La religione fra le macchine: un mondo da consacrare (seconda parte)

Jean Daniélou, in Ecclesia, 1959 (solo in italiano)

C’è però una contropartita. Il progresso tecnico, appunto per il suo straordinario sviluppo, ha evidentemente dei limiti; e gli uomini cominciano ad accorgersene. Non si tratta di fallimento della tecnica, ma dei suoi confini e delle sue insufficienze. Abbiamo detto che uno dei caratteri del mondo tecnico è il fatto che l’uomo vi trova se stesso; ma vi si trova a tal punto che finisce per sentirvisi prigioniero. Il mondo della tecnica chiude l’uomo nell’opera dell’uomo, e con l’andare del tempo gli produce quell’impressione di soffocamento che faceva esclamare a Claudel: « Una finestra! Una finestra per uscire dall’eterna vanità! », poiché se è vero che la tecnica allarga indefinitamente la prigione dell’uomo, però non lo fa uscire. La scienza prolunga, migliora, abbellisce le cose nel loro ordine, ma non le fa passare ad un altro ordine.
Questo si avvera già nel campo della conoscenza. Esaminato e studiato sotto tutti gli aspetti l’uomo resta ancora — come dice Sankelevitch in un suo libro recente — quel certo « non so che ». Quando la scienza ne ha detto tutto quello che può, resta ancora da spiegare l’essenziale; nell’uomo c’è qualche cosa che resta inaccessibile alla scienza, sicché, per analizzarlo a fondo, ad un certo punto bisogna passare ad un altro ordine di investigazioni.
Ciò che si avvera nell’ordine della conoscenza ha un riscontro nell’ordine dell’essenza. La tecnica ha diminuito considerevolmente il peso dell’esistenza umana, e sotto quésto aspetto il suo merito è grande. Si pensi, per esempio, a quanto hanno fatto la medicina e la chirurgia per alleviare le sofferenze umane. Alla scienza medica si deve tutta la riconoscenza, ma anche qui ci sono dei limiti: la tecnica ha in sé qualche cosa di irrimediabilmente superficiale, che non può mai oltrepassare un determinato livello. C’è una miseria essenziale da cui la tecnica non potrà mai liberare l’uomo: la morte e il peccato. Solo Gesù Cristo è disceso nelle profondità di questa miseria spirituale e ha distrutto le radici del male.
Per illustrare il pensiero con un esempio, citerò il problema limite, il più caratteristico : quello della morte. La tecnica affronta anche questo problema, cercando di prolungare l’esistenza e di far retrocedere la morte. M a anche ammettendo, nella migliore delle ipotesi, che riesca a farla indietreggiare indefinitamente, resta il fatto che un’esistenza così prolungata sarebbe comunque un’esistenza mortale e corruttibile, nella quale l’uomo sarebbe pur sempre sottoposto al ciclo delle esigenze biologiche.
Ecco, dunque, l’angoscia dell’uomo di fronte alla sua stessa potenza. L’uomo della tecnica ha paura : ha paura perché dispone di mezzi che non hanno proporzione con quelli di cui disponeva l’uomo del passato, tanto che è ormai possibile una catastrofe cosmica provocata dall’uomo stesso. Il progresso tecnico non è sufficiente per risolvere il dramma dell’uomo, perché non si tratta soltanto d’inventare degli strumenti, ma anche di sapere che cosa si deve farne.
Così sorge il problema della responsabilità morale dello scienziato: problema non esclusivo dei nostri tempi, se è vero che Leonardo rifiutò di pubblicare il disegno del sottomarino che aveva inventato, perchè riteneva assolutamente sleale attaccare un nemico che non vede l’avversario e non è stato avvertito. Questo vuol dire che i mezzi della tecnica hanno rapporto con un ordine di valori assoluti, basati sulla distinzione tra il bene e il male; implicano, insomma, affermazione d’un ordine morale, umano, indispensabile per dare alla tecnica un senso ragionevole. Del resto, se si considerasse lo stesso mondo materiale esclusivamente sotto l’aspetto tecnico, lo si priverebbe delle sue dimensioni sacre, poiché il cosmo non è solamente un insieme di forze da sottomettere a nostro arbitrio, ma è nello stesso tempo un mondo che ci rivela qualche cosa che lo trascende. Un universo che fosse soltanto quello della pura tecnica sarebbe come un tempio abbandonato, svuotato d ’una presenza indispensabile, mentre l’aspetto sacro, la dimensione religiosa del mondo sta ridiventando, per l’uomo, oggetto d’una sete vitale; l’adorazione è un bisogno imprescindibile, non meno della tecnica. Un uomo che non adora non è un uomo.

Quali sono allora le vie che rendono al mondo della tecnica le sue possibilità di « consacrazione » ? Per rispondere a questo ultimo quesito dirò prima di tutto che, secondo me, la tecnica apporta alla religione una certa purificazione. Essa, infatti, ricupera all’uomo certe realtà già considerate come soprannaturali, e così sgombra il dominio della vera religiosità e del vero soprannaturale dalle contaminazioni dello pseudosoprannaturale e dello pseudoreligioso. L’uomo primitivo metteva il soprannaturale dappertutto, perché ignorante; ora l’investigazione scientifica del totale potere dell’uomo riporta il concetto di religione alla sua pura, essenza, sfrondandolo di ogni soprastruttura e degradazione. E questo è un apporto positivo al mondo della religione.
In secondo luogo la tecnica dà all’uomo la consapevolezza del suo potere sulle cose, e perciò l’uomo è portato a cantare la propria gloria piuttosto che la gloria di Dio. Ma alla fine dei conti questa gloria dell’uomo si traduce anch’essa in gloria di Dio. Alcuni gridano che bisogna abbassare l’uomo per esaltare il Signore; io invece ritengo che quanto più apparirà grande, tanto più risulterà potente e glorioso Dio che l’ha creato. In questo senso non abbiamo nulla da temere per ciò che è stato largito all’uomo. Tant’è vero che non esitiamo a riconoscere a una donna, la Vergine Maria, quella eccelsa grandezza che alcuni ci rimproverano di attribuirle, come se ciò facendo detraessimo qualche cosa a Gesù Cristo, che invece ci appare ancora più grande per i beni di cui ha arricchito la Madre sua, capolavoro del suo amore. Allo stesso modo, quanto più grande ci apparirà l’uomo, tanto più riconosceremo in lui la grandezza di Colui dai quale l’uomo tutto riceve. Sicché, attraverso lo specchio di questo mondo moderno, gloria dell’uomo, noi abbiamo in qualche modo una nuova immagine dell’onnipotenza di Dio.
Infine questo stesso mondo della tecnica può essere « consacrato », perchè non c’è nessuna ragione che ci impedisca di costruire in esso e con esso il tempio per la dimora di Dio. Grazie ad una tecnica nuova e a nuovi materiali, già vediamo elaborarsi un’architettura che è genuina espressione dell’anima moderna, primo esempio di quello che potrebbe essere un mondo tecnico « consacrato ».
La maniera con cui oggi l’uomo scopre le dimensioni dello spazio e del tempo, e se ne impadronisce, ci fa capire che lo spazio e il tempo sono ben più vasti di quanto immaginiamo. Io non conosco nulla che dia di Dio una immagine più grandiosa di quegli immensi spazi astrali che l’astronomia e la fisica ci lasciano oggi intravedere; e questo mondo che si dilata ci fornisce delle immagini privilegiate nelle quali ben potrebbe esprimersi la maestà di Dio.
Concludendo, ci sono in questo nostro mondo — come già in altre epoche della storia — delle forze che a prima vista sembrano ostacoli, perché sono energie nuove che rivelano il verde e l’asprezza di una cosa che spunta. Così gli israeliti nomadi consideravano le città come una maledizione quando pensavano che la salvezza consistesse nella vita libera nel deserto. Eppure venne David e costruì la città santa, Gerusalemme, dove Dio fu introdotto ancora prima dell’uomo. Anche noi ci troviamo ad una svolta della storia, in uno di quei momenti in cui esplodono forze nuove. Tali forze, è vero, finora si sono esplicate per la maggior parte al di fuori dell’influsso del Vangelo, ma niente dice che non possano essere santificate dal segno della croce. Il nostro compito missionario, oggi, è quello di trovare le vie per le quali il mondo della tecnica possa essere di aiuto, e non di ostacolo, all’adorazione del Creatore.


La religione fra le macchine: che rapporto c’è tra tecnica e ateismo?

Jean Daniélou, in Ecclesia, 1959 (solo in italiano)

Due sono gli elementi caratteristici della nostra epoca: il progresso tecnico e la tendenza all’umanesimo ateo. Gli etnologi affermano la presenza dell’uomo, in una certa era del mondo, quando vi trovano resti di utensili e di riti religiosi; oggi, invece, l’uomo si va riducendo quasi esclusivamente all’utensile, la tecnica acquista un’estensione predominante, con applicazioni a settori sempre più vasti, con un ritmo sempre più rapido, ed è ormai estesa a tutte le masse umane, poiché una gran parte dell’umanità, che fino a ieri ne era rimasta estranea, oggi vi si accosta avidamente.
Ora ci chiediamo: c’è un rapporto fra tecnica e ateismo? È forse la civiltà tecnica la madre dell’umanesimo ateo? Così afferma Marx, e bisogna pure ammettere che sotto parecchi aspetti la tesi sembra vera. C ’è infatti una tale coincidenza cronologica fra i due elementi, che si è tentati di concludere che il progresso tecnico è davvero un ostacolo alla religiosità. È certo, d ’altronde, che l’uomo della civiltà tecnica trova delle difficoltà di fronte alla religione. Si noti che
non dico « lo scienziato », ma « l’uomo della civiltà tecnica » : perciò la questione non riguarda la ricerca scientifica come tale, ma la civiltà della tecnica, quella appunto che impegna totalmente la mentalità contemporanea.

Ecco il problema: il progresso tecnico va considerato come qualche cosa di maledetto, una deviazione dalla strada naturale che l’uomo dovrebbe seguire, o invece si può sperare che — sia pure attraverso una crisi — esso porti una nuova fioritura del Cristianesimo? L a risposta, già difficile in teoria, si fa anche più complessa sul piano pratico.
Il problema ha tre aspetti: Quali ostacoli oppone il progresso tecnico allo spirito religioso, all’adorazione? Quali vantaggi può apportare il medesimo progresso tecnico alle aspirazioni religiose? Come si può attuare questa « consacrazione» del progresso tecnico?
In primo luogo, gli ostacoli. Perché la tecnica dovrebbe essere in conflitto con la religione? La constatazione del fatto è evidente: per molti, oggi, è inconcepibile che l’uomo dell’èra atomica sia un uomo sinceramente religioso. Secondo la mentalità com une di certi ambienti, la religione sarebbe una sopravvivenza di tempi superati. Perchè? Anzitutto il progresso rischia di allontanare l’uomo da Dio per il fatto che la tecnica ci porta a vivere in un mondo che è quello delle nostre mani. L ’uomo di questa civiltà tecnica vive attorniato da macchine e strumenti per mezzo dei quali trasforma la sua vita. Anche il paesaggio delle grandi città, con le loro officine e gli immensi cantieri, è opera delle mani dell’uomo, il quale in tal modo vive racchiuso fra realtà che sono opera delle sue stesse mani, sempre meno a contatto con la natura genuina, sempre più immerso in un mondo elaborato e artificiale, specchio inesorabile che gli rimanda riflessa soltanto la propria immagine. E l’uomo se ne compiace.
A mio parere, questa considerazione è molto importante per capire la mentalità di molti giovani d ’oggi, pieni di giustificato entusiasmo per le scoperte e le conquiste del loro tempo. Basta pensare a quella specie di « mistica dello sputnik » che s’è andata creando in questi ultimi mesi, e a tutte le speranze e apprensioni che può destare l’impiego dell’energia atomica; e si capisce perché lo scienziato, a molti giovani d ’oggi, appare come l’eroe del tempo, quello che ha in mano tutti i segreti della potenza.
Questo atteggiamento ha gravi conseguenze perchè, se i cieli cantano la gloria di Dio, le macchine cantano la gloria dell’uomo. L ’uomo moderno subisce una specie d ’incantesimo di fronte a questo mondo meraviglioso che si va plasmando al tocco delle sue mani, con uno sviluppo che ormai ha del fiabesco. Tutto questo gli dà l’impressione della sua importanza e grandezza, e gli fa respingere in secondo piano l’opera di Dio, come destituita di quell’interesse pratico che l’uomo concentra sulle opere delle sue mani. In tal senso si può dire che il mondo della tecnica distoglie l’uomo da Dio.
Insieme a quello della grandezza, il mondo della tecnica suscita nell’uomo il sentimento della propria potenza, con il dominio progressivo delle forze della natura soggiogate al proprio servizio. Se si paragona la situazione dell’uomo primitivo sotto l’incubo delle forze cosmiche (i marxisti direbbero che lo stesso sentimento religioso è semplicemente l’effetto dì questa oppressione, sotto la quale l’uomo chiama « Dio » tutto ciò che non riesce a dominare) con quella dell’uomo odierno, si comprende l’enorme differenza: oggi l’uomo è consapevole di aver progressivamente ricuperato tutto quello che in passato attribuiva a Dio, soltanto perchè non riusciva a impadronirsene; e ha l’impressione che questa conquista possa estendersi senza fine.
Fra qualche decina d ’anni saranno sviscerati tutti i segreti della materia inerte, saranno sfruttate tutte le possibilità del globo, e a poco a poco saranno raggiunte anche le lontananze astrali. Se poi — come alcuni filosofi materialisti hanno cominciato a dire — l’uomo riuscirà a carpire il misterioso segreto della vita che finora gli sfugge, diventerà anche arbitro del proprio destino biologico, fino alla possibilità di prolungare l’esistenza. Così l’uomo, che in passato si sentiva in balìa delle forze naturali e ricorreva a un « deus ex machina » che lo liberava, oggi pensa di potersi liberare da sè e di procurarsi la salvezza con i propri mezzi. Ha l’impressione che il ricorso ad un a forza estrinseca sia una specie di pigrizia, mentre è il caso di concentrare tutte le forze nella lotta per la propria liberazione, poiché il demiurgo dell’uomo, il creatore dell’umana felicità, deve essere l’uomo stesso. È questo il mito che sta alla base del marxismo, ma ch’esprime in forma sistematica il latente pensiero di molti.
Infine c’è un terzo elemento per cui si è tentati di credere che il progresso tecnico sia di ostacolo alla vita religiosa: la differenza dei criteri di valutazione. L ’uomo della tecnica apprezza l’efficienza concreta, l’uomo dello spirito mette in primo luogo la verità dei principi. Nell’ordine dell’invenzione scientifica non si può propriamente parlare di « verità » : ci sono soltanto delle ipotesi, che possono essere sostituite da altre ipotesi, finché si arriva ad un effetto provato ed efficace. Ora questo criterio tende a diventare la misura di tutte le cose, e le realtà spirituali sono ritenute inefficaci per la trasformazione dell’esistenza umana. È una delle obiezioni più frequenti: il cristianesimo non serve per i nostri affari nè per il miglioramento delle condizioni materiali dell’uomo.
D ’altra parte il procedimento scientifico associa i suoi criteri di certezza con la possibilità di esperienze sensibili che non si possono avere nell’ambito della religione; e questo dà l’impressione che le affermazioni religiose siano gratuite e non abbiano valore di certezza, perchè non ammettono controlli sperimentali. Ne consegue che per parecchi scienziati, anche cristiani, la religione è un problema essenzialmente soggettivo, basato sul sentimento, e non può fondarsi oggettivamente e razionalmente. Rispetteranno il sentimento religioso dicendo che la vita è triste e non bisogna privare gli uomini — e specialmente le donne — della consolazione che la religione può fornire, ma aggiungeranno che uno spirito forte ed equilibrato dev’essere capace di fare a meno di questo sostegno e attenersi alla realtà nella sua spietata durezza.
Farò notare ancora un ultimo aspetto della questione. Il progresso tecnico consiste essenzialmente nella scoperta: è un’avanzata verso il nuovo, l’ignoto; e di fronte a questo continuo divenire, l’affermazione proposta dalla religione, di cose dette una volta per sempre, di verità a carattere assolutamente permanente, può apparire inammissibile, contraria alla vita stessa dello spirito. Questo pericolo, come i precedenti, non ci sarà per gli uomini di grande maturità e di intelligenza superiore, che conoscono i limiti della scienza; ma io mi metto nei panni dello studente di materie scientifiche o dell’operaio specializzato, e comprendo benissimo come possa nascere il malinteso e come si possa arrivare a credere che il progresso sia incompatibile con l’adorazione (continuerà…)