulgenza e il peccato la posizione più comoda ed evangelica?
Così, per un singolare paradosso, gli stessi uomini minano le fondamenta di tutta la santità cristiana rovinando lo sforzo coraggioso e accusando i cristiani di non essere santi. Dobbiamo scegliere. Non si tratta di moralismo: “Perché la morale è stata inventata dagli empi e la vita cristiana è stata inventata da Gesù Cristo”, diceva Péguy. Si tratta di vita cristiana, di santità. E la santità si acquisisce attraverso gli sforzi quotidiani di fedeltà alla preghiera, al lavoro, alla purezza, attraverso questi sforzi maldestri, attraverso questi imbarazzi accettati, attraverso l’ironia dei mondani, attraverso i cattivi esempi dei cristiani. “Il mondo chiede santi“, diceva Maritain. Ed è vero. Ciò che il mondo rimprovera ai cristiani non è di essere cristiani, ma di non esserlo abbastanza. Anche coloro che deridono i cristiani, senza dubbio nel profondo, invidiano la loro fede. Quello che il mondo si aspetta oggi sono cristiani in cui risplende la memoria di Cristo risorto, in cui lo Spirito Santo compie le sue opere meravigliose, che gli portano con la loro santità la testimonianza dell’efficacia perenne della grazia divina.

Testo originale in francese

Mais ce n’est là qu’un premier aspect. Suffit-il d’être baptisé et de communier pour être saint? Nos coeurs sont là pour nous dire que non, eux en qui résonne si profondément la parole de Bloy : « Il n’y a qu’une souffrance, c’est de n’ètre pas des saints ». Plus encore, nous sentons douloureusement ici le drame présent de l’Eglise, celui de la médiocrité des chrétiens. Après ce que nous avons dit, le monde devrait attendre que les chrétiens apparaissent comme reflétant en eux la gioire de la Trinité, comme témoignant par leur foi, par leur espérance, par leur charité, la présence de cet Esprit-Saint, Esprit d’intelligence, de force, d’amour. Or si les hommes nous rejettent, c’est sans doute souvent parce qu’ils refusent le Christ, c’est aussi peut-être parfois par déception, parce qu’ils ne reconnaissent pas, à travers nos visages, Celui qu’ils cherchent : « J’aime le Christ, mais je n’aime pas les chrétiens », disait Gandhi.
Il ne suffit pas d’être baptisé. La gràce met en nous un principe de sainteté. Mais ce principe, il faut le développer. Elle nous unit au Christ. Mais cette vie du Christ, il faut la faire passer en nous. Il nous faut revètir Jésus-Christ : « À l’imitation du Saint qui vous a appelés, vous aussi, soyez saints dans toute votre conduite, car il est écrit : Soyez saints, car je suis saint » (I Petr., i, 15-16). Ces forces divines qui sont en nous par le baptème, il faut qu’elles nous envahissent. Il faut évangéliser toutes les puissances de notre àme, dit bien Claudel. Il faut devenir des saints.
Mais, dira-t-on, cette perfection évangélique est un appel particulier. Vous n’allez pas vouloir que tous les chrétiens deviennent des saints. C ’est déjà quelque chose qu’ils soient chrétiens. Ceci est faux. Tout chrétien est appelé à la sainteté. Seuls les moyens diffèrent. L a sainteté des laics n’est pas differente de celle des moines. Il n’y a qu’une sainteté. Et cette sainteté est obligatoire. Car le Pére, n’aime que le Fils. Et seul entrerà dans la maison du Pére celui qui aura revètu le Fils. Les saints sont seulement eux qui ont accompli dès cette vie cette transformation. Les autres devront la connaitre dans le feu purifiant du Purgatoire. Les saints prennent de l’avance.
Mais, dira-t-on encore, n’y a-t-il pas là quelque orgueil. Ce que Dieu demande de nous n’est pas que nous soyons des saints, mais que nous nous reconnaissions pécheurs. Ici nous touchons un point capital. Et ce point est le discrédit où se trouve aujourd’hui cet aspect essentiel de la sainteté qui est l’effort volontaire. Il est parfaitement exact que l’humble aveu de notre misère est la seule voie d’accès à la sainteté.
Mais ceci ne signifìe aucunement qu’elle la constitue toute entière. La vertu aujourd’hui a mauvaise presse : on la trouve facilement ridicule dans son intransigeance. Notre monde pénétré de psychanalyse trouve au péché bien des excuses et y voit une donnée normale. L’effòrt volontaire est un refoulement dangereux. Plus encore, la vertu est vite suspecte de pharisaisme. Si la seule exigence est de se savoir pécheur, la vertu ne devient-elle pas une tentation de complaisance en soi-mème et le péché la position à la fois la plus confortable et la plus évangélique ?
Aussi, par un singulier paradoxe, les mêmes hommes sapent les bases de toute sainteté chrétienne en ruinant l’effort courageux et accusent les chrétiens de n’ètre pas des saints. Il faut choisir. Il ne s’agit pas ici de moralisme : « Car la morale a été inventée par les malingres et la vie chrétienne a été inventée par Jésus-Christ », a dit Péguy. Il s’algit de vie chrétienne, il s’agit de sainteté. Or la sainteté, c’est à travers ces efforts quotidiens de fidélité à la prière, au travail, à la pureté, à travers ces efforts maladroits, à travers ces gênes acceptées, à travers l’ironie des mondains, à travers les mauvais exemples des chrétiens, c’est à travers tout cela qu’elle s’acquière.
« L e monde demande des saints », a dit Maritain. E t c’est vrai. Ce que le monde reproche aux chrétiens, ce n’est pas d’ètre chrétiens, c’est de ne l’ètre pas assez. Ceux même qui se moquent des chrétiens, sans doute au fond d’eux-mèmes, leur envient-ils leur foi. Ce que le monde attend aujourd’hui, ce sont des chrétiens en qui rayonne la gioire du Christ ressuscité, en qui l’Esprit-Saint accomplisse ses oeuvres admirables, qui lui apportent par leur sainteté le témoignage de la sòuveraine efficacité de la gràce divine.

La santità dei laici (prima parte)

Jean Daniélou, Saintété et action temporelle, Desclée 1955, 7-9 (italiano e francese).

La santità è Dio stesso. È il nome che esprime ciò che lo costituisce propriamente. Infatti, tutti gli altri suoi nomi: Giustizia, Amore, Verità, sono presi in prestito dal dominio della creatura. Ma dicendo che è santo, intendiamo dire che è qualcosa di diverso da tutto ciò che possiamo conoscere, che è il Tutt’altro. Vogliamo esprimere l’intensità della sua esistenza, che è tale che l’uomo non può vederlo senza morire. San Giovanni della Croce ci dice che Dio è tenebra, perché lo splendore della sua luce è tale da bruciare i nostri occhi. Se già ora riusciamo a malapena a sopportare le sue manifestazioni attraverso le cose create, che sono solo il margine delle sue vie, come dice il Libro di Giobbe, come la frangia del suo mantello, come potremo sopportare “il tuono della sua potenza” (xxvx, 14)?
Ma questa santità non è solo il peso schiacciante della sua gloria, è anche la sua perfezione sovrabbondante, che si impone irresistibilmente a noi e alla quale non possiamo rifiutare quell’omaggio assoluto della nostra ammirazione e del nostro amore che si chiama adorazione. Questo è il fondamento di ogni religione, il riconoscimento incondizionato dell’infinita perfezione di Dio. È senza dubbio la peggiore miseria del nostro tempo che questo Dio sovranamente reale sia diventato così assente, che questo Dio sovranamente amabile sia divenuto così indifferente. Riscoprire il significato di Dio, renderlo rilevante per il nostro tempo, è il compito primario dei cristiani di oggi.
Ma lo scopo proprio della rivelazione cristiana non è quello di insegnarci che Dio è santo, bensì di annunciarci che questa santità, che è propria di Dio e che lo separa da noi in misura infinita, egli ci chiama, con un atto d’amore incomprensibile come la sua stessa santità, a parteciparvi. In Cristo, la natura divina si unisce alla natura umana e la santifica penetrandola con la vita di Dio. Cristo è “il Santo di Dio”, come dicono gli Atti degli Apostoli (iii , 14). Lo è nel suo stesso essere, dove la sua umanità è interamente santa in quanto appartenente alla persona del Figlio di Dio. Lo è anche nelle sue operazioni, per la totale adesione della volontà umana a quella divina, nell’obbedienza e nell’amore.
Ma il Verbo di Dio ha assunto l’umanità individuale che ha unito a sé, solo per comunicare la vita divina all’umanità intera. In lui, il fuoco dell’amore divino si è impossessato di un punto della nostra natura. Ma questo fuoco vuole estendersi a tutta l’umanità, per incendiare tutto. “Sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra e che cosa voglio se non che arda” (Luca, xii, 49). Questo fuoco è la santità. È comunicato dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è all’opera nell’umanità, cercando di afferrare tutte le anime umane, – e all’interno di ogni anima, fino alla sua completa santificazione. Perché Dio deve essere tutto in tutti.
Questa azione dello Spirito Santo si esercita attraverso la Chiesa. La Chiesa è santa. Questa è una delle sue note fondamentali. È santa nella misura in cui in essa è presente la santità. Bisogna quindi entrare nella Chiesa per diventare santi. Questa santità è data nel battesimo, aggregazione alla Chiesa, che comunica lo Spirito Santo. In questo primo senso, ogni battezzato è santo, di una santità oggettiva. È consacrato alla Trinità. San Paolo chiama i cristiani di Corinto “i santi”, οι αγιοι (i, 2). Questa santità nulla può toglierla. Un battezzato può essere infedele, ma non può cessare di essere una persona consacrata.
Se i sacramenti sono il luogo in cui la santità viene comunicata, sono anche il luogo in cui essa fiorisce. Per il cristiano, la santità è immersa nella vita eucaristica. Non c’è opposizione, ma piuttosto una rigorosa dipendenza, nel cristianesimo, tra sacramenti e morale, liturgia e preghiera. Per San Paolo, l’assemblea domenicale, dove Cristo risorto è presente in mezzo alla comunità riunita nel suo nome, è il luogo in cui si comunicano i carismi. È in questo senso che la vita cristiana è comunitaria, perché la comunità è il luogo in cui è presente lo Spirito Santo.
Essere cristiani significa quindi appartenere a un popolo santo: “Voi siete”, scrive la prima lettera di Pietro, “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato” (ii, 9). Questo popolo si costituisce progressivamente nel corso della storia. Questa è la vera storia, che è storia santa. Cioè, in mezzo a noi, Dio continua a compiere opere mirabili, veramente divine, più grandi delle grandi invenzioni degli studiosi, delle grandi imprese dei capitani. E queste opere mirabili sono le opere di santificazione, compiute nei sacramenti, che sono la continuazione delle grandi opere di Dio nei due Testamenti. Sono le realtà dell’ordine della carità.

Originale in francese

LA sainteté est Dieu méme. C’est le nom qui exprime ce qui le constitue proprement. Car tous ses autres noms : Justice, Amour, Vérité, sont empruntés au domaine de la créature. Mais en disant qu’il est saint, nous voulons dire qu’il est autre chose que tout ce que nous pouvons connaìtre, qu’il est le Tout-Autre. Nous voulons exprimer l’intensité de son existence, qui est telle que l’homme ne peut le voir sans mourir. Saint Jean de la Croix nous dit que Dieu est ténèbres, car l’éclat de sa lumière est tel qu’il brulé nos yeux. Si déjà nous pouvons parfois à peine supporter ses manifestations à travers les choses créées, qui ne sont que le bord de ses voies, comme le dit le Livre de Job, comme la frange de son manteau, comment pourrions-nous supporter «le tonnerre de sa puissance» (xxvx, 14)?
Mais cette sainteté n’est pas seulement le poids écrasant de sa gloire, c’est aussi sa suréminente perfection, qui s’impose irrésistiblement à nous et à laquelle nous ne pouvons refuser cet hommage absolu de notre admiration et de notte amour qui s’appelle l’adoration. C’est là le fondement de toute religion, la reconnaissance inconditionnée de l’infinie perfection divine. C ’est la pire misère de notre époque sans doute, que ce Dieu souverainement réel lui soit devenu si absent, que ce Dieu souverainement aimable lui soit devenu si indifférent. Retrouver le sens de Dieu, le rendre à notte époque, c’est la tàche première des chrétiens d’aujourd’hui.
Mais l’objet propre de la révélation chrétienne n’est pas de nous apprendre que Dieu est saint, mais de nous annoncer que cette sainteté, qui est le propre de Dieu et qui le séparé infìniment de nous, il nous appelle, par un acte d’amour incompréhensible comme sa sainteté mème, à y avoir part. Dans le Christ, la nature divine s’unit à la nature humaine et sanctifie celle-ci en la pénétrant de la vie de Dieu, Le Christ est « le Saint de Dieu », comme le disent les Actes des Apótres (iii , 14). Il l’est dans son être même, où son humanité est entièrement sainte par son appartenance à la personne du Fils de Dieu. Il l’est aussi dans ses opérations, par la totale adhésion de la volonté humaine à la volonté divine, dans l’obéissance et dans l ’amour.
Mais le Verbe de Dieu n’a assumé l’humanité individuelle qu’il s’est unie, que pour communiquer la vie divine à l’humanité tout entière. En lui, le feu de l’Amour divin a pris sur un point de notre nature. Mais ce feu veut se propager à l’humanité tout entière, afin de tout embraser. « Je suis venu allumer le feu sur la terre, et qu’est-ce que je veux, sinon qu’il brulé » (Luc, xii, 49). Ce feu est la sainteté. Il est communiqué par l’Esprit-Saint. L ’Esprit-Saint est à l’oeuvre dans l’humanité, cherchant à saisir toutes les àmes humaines, — et à l’intérieur de chaque àme, jusqu’à ce qu’elle soit entièrement sanctiflée. Car il faut que Dieu soit tout en tous.
Cette action de l’Esprit-Saint s’exerce par le moyen de l’Église. L’Eglise est sainte. Ceci est une de ses notes fondamentales. Elle est sainte en tant que c’est en elle que la sainteté est présente. Il faut donc entrer dans l’Église pour devenir saint. Cette sainteté est donnée au baptème, agrégation à l’Eglise, qui communique l’Esprit-Saint. En ce premier sens, tout baptisé est saint, d’une sainteté objective. Il est consacré à la Trinité. Saint Paul appelle les chrétiens de Corinthe « les saints », οι αγιοι (i, 2). Cette sainteté, rien ne peut l’enlever. Un baptisé peut étre infidèle; il ne peut cesser d’être un consacré.
Si les sacrements sont le lieu où la sainteté est communiquée, ils sont aussi le lieu où elle s’épanouit. L a sainteté, pour le chrétien, plonge dans la vie eucharistique. Il n’y a pas opposition, mais rigoureuse dépendance, dans le christianisme, entre sacrements et morale, liturgie et oraison. Pour Saint Paul l’assemblée dominicale, où le Christ ressuscité est présent au milieu de la communauté réunie en son nom, est le lieu où sont communiqués les charismes. C’est en ce sens que la vie chrétienne est communautaire, car la communauté est le lieu où l’Esprit-Saint est présent.
Ainsi, étre chrétien signifie appartenir à un peuple saint : « Vous étes, écrit la première Epitre de Pierre, une race choisie, un sacerdoce royal, une nation sainte, un peuple que Dieu s’est acquis » (ii, 9). Ce peuple se constitue progressivement à travers l’histoire. C’est là la véritable histoire, qui est l’histoire sainte. C ’est-à-dire qu’au milieu de nous, Dieu continue d’accomplir des ceuvres admirables, proprement divines, plus grandes que les grandes inventions des savants, que les grands exploits des capitaines. Et ces oeuvres admirables sont les oeuvres de sanctification, accomplies dans les sacrements, qui sont la continuation des grandes ceuvres de Dieu dans les deux Testaments. Elles sont les réalités de l’ordre de la charité.