L’opera di una vita: repertorio bibliografico di Jean Daniélou (1905-1974)

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Jean Daniélou (1905-1974) è stato uno dei più influenti teologi del xx secolo, la cui opera ha lasciato un’impronta indelebile nella teologia contemporanea. Il suo lavoro attraversa la grande tradizione dei Padri della Chiesa, integrando teologi, letterati e filosofi sia cristiani che non. Opere come Le signe du temple, La Trinité et le mystère de l’existence e Essai sur le mystère de l’histoire sono espressioni luminose della sua dottrina, radicata profondamente nel Vangelo e arricchita da una straordinaria chiarezza espositiva e bellezza stilistica. Questa raccolta bibliografica offre un tributo alla figura di Daniélou e al suo magistero teologico, presentando una panoramica completa della sua vasta produzione.

Attraverso le sue pubblicazioni, articoli scientifici, conferenze e interventi pastorali, Daniélou ha saputo dialogare con le correnti filosofiche e culturali del suo tempo, dimostrando una profonda comprensione delle realtà umane e divine. La sua capacità di coniugare trascendenza e incarnazione, accademia e pastorale, è testimoniata dai suoi numerosi scritti che continuano a ispirare e illuminare il pensiero cristiano contemporaneo. Jean Daniélou ha dedicato la sua vita a evangelizzare la cultura, con l’obiettivo di trasmettere il messaggio cristiano a un pubblico sempre più vasto. La presente opera raccoglie il frutto delle sue riflessioni e ricerche, offrendo un indispensabile strumento di studio per chiunque desideri approfondire la comprensione del cristianesimo e la sua inculturazione nelle diverse epoche storiche.

Il Padre Daniélou

P. de Boisdeffre, Revue des deux mondes, marzo 1977 (traduzione di Marcelo Bravo Pereira, LC)

Presentiamo una testimonianza a pochi anni dalla morte del cardinale da un suo amico personale. Il testo originale si trova sotto oppure al link della rivista: https://www.revuedesdeuxmondes.fr/article-revue/le-pere-danielou/

E lì, nei miei ricordi, appare padre Daniélou. Mi ci è voluto molto tempo per conoscerlo e amarlo. Intorno al 1950, quando mi imbattei in questo piccolo essere nei corridoi delle Etudes, dalla parola sonora e saltellante, nero di capelli e di unghie, tanto incapace di stare al suo posto quanto di tacere, vivace e petulante, tanto rapido a infiammare quanto a respingere, la mia prima reazione fu di cautela, per non dire di ripiego: questo Ariel non sembrava proprio un gesuita! Poi qualcuno – questa persona era una giovane ragazza – mi ha portato al circolo Saint-Jean-Baptiste, dove il Padre regnava incontrastato su una piccola folla eterogenea e colorata. C’erano giovani, cristiani e non, provenienti da tutti i continenti: Sorbonnards e studenti della Catho; vietnamiti e africani; bionde studentesse di Vassar e spagnoli dai capelli piatti. Molte erano giovani donne incantate dalla sua schiettezza, dalla sua spontaneità e dalla sua scienza. Devo ammetterlo? Per la mia giovinezza conformista, la gioiosa libertà di Daniélou era spaventosa. Non ero sicuro che il suo amato Origene fosse un teologo da lodare, né che lui stesso fosse compiacente con Pelagio. Qualcuno, sorpreso dalle mie osservazioni acide, mi chiese se non ci fosse “qualcosa tra noi”. Etienne Borne si è indignato per un articolo apparso su Combat in cui notavo che c’erano davvero molti giovani intorno a padre Daniélou. Padre Daniélou è stato più indulgente: la nostra amicizia risale a quel brutto articolo.
Ci sono esseri la cui virtualità è limitata e il cui successo è sorprendente. Si dice che siano stati “fortunati”. In realtà, hanno saputo proporzionare la loro ambizione ai loro mezzi e hanno raggiunto facilmente il loro obiettivo perché lo hanno circoscritto. La Chiesa è piena di persone così, che sono diventate vescovi perché non avevano nulla di cui lamentarsi nella loro vita: domestiche in età canonica; sermoni tratti da buoni libri di testo; niente politica; unzione… Tutto ciò piace (o meglio piaceva) ai nunzi. Padre Daniélou, invece, si distaccava dalla norma. Era nato in una famiglia consolare, alla frontiera tra la Bretagna celtica e la Gallia latina, di fede e di libero pensiero. L’ammirevole madre gli diede un’incrollabile vena cattolica, ma il padre gli trasmise una libertà di giudizio, un realismo e un senso dell’umorismo rari tra i chierici. Questo background di libero pensiero costituirà la ricchezza e la spontaneità della sua fede. La sua fortuna è stata quella di raggiungere l’età adulta in un momento in cui lo spiritualismo, da tempo defunto, si stava rianimando, in cui un intero corpo di pensiero stava diventando nuovamente cristiano, in cui il cattolicesimo stava riconquistando il posto che gli spettava tra i letterati. Bergson aveva preparato il terreno. Léon Bloy e i suoi figliocci – Péguy, Claudel – avevano aperto la breccia in cui si sarebbero precipitati Gilson e Maritain per la filosofia, Mauriac, Bernanos, Julien Green per il romanzo, mentre i giovani contestatori dell’Esprit e dell’Ordre nouveau (quello di Aron e Dandieu) emergevano intorno al 1930. Che carriera aveva sacrificato il giovane Daniélou, compagno di studi di Sartre, Merleau-Ponty e Mounier, per diventare gesuita! Questo beniamino della Repubblica avrebbe potuto diventare un grande insegnante come Alain, uno scrittore come Mauriac… o un presidente del Consiglio radicale. A vent’anni dirigeva il gabinetto del padre. Aristide Briand gli offre un posto nel suo gabinetto. Deputato, sottosegretario di Stato… la sua strada era chiara. Dopo aver rinunciato all’agrégation, Daniélou entrò nel noviziato, felice di sacrificare la sua carriera – ma sapeva che era un sacrificio…
Passarono vent’anni… e che anni furono! La Francia crollò. La Chiesa acclamò il Maresciallo. Daniélou sembrava uno studente, incapace di riposare le gambe, di andare dal dentista, di stare senza una sigaretta o una buona parola. Come Teilhard, come il mio caro Fombaustier, Daniélou era allegro (non c’è bisogno di insistere molto per dirmi che l’allegria è la vera misura dell’uomo. Non solo “un santo triste è un santo triste”, ma faccio fatica a credere che un uomo che rimane allegro – allegro fino all’ultima ora, nonostante le sofferenze, le tristezze e le nefandezze della vita – non possa entrare in Paradiso. Se quell’uomo rimane allegro anche nel dolore, allora è puro).
I soldati – quelli veri, quelli che combattono – sono allegri: non hanno tempo di annoiarsi. Jean Daniélou era un combattente, uno di quei “cavaliers français” di cui parlava Péguy, sempre sulla breccia. “Con un piede sul selciato di Parigi e l’altro nell’escatologia, combatteva ferocemente contro marxisti, esistenzialisti e psicanalisti, come i moschettieri di Alexandre Dumas. Da un lato, c’era uno studioso molto colto, principe della patristica e delle fonti greche, ammiratore di Origene e di san Gregorio di Nissa, teologo del giudeo-cristianesimo, che si sforzava di gettare ponti tra il messaggio evangelico e la cultura ellenistica, tra la Chiesa e la Sinagoga, tra la Chiesa e l’Islam, il fondatore (con padre Mondésert) di una collana come Sources chrétiennes, il professore (futuro decano) della Facoltà cattolica di teologia di Parigi. Ma, dall’altra parte, c’era un ragazzo di Parigi – che non era mai così felice come quando chiacchierava con gli sconosciuti, si lasciava coinvolgere in una scaramuccia o improvvisava una battuta. Un uomo per il quale il cristianesimo aveva senso solo se dispiegato in mezzo alla gente del suo tempo, che rimpiangeva di non aver mai conosciuto un’officina o una fabbrica e che faceva di tutto per incontrare la gente, per farla parlare, per interessarsi ai loro problemi, per confessare i sevriani, per giocare a dama con gli studenti africani, per appassionarsi alle religioni animiste e per non avere mai abbastanza tempo per esaurire “tutta la straordinaria ricchezza degli esseri”.
Per molto tempo, Daniélou ha precorso i tempi. Poi, dapprima senza rendersene conto – ma poi molto consapevolmente – ha cominciato a remare controcorrente. Questo è diventato evidente nel maggio 1968.
Per alcuni – me compreso – il 1968 è stato un colpo di fulmine, quel “Mane, thecel, pharès” che una mano sconosciuta ha inciso sui muri della città, divorati dai vermi ma ancora imponenti. In un certo senso, il maggio 1968 ha deciso la mia vita: nel giro di un mese, ho visto la morte (politica) del generale de Gaulle e di quella società borghese che, da un punto di vista umano, almeno in Francia, sembrava quasi indistruttibile; una burocrazia di cui ero un modesto ma ben piazzato ingranaggio; e la vecchia Chiesa, di cui ero il figlio obbediente e fedele. La rivolta studentesca preannunciava un’altra società, un’altra civiltà, meno lucida, meno raffinata della nostra, ma forse più giusta e meno diseguale. Una società basata sul profitto, sul denaro e sugli onori può sopravvivere solo se il profitto, il denaro e gli onori premiano il merito riconosciuto, se costituiscono la base di una disuguaglianza diversa da quella naturale e accettata come più giusta. Oggi non è così.
Dal maggio 1968, tutti sanno e sentono che gli anni della civiltà occidentale sono contati. Le nascite sono generalmente dolorose, e le nascite della storia sono peggio che dolorose: sono tragiche. Lo abbiamo visto a Parigi nel 1789, a Pietrogrado nel 1917. Lo abbiamo appena visto a Phnom Penh, Saigon, Beirut e Angola. Dal maggio 1968, è stato difficile chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie con il pretesto che viviamo ancora (per quanto tempo?) in una società liberale avanzata. Dal maggio 1968, bisogna essere un pazzo per non vedere che i giorni dell’individuo – i giorni dell’egoismo solitario, delle belle carriere, delle fortune acquisite e delle effusioni intime – sono finiti. Il nostro caro piccolo ego è molto malato. Dobbiamo prepararci, come aveva previsto Teilhard, a pensare e a vivere collettivamente. Ma “perché noi, uomini di poco fot, abbiamo paura o ci imbronciamo di fronte al progresso del mondo? L’ho capito nel maggio del 1968, le mie volontà si sono chiarite, ho smesso di essere un vero “uomo di destra” – anche se per qualche tempo ho continuato, per fedeltà alle mie origini e per disgusto verso un certo godimento della sinistra, a dire talvolta il contrario.

Per Daniélou l’evoluzione è stata esattamente opposta. Per molto tempo è stato uno dei protagonisti dell’intellighenzia francese, compagno di Sartre e Mounier, lettore di Bernanos e Céline, amico di Mauriac, Maritain e Gabriel Marcel, teologo d’avanguardia con Congar e Chenu. Ma l’evoluzione del pensiero contemporaneo, da Marx a Freud e da Sartre a Marcuse, il lavoro dissociativo della fenomenologia, ulteriormente accentuato dai nostri esistenzialisti, l’eliminazione del soggetto da parte del riduzionismo strutturalista, avevano finito per preoccuparlo, poi scandalizzarlo. “Tutto ciò che si presenta come capace di dare senso, ogni riconoscimento di trascendenza” diventava sospetto di idealismo, e si presentava “come alienazione e regressione”! Daniélou è rimasto sconcertato dal maggio 1968. Le proteste studentesche erano troppo radicali e sono diventate sterili. Nel campo della mente, ha ipertrofizzato la funzione critica dell’intelligenza a scapito del suo ruolo attivo e contemplativo. Distruggeva il “primato del sì” su cui Daniélou, come Claudel, aveva basato la sua esistenza.
Nulla di tutto ciò è sbagliato; avevo appena fatto le stesse osservazioni nella mia Lettre ouverte aux hommes de gauche. La “vera” rivoluzione non era avvenuta, era avvenuta solo a parole. “I giovani avevano parlato”, si infervorava padre de Certeau, ma avevano solo parlato. Non eravamo d’accordo sul futuro: per me il maggio 1968 era stato solo un presagio. Al di là di un mondo che stava scadendo, aspettavo e speravo nell’emergere dello Spirito. Daniélou, colpito – come tutti noi – da quella che padre Bouyer avrebbe chiamato la decomposizione del cattolicesimo, collegava sostanzialmente il destino di questo Spirito a quello di un cristianesimo in crisi. Per me il cristianesimo non era altro che un guscio, l’involucro di cui un’umanità ringiovanita si sarebbe liberata un giorno, come una farfalla che esce dal bozzolo.
Daniélou rimase attaccato all’idea di cristianesimo: aveva buone ragioni per farlo. Più aperto di molti suoi confratelli, non era lontano dall’ammettere che un uomo “medio” può vivere da cristiano solo se la Chiesa fa già parte del suo ambiente: per vivere la sua fede, ha bisogno di una cornice, di una società che la incoraggi. Quando questo sostegno manca, la fede spesso crolla. Come diceva Daniélou, “l’uomo dipende dal suo ambiente. Pochi individui possono liberarsi da esso”. Questo vale in particolare per i poveri, incapaci di andare “controcorrente rispetto alla società in cui vivono”. Senza dubbio ci saranno sempre dei santi, ma i santi non fanno una società, perché non tutti hanno, come diceva mia nonna, “la vocazione al martirio”. Per “andare a Messa quando nessuno lo fa, bisogna avere l’anima nel corpo”.
Daniélou ha deplorato la “furia di desacralizzazione” che ha attanagliato i chierici dopo il Concilio. Sradicando il cristianesimo dalla nostra civiltà, questi pazzi non attiravano, come ingenuamente credevano, “l’immensa folla dei poveri” – al contrario! Per lui il dovere era semplice: resistere, mantenere in vita le istituzioni, stringere i ranghi intorno al pastore. Per questo prese l’iniziativa di fare una dichiarazione inequivocabile di fedeltà a Paolo VI, che molti di noi sottoscrissero. È così che ha combattuto contro i nuovi “teologi della morte di Dio”.
Nel frattempo, con grande sorpresa di tutti, Paolo VI gli conferì la porpora. Il soldato di Gesù, sempre in prima linea, divenne generale e principe della Chiesa. Padre Daniélou, scomodo alle Etudes (dove, dal 1968, era stato sospettato di “fondamentalismo”), divenne il teologo francese più ascoltato dal Papa. Come ha detto più o meno André Mandouze, il più grande scherzo che il Buon Dio ha fatto a Daniélou è stato quello di farlo cardinale, perché, a dire il vero, aveva un gusto tardivo di vendetta per gli onori che gli erano toccati. Della sua elevazione al cardinalato, e soprattutto della sua elezione all’Académie française, era smodato.

In quegli anni, Daniélou si batté come un leone. Difese il Papa e la Chiesa con le unghie e con i denti, mentre venivano attaccati dall’interno e dall’esterno. I vescovi, paralizzati dai loro problemi pastorali, non osavano prendere posizione. Come cardinale neofita, parlò per loro – con veemente convinzione. Utilizzò tutti gli altoparlanti possibili: radio, università, scuole di economia, conferenze di sociologia… e persino chiese, purché parlasse. Ora lottava contro i sostenitori della “nuova teologia”, che aveva spesso preceduto sulla strada della ricerca, anche se ciò significava essere accusato di “fondamentalismo”.
Lo portai a Oxford – dove incontrò teologi anglicani, che gli sembravano molto meno avventurosi dei nostri – e a Bruxelles, dove ebbi l’onore di presentarlo in un memorabile dibattito con Maurice Clavel.
Tanta storia non era priva di pericoli, né tanta attività priva di servitù. Come cardinale – arcivescovo di Taormina, per usare un eufemismo – Daniélou non aveva né clero né fedeli; il giorno stesso della sua incoronazione, questo gli fu reso abbondantemente chiaro. Era sfuggito alla servitù e all’oscurità del suo ordine, ma a suo rischio e pericolo. Rimase un anticonformista. La Compagnia di Gesù, che avrebbe dovuto sostenerlo, si voltò dall’altra parte. Alcuni lo rimproveravano per le sue battute, altri pensavano che si prendesse troppo sul serio. Ogni uomo ha il suo valore”, disse Bismarck, “meno la sua vanità”. I sacerdoti non fanno eccezione a questa regola. Grazie a Dio, il valore di Daniélou era grande e l’umorismo non gli mancava.
Il Cardinale non era cambiato fisicamente. Mio figlio Olivier non si stancava mai di osservare le sue gambe che si agitavano sotto il tavolo, la sua mano che tracciava arabeschi abbaglianti, che si scompigliava gli ultimi capelli, che spingeva gli occhiali sul naso, che si infilava i calzini senza mai perdere il filo del discorso. Daniélou è rimasto allegro, giovane e persino un po’ infantile. La sua vita era austera e un po’ eccentrica. Il suo tavolo in rue Notre-Dame-des-Champs si sgretolava ancora sotto le scartoffie, gli opuscoli ritagliati frettolosamente e i giornali segnati a matita. La sua tonaca era sporca come sempre, i suoi calzini si erano incrostati – è vero che ora erano calzini rossi, di cui andava infantilmente fiero. Correva da una riunione all’altra, da un giornale all’altro, da un microfono all’altro, sempre nervoso, cordiale e caloroso. Cardinale, è rimasto un vecchio giovane curioso di tutto, un religioso anticonformista che non esitava a portare Mme de Pange a vedere un film d’avanguardia, a sfogliare Rouge, Lui o Charlie-Hebdo, a celebrare ogni mese la Messa per gli amici omosessuali, con i quali pranzava dopo, quasi in famiglia, e ad aiutare le prostitute. Mi piaceva il fatto che fosse ancora, a sessant’anni, quello studente intrepido che non misurava mai il suo tempo o i suoi problemi, che si scontrava con qualsiasi avversario, e che parlava alla prima ragazza che capitava come Cristo a Maria Maddalena – felicissimo quando uno studente tailandese, un monaco oleoso, un rabbino con le farfalle venivano da lui…
Di tanto in tanto, abbandonava tutti i suoi impegni per fare un ritiro, per ricaricarsi lontano da Roma e da Parigi. Nel Natale del 1973, mi invitò a condividere questo tempo di silenzio e di meditazione. Ci incontrammo in un convento sui Pirenei. Piovve tutta quella settimana. Un bellissimo paesaggio, già catalano, si apriva davanti alle nostre finestre, ma la pioggerellina inghiottiva le creste boscose e i pendii ghiacciati. Cosa potevamo fare, a mille chilometri da Parigi, senza televisione né cinema? Nessun’altra distrazione se non la lettura, la conversazione… e la Messa! La sera, alla veglia, abbiamo parlato della Chiesa, di Lutero e Loisy, di Pio XII e del mio caro Teilhard (per il quale era stato molto ingiusto), del Concilio e delle “comunità di base”. Maliziosamente, gli ho passato questo foglietto ciclostilato, distribuito al pellegrinaggio di Chartres con il titolo: Chartres, brevetto di autocompiacimento e di buona coscienza. Un altro che diceva: “Il linguaggio della preghiera è quello della domanda e dell’offerta o, più precisamente, del feudalesimo”. E quelle riviste che predicano la rivoluzione permanente in nome di Cristo. Daniélou si scagliava contro questi “assassini della fede”. Così, per distrarci, componemmo un’ideale Académie française, discutendo animatamente se ammettere Lacan (il cardinale era contrario), Clavel (era favorevole) e Michel Foucault (si chiedeva) accanto a Roger Garaudy, Jean de Fabrègues e Gilbert Cesbron.
Dopo la colazione, il cardinale si mise al lavoro. Aveva a disposizione un tesoro: il Diario, le lettere e le carte private del cardinale Tisserant, al quale era succeduto all’Académie – mezzo secolo di storia segreta, inaccessibile ai non addetti ai lavori. Sembrava un uomo del Medioevo, un contadino lorenese tagliato nel granito, ancorato alle sue certezze, che a ottantasette anni, sul letto di morte, resisteva ancora a tutte le richieste. Agli occhi di Eugène Tisserant, dalla Chiesa post-conciliare non poteva uscire nulla di buono. I cattolici dovevano resistere, proprio come avevano fatto sul Monte Libano contro l’Islam, in Polonia contro i russi, sulle montagne della Moldavia contro i turchi. Lui stesso, Eugène Tisserant, un contadino lorenese dalla corporatura robusta, si era opposto a un avversario molto diverso, il diavolo, presente in una carne colpevole e tentatrice. Aveva sofferto per tutta la vita di un temperamento esigente, ma era rimasto fedele agli insegnamenti del seminario e all’onore del suo sacerdozio. Così, reprimendo i suoi istinti, si era allontanato dal piacere a favore del lavoro… di un giusto orgoglio… e delle dignità… Con quale occhio sprezzante non guardò Pio XII, che era caduto sotto il tiro di Suor Pasqualina, e Giovanni XXIII, amante del bridge, della buona tavola e dei piccoli piaceri della vita, per non parlare di eminenti confratelli la cui morale era la diceria di Roma! Per molto tempo, piuttosto che cedere alle sue inclinazioni, si era dato la disciplina di combattere i “cattivi desideri”. E quasi senza rendersene conto, era diventato questo vecchio intrattabile e feroce. Sicuro di avere ragione contro tutti, Tisserant, che era diventato decano del Sacro Collegio un po’ per caso, rimproverava i suoi colleghi e i suoi subordinati. Inveiva contro Pio XII – lo chiamava “Pacelli” – che gli aveva preferito Tardini; contro Giovanni XXIII – quel “falso pegno” – che gli aveva tagliato il becco e gli artigli, strappato l’Orientale e portato via persino la Biblioteca Vaticana; contro Montini – “quel chierichetto” – che lo aveva privato delle scarpe allacciate, del cappello rosso e del diritto di voto in conclave. E cosa avevano fatto alla Chiesa tutti quei piccoli papi? Una mandria di parroci, che si stavano già disperdendo! Ma il Decano mantenne la fede. La fede di questo studioso rimaneva quella di un bambino. Daniélou gli era grato.
Qualche mese dopo, gli dovevo un ultimo favore: mio figlio Olivier – i cui fratelli studiavano al collegio gesuita di Saint-Louis-de-Gonzague, meglio conosciuto come Franklin – seppe che il Cardinale avrebbe dato lì la sua cresima. Sognava – anche se non era al Franklin – di ricevere la cresima da lui. Daniélou la ottenne senza difficoltà. Fu una cerimonia semplice e bella. La penultima immagine che ho di lui è quella di quei centouno garzoni in abito bianco, con la mano del padrino sulla spalla, che si inghirlandano uno a uno nella navata grigia, candela alla mano, salendo i gradini verso l’altare, verso quella figura esile di mio figlio Olivier – i cui fratelli studiavano in una sagoma rossa sormontata da una mitra bianca. Non avevo mai visto il “mio cardinale” così bello. Sento ancora le parole, così semplici e così giuste, con cui mostrava ai bambini la candela, il calice e l’ostia, segni della Tempia e di una fede che sfida il tempo. Ci siamo rivisti la mattina dopo, al funerale di padre d’Ouince. Questa volta era serio, ma volubile come sempre.
Non l’avrei più rivisto.
Sappiamo tutti cosa accadde in seguito, quella morte misteriosa che diventò il piatto forte dei giornalisti in cerca di scandali. Un prelato romano, da me intervistato, ebbe questo commento sconvolgente – detto con un forte accento italiano: “La cosa fastidiosa non è che Daniélou sia andato lì, è che sia morto lì!”. Quindi, anche per la gente di Chiesa, la questione era stata decisa! Tuttavia, Mandouze, che aveva appena rotto le fila con Daniélou sul matrimonio dei preti, osservava con buon senso: “Anche se tutte le prove fossero contro un uomo che non è più qui a difendersi, finché non è stata fornita la prova della sua colpevolezza, lo si deve ritenere innocente: in ogni caso, spetta a coloro che lo accusano fornire prove inconfutabili di ciò che dicono. Nel frattempo, quando tutta la vita non coincide con un fatto isolato – anche se è l’ultimo – è l’interpretazione di questo fatto isolato che dà adito a legittimi sospetti, e non la logica di tutti gli atti precedenti”. Altri non erano così scrupolosi.

Maurice Clavel, l’amatissimo discepolo, ha infangato il suo maestro sul Nouvel Observateur… proprio come l’apostolo Pietro aveva rinnegato Gesù: “Tu quoque fili…”. Les Etudes pubblicarono uno strano chiarimento, un vero e proprio monumento all’ipocrisia. Era chiaro che la Chiesa di Francia non voleva difendere l’uomo che si era tanto battuto per essa: era schiava della paura di ciò che la gente avrebbe detto.
Per quanto mi riguarda, ho la mia spiegazione: in una frazione di secondo, padre Daniélou ha pagato la vanità della fine della sua vita. Durante l’ultima pulsazione del suo cuore, beneficiando della vista panoramica dei morenti, ha potuto misurare la sua solitudine e la sua umiliazione, e fare un ultimo atto di contrizione.
Teilhard era stato stroncato da un infarto a New York il giorno di Pasqua del 1955, mentre prendeva una tazza di tè, e il generale de Gaulle (che Daniélou ammirava al punto di desiderare di mettere sugli altari) era stato stroncato. “Signore, dai a ciascuno la propria morte – una morte che nasce dalla propria vita”, cantava Rilke. Padre Daniélou è stato – umanamente parlando – tradito dalla sua morte. Almeno ha avuto quel piccolo numero di secondi durante i quali l’anima, prima di lasciare il corpo addormentato, si riconosce e decide – se vogliamo credere a Marthe R…, la donna stigmatizzata di Chàteauneuf – della sua eternità. Non ho dubbi che anche lui sia un uomo salvato.

Père Daniélou (originale francese)

Et void, dans mes souvenirs, qu’apparait le Pére Daniélou. J’ai mis longtemps á le connaítre et á l’aimer. Vers 1950, lorsque je croisais, dans les couloirs des Etudes, ce petit étre au verbe sonore, sautillant, noir de poil et d’ongles, aussi incapable de demeurer en place que de se taire, vif et pétulant, aussi prompt aux emballements qu’aux répulsions, mon premier mouvement était de prudence, pour ne pas dire de retrait : cet Ariel n’avait vraiment pas l’air d’un jésuite ! Et puis quelqu’un — ce quelqu’un était une jeune filie — m’emmena au cercle Saint-Jean-Baptiste oú le Pére régnait sans partage sur un petit peuple divers et coloré. II y avait lá des jeunes, chrétiens ou non, venus de tous les continents: des sorbonnards et des étudiants de la Catho ; des Vietnamiennes et des Africains ; de blondes collégiennes de Vassar et des Espagnoles aux cheveux plats. Beaucoup de jeunes filles que son verbe direct, sa spontanéité — et sa science — enchantaient. Dois-je l’avouer ? A ma conformiste jeunesse, la liberté joyeuse de Daniélou faisait peur. Je n’étais pas súr que son cher Origéne fút un théologien bien recommandable, ni que lui-méme n’eüt quelque complaisance envers Pélage. Quelqu’un qu’étonnaient mes remarques acides me demanda s’il n’y avait pas « quelque chose entre nous ». Un article de Combat oü je notáis qu’il y avait vraiment beaucoup de jeunes filies autour du Pére indigna Etienne Borne. Le Pére Daniélou fut plus indulgent: notre amitié date de ce méchant papier.
II est des étres dont les virtualités sont limitées et dont la réussite surprend. On dit qu’ils ont « eu de la chance ». En réalité, ils ont su proportionner leur ambition á leurs moyens et sont aisément arrivés á leur but parce qu’ils l’avaient circonscrit. L’Eglise abonde en personnages de cette nature, parvenus á l’épiscopat parce que rien, dans leur existence, n’avait donné lieu á redire : servantes d’àge canonique ; sermons puisés dans les bons manuels ; pas de politique ; de l’onction… Voilà qui plait (ou plutót qui plaisait) aux nonces. Le Pére Daniélou, lui, sortait de la norme. Il était né dans une famille consulaire, au confluent de la Bretagne celtique et de la Gaule latine, de la foi et de la libre pensée. Il y avait en lui, venu de son admirable mère, un fonds catholique inébranlable, mais il tenait de son pére une liberté de jugement, un réalisme et un humour qui existent rarement chez les clercs. Ce fonds de pensée libre devait faire la richesse et la spontanéité de sa foi. Sa chance fut d’arriver à l’àge d’homme au moment où le spiritualisme, longtemps défaillant, renaissait, où toute une pensée redevenait chrétienne, où le catholicisme retrouvait droit de cité parmi les gens de lettres. Bergson avait préparé le terrain. Léon Bloy et ses filleuls — Péguy, Claudel — avaient ouvert la brèche dans laquelle allaient s’engouffrer Gilson et Maritain pour la philosophic, Mauriac, Bernanos, Julien Green pour le román, tandis que surgissaient, autour de 1930, les jeunes contestataires à’Esprit et d’Ordre nouveau (celui d’Aron et de Dandieu). Quelle carrière le jeune Daniélou, camarade de khàgne de Sartre, de Merleau-Ponty, de Mounier, avait sacrifiée pour devenir jésuite ! Cet enfant chéri de la République pouvait devenir un grand professeur comme Alain, un écrivain comme Mauriac… ou un président du Conseilradical. A vingt ans, il dirigeait le cabinet de son pére ministre. Aristide Briand lui proposait d’entrer dans le sien. Député, soussecrétaire d’Etat… la voie était toute tracée. Renongant à l’agrégation, Daniélou entra au noviciat, faisant joyeusement le sacrifice de sa carrière — mais il savait que c’était un sacrifice…
Vingt années passèrent… et quelles années ! La France s’écroula. L’Eglise acclama le Maréchal. Daniélou gardait l’air d’un étudiant, incapable de teñir ses jambes en repos, d’aller voir un dentiste, de se priver d’une cigarette ou d’un bon mot. Comme Teilhard, comme mon cher Fombaustier, Daniélou était gai. (Il ne faudrait pas me pousser beaucoup pour me faire dire que la gaieté est la vraie mesure de l’homme. Non seulement « un saint triste est un triste saint », mais j’ai peine à croire qu’un homme resté gai — gai jusqu’à la dernière heure, en dépit de la souffrance, des tristesses, des vilenies de l’existence — ne puisse entrer au Paradis. Si cet homme-là reste gai jusque dans la peine, c’est qu’il est pur.)

Les soldats — les vrais, ceux qui se battent — sont gais : ils n’ont pas le temps de s’ennuyer. Jean Daniélou était un combattant, un de ces « cavaliers franfais » dont parlait Péguy, toujours sur la brèche. « Un pied sur le pavé de Paris et l’autre dans l’eschatologie », il ferraillait avec ardeur contre les marxistes, les existentialistes, les psychanalystes, comme les mousquetaires d’Alexandre Dumas. D’un coté, il y avait un savant très savant, le prince de la patristique et des sources grecques, l’admirateur d’Origène et de saint Grégoire de Nysse, le théologien du judéo-christianisme, qui s’effonpait de jeter des ponts entre le message évangélique et la culture hellénistique, entre l’Eglise et la Synagogue, entre l’Eglise et l’Islam, le fondateur (avec le Pére Mondésert) d’une collection comme Sources chrétiennes, le professeur (futur doven) de la Faculté de théologie catholique de Paris. Mais, de l’autre còté, il y avait un gamin de Paris — qui n’était jamais si heureux que lorsqu’il dialoguait avec des inconnus, se trouvait impliqué dans une escarmouche, ou qu’il improvisait une réplique. Un homme pour qui le christianisme n’avait de sens que s’il se déployait au milieu des hommes de son temps, qui regrettait de ne connaitre d’atelier ni d’usine et qui se multipliait pour rencontrer les gens, les faisait parler, s’intéressait à leurs problèmes, confessait les sévriennes, jouait aux dames avec des étudiants africains, se passionnait pour les religions animistes et n’avait jamais assez de temps pour épuiser « toute l’extraordinaire richesse des étres ».
Longtemps, Daniélou précéda son époque. Puis, d’abord sans s’en apercevoir — mais ensuite très consciemment —, il se mit à ramer à contre-courant. Cela devint manifeste en mai 1968.
Pour quelques-uns — dont je suis —, mais 1968 a été un révélateur, le « Mane, thecel, pharès » qu’une main inconnue inscrivait sur les murs vermoulus, mais encore imposants de la cité. D’une certaine manière, mai 1968 a décidé de ma vie : j’ai vu, en l’espace d’un mois, mourir (mourir politiquement) le général de Gaulle et cette société bourgeoise qui, à vues humaines, en France du moins, paraissait presque indestructible ; une bureaucratie dont j’étais un rouage modeste, mais bien placé ; la vieille Eglise enfin, dont j’étais le fils obéissant et fidèle. La révolte étudiante annon^ait une autre société, une autre civilisation, moins policée, moins raffinée que la nótre, mais peut-ètre plus juste et moins inégale. Une société fondée sur le profit, l’argent, les honneurs ne peut se maintenir que si le profit, l’argent, les honneurs, récompensent des mérites reconnus, fondent une inégalité differente de l’inégalité naturelle, acceptée comme plus juste. Tel n’est pas le cas aujourd’hui.
Depuis mai 1968, chacun sait, chacun sent que les années de la civilisation occidentale sont comptées. Les accouchements sont généralement douloureux et les accouchements de l’histoire sont pis que douloureux : ils sont tragiques. On l’a vu à Paris en 1789, à Petrograd en 1917. On vient de le voir à Phnom Penh, à Saigon, à Beyrouth, en Angola. Depuis mai 1968, il est difficile de fermer les veux et de se boucher les oreilles sous le prétexte que nous vivons encore (pour combien de temps ?) au sein d’une société libérale avancée. Depuis mai 1968, il faut ètre bien sot pour ne pas voir que le temps de Yindividu — celui des égoismes solitaires, des belles carrières, des fortunes acquises et des épanchements intimes — est révolu. Notre cher petit ego est bien malade. Nous devons nous préparer, comme l’avait prédit Teilhard, à penser et à vivre collectivement. Mais « pourquoi done, hommes de peu de fot, craindre ou bouder les progrès du monde ? ». Cela je l’ai compris, en mai 1968, mes veux se sont dessillés, j’ai cessé d’ètre un véritable « homme de droite » — mème si j’ai continué quelque temps, par fidélité à mes origines et par dégoüt d’une certaine gauche jouisseuse, à dire parfois le contraire.

Pour Daniélou, l’évolution fut exactement inverse. Longtemps, il avait figuré dans le peloton de tète de l’intelligentsia française ; camarade de Sartre et de Mounier, lecteur de Bernanos et de Céline, ami de Mauriac, de Maritain, de Gabriel Marcel, théologien d’avant-garde avec Congar et Chenu. Mais l’évolution de la pensée contemporaine, de Marx en Freud et de Sartre en Marcuse, le travail dissociateur de la phénoménologie, encore accentué par nos existentialistes, l’élimination du sujet par les réductionnismes structuralistes, avaient fini par l’inquiéter, puis par le scandaliser. « Tout ce qui se présente comme susceptible de donner un sens, tout reconnaissance d’une transcendance » devenaient done suspects d’idéalisme, étaient présentés « comme une aliénation et une regression » ! Mai 1968 consterna Daniélou. Trop radicale, la contestation étudiante était stèrile. Dans le domaine de l’esprit, elle hypertrophiait la fonction critique de l’intelligence au détriment de son róle actif et contemplatif. Elle détruisait ce « primat du oui » surlequel Daniélou, comme Claudel, avait fondé son existence.
Rien de tout cela n’était faux ; je venais de faire les mèmes constatations dans ma Lettre ouverte aux hommes de gauche. La « vraie » revolution n’avait pas eu lieu, elle ne s’était inserite que dans les mots. « La jeunesse avait pris la parole », s’était extasié le Pére de Certeau, mais elle n’avait pris que la parole. Nous différions sur l’avenir : pour moi, mai 1968 n’avait été qu’une annonciation. Au-delà d’un monde qui expirait, j’attendais, j’espérais le surgissement de l’Esprit. Daniélou, frappé — nous l’étions tous — par ce que le Pére Bouyer devait appeler la Decomposition du catholicisme, liait substantiellement le sort de cet Esprit à celui de la chrétienté défaillante. Pour moi, la chrétienté n’était qu’un vètement, l’enveloppe que rejetterait un jour, comme un papillon sort de son cocon, une humanité rajeunie.
Daniélou restait attaché à l’idée de chrétienté : il avait de bonnes raisons pour cela. Plus large d’esprit que beaucoup de ses confreres, il n’était pas loin d’admettre qu’un homme « moyen » ne peut vivre en chrétien que si l’Eglise fait déjà partie de son milieu de vie : pour vivre sa foi, il a besoin d’un cadre, d’une société qui la favorisent. Lorsque cet appui fait défaut, souvent la foi s’effondre. « L’homme, disait Daniélou, dépend de son milieu. Rares sont les individus qui peuvent s’en affranchir. » Cela lui paraissait particulièrement vrai des pauvres, incapables d’aller « à contre-courant de la société dans laquelle ils vivent ». Sans doute y aura-t-il toujours des saints, mais les saints ne font pas une société, parce que tout le monde n’a pas, comme disait ma grand-mère, « la vocation du martyre ». Pour « aller à la messe quand personne n’y va, il faut avoir l’àme chevillée au corps ».
Daniélou déplorait la « fureur de désacralisation » qui, depuis le concile, saisissait les clercs. En déracinant le christianisme de notre civilisation, ces imbéciles n’attiraient pas comme ils le croyaient nai’vement « la foule immense des pauvres », au contraire ! Pour lui, le devoir était simple : il fallait résister, maintenir les institutions en vie, serrer les rangs autour du pasteur. C’est ainsi qu’il prit l’initiative d’une déclaration d’allégeance sans équivoque à l’égard de Paul VI à laquelle nous fumes nombreux à souscrire. C’est ainsi qu’il se battit contre les nouveaux « théologiens de la mort de Dieu ».
Sur ces entrefaites, à la surprise générale, Paul VI lui décerna la pourpre. Le soldat de Jésus, toujours en première ligne, devenait général et prince de l’Eglise. Le Pére Daniélou, mal à l’aise aux Etudes (où, depuis 1968, il était suspect d’« intégrisme »), devenait le théologien frangais le plus écouté du pape. Comme Pa dit à peu près André Mandouze, le plus grand tour que le Bon Dieu ait joué à Daniélou fut de le faire cardinal, car, c’est certain, il gouta, tardive revanche, les honneurs qui venaient s’abattre sur lui. De son élévation au cardinalat, de son élection à l’Académie française surtout, il iouit immodérément.

Ces années-là, Daniélou se battit comme un lion. Le pape, l’Eglise, étant attaqués, à l’extérieur et à l’intérieur, il les défendit bec et ongles. Les évèques, paralysés par leurs problèmes pastoraux, n’osaient prendre parti. Cardinal néophyte, il parlait à leur place· avec une conviction véhémente. Tous les haut-parleurs lui étaient bons — la radio, l’Université, les grandes écoles, les colloques de sociologie… et mème les églises —, du moment qu’il parlait. Il se battait maintenant contre les tenants de la « nouvelle théologie », qu’il avait souvent précédés sur les chemins de la recherche, quitte à se faire taxer d’« intégrisme ».
Je le fis venir à Oxford — où il retrouva des théologiens anglicans, qui lui parurent bien moins aventureux que les nòtres —, à Bruxelles, où j’eus Phonneur de le présenter en un débat mémorable où il eut pour interlocuteur Maurice Clavel.
Tant de gioire n’était pas sans péril ni tant d’activité sans servitudes. Cardinal — archevèque pour rire de Taormina—, Daniélou n’avait ni clergé ni fidèles ; le jour mème de son sacre, on le lui fit bien voir. Il avait échappé aux servitudes et à l’obscurité de son ordre, mais c’était à ses risques et périls. Il restait un franctireur. La Compagnie de Jésus, qui aurait dù l’épauler, regardait ailleurs. Les uns lui reprochaient ses boutades, les autres trouvaient qu’il se prenait au sérieux. « Tout homme a sa valeur propre, disait Bismarck, diminuée de sa vanite. » Les prètres ne font pas exception à cette règie. Dieu merci, la valeur de Daniélou était grande et l’humour ne lui manquait pas.
Au physique, le cardinal n’avait pas changé. Mon fils Olivier ne se lassait pas de regarder ses jambes trépigner sous la table, sa main tracer des arabesques fulgurantes, décoiffer ses derniers cheveux, remonter ses lunettes sur son nez, tirer sur ses chaussettes sans jamais perdre le fil de son discours. Daniélou était resté gai, juvénile et mème un peu gamin. Son existence était austère et un rien farfelue. Sa table, rue Notre-Dame-des-Champs, croülait toujours sous la paperasse, les brochures hàtivement coupées, les journaux cochés au crayon. Sa soutane était toujours aussi crasseuse, ses chaussettes tire-bouchonnées — il est vrai que c’étaient maintenant des socquettes rouges, dont il tirait une fierté enfantine. II courait d’un rendez-vous à l’autre, d’un journal à l’autre, d’un micro à l’autre,’ toujours nerveux, amicai et chaleureux. Je ne l’ai vu calme, détendu, apaisé que lorsqu’il confessait : alors, il était tout à vous, il redevenait grave, affectueux et serein.Cardinal, il restait un vieux jeune homme curieux de tout, ce religieux non conformiste qui n’hésitait pas à emmener Mme de Pange voir un film d’avant-garde, à feuilleter Rouge, Lui ou Charlie-Hebdo, à célébrer chaque mois la messe pour des amis homosexuels, avec lesquels il déjeunait ensuite quasi familialement — à secourir des prostituées. J’aimais qu’il futresté, à soixante ans passés, cet étudiant intrepide qui ne mesurait ni son temps ni sa peine, se colletait avec n’importe quel adversaire, et parlait à la première fille venue comme le Christ à Marie-Madeleine — ravi lorsque venaient à lui un étudiant thai, un bonze huileux, un rabbin à papillotes…
De temps à autre, il abandonnait toutes ses tàches pour faire retraite, se ressourcer loin de Rome et de Paris. A la Noél 1973, il m’invita à partager ce temps de silence et de méditation. Nous nous retrouvàmes dans un couvent des Pyrénées. Toute cette semaine-là, il plut. Un beau paysage, déjà Catalan, s’ouvrait sous nos fenètres, mais la bruine engloutissait les crètes boisées et les pentes verglacées. Que faire, à mille kilomètres de Paris, sans télévision ni cinéma ? Pas d’autre distraction que la lecture, la conversation… et la messe ! Le soir, à la veillée, nous parlions de l’Eglise, de Luther et de Loisy, de Pie XII et de mon cher Teilhard (pour lequel il avait été bien injuste), du concile et des « communautés de base ». Malicieusement, je lui glissais ce tract polycopié, distribué au pèlerinage de Chartres sous le titre : Chartres, brevet d’autosatisfaction et de bonne conscience. Cet autre qui disait : « La langue de la prière est celle de l’offre et de la demande, ou, plus exactement, de la féodalité. » Et ces magazines qui prèchaient, au nom du Christ, la révolution permanente. Daniélou fulminait contre ces « assassins de la foi ». Alors, pour nous distraire, nous composions une Académie française idéale, disputant ferme pour savoir s’il fallait y admettre Lacan (le cardinal était contre), Clavel (il était pour) et Michel Foucault (il s’interrogeait) à coté de Roger Garaudy, de Jean de Fabrègues et de Gilbert Cesbron.

Maurice Clavel, le disciple tant aimé, salit son maitre dans le Nouvel Observateur… tout comme l’apótre Pierre, naguère, avait renié Jésus : « Tu quoque fili… » Les Etudes publièrent une étrange mise au point, vrai monument d’hypocrisie. Il était clair que l’Eglise de France ne voulait pas défendre celui qui s’était tant battu pour elle : elle était asservie par la peur du qu’en-dira-t-on.
Quant à moi, j’ai mon explication : le Pére Daniélou a payé, en une fraction de seconde, les mouvements de vanité de la fin de sa vie. Pendant l’ultime pulsation de son cceur, bénéficiant de la vision panoramique des mourants, il a pu mesurer sa solitude, son humiliation, et faire un dernier acte de contrition.
L’infarctus avait abattu Teilhard à New York, le jour de Paques 1955, tandis qu’il prenait une tasse de thè ; terrassé le général de Gaulle (que Daniélou admirait au point de souhaiter qu’on le mit sur les autels). « Seigneur, donne à chacun sa propre mort — une mort née de leur propre vie », chantait Rilke. Le Pére Daniéloua été — humainement parlant — trahi par sa mort. Du moins a-t-il disposé de ce petit nombre de secondes pendant lequel l’àme, avant de quitter le corps endormi, se reconnait et décide — s’il faut en croire Marthe R…, la stigmatisée de Chàteauneuf — de son éternité. Je ne doute pas que lui aussi est un homme sauvé.

“Jean Daniélou, «Tra l’eternità e il tempo», nel 50º anniversario della sua scomparsa”

29 maggio 2024 – Webinar gratuito online

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Con questo Webinar si vuole approfondire la figura di uno dei protagonisti del rinnovamento teologico e tra gli artefici

del Concilio Vaticano II, il teologo Cardinal Jean Daniélou, nella ricorrenza e nel ricordo dei 50 anni dalla sua scomparsa.

In tale occasione sarà presentato il libro di P. Marcelo Bravo Pereira «Tra l’eternità e il tempo: l’ufficio del teologo nella vita e nella proposta metodologica di Jean Daniélou».

L’eredità teologica e pastorale di Daniélou si mostra nei più di duemila articoli e libri pubblicati e che ancora oggi sono d’ispirazione a coloro che intraprendono lo studio della Rivelazione.

Inoltre, verrà presentato il Progetto di Bibliografia completa dell’Autore.

Tra i partecipanti il Prof. P. Jean-Robert Armogathe, co-fondatore e attuale editore della rivista Communio, di Alfredo Catalfo, direttore di «Edizioni Efesto».

Modera Gianni Cardinale – Avvenire.

Vedi il programma nella locandina

Vi aspettiamo!

“Il Sacerdozio è amicizia”

Traduzione di un testo di Jean Daniélou prima della sua ordinazione sacerdotale, a cura di P. Marcelo Bravo Pereira (poi segue il testo in francese).

La preparazione del sacerdozio: creare l’atmosfera della mia anima: desiderio, preghiera, purificazione. C’è la poesia del sacerdozio: ed è lo splendore liturgico, la bellezza dei salmi, la pienezza dei riti, la trasparenza dei simboli: il sacerdozio, vertice dell’edificio umano-divino; il sacerdozio è contemplazione, vita persa in Dio, abissata in Dio, adorazione, consacrazione totale; il sacerdozio è amicizia: amicizia di Gesù che si associa alla sua opera di santificazione, di vivificazione; amicizia di anime, tutte le mie amicizie si riuniscono nell’offerta sacerdotale, nel ricordo della sinassi, nell’intimità della preghiera: […]; il sacerdozio è un sacrificio: tutto deve essere dato d’ora in poi, dedizione effettiva, che mi manca soprattutto. “Il vostro sguardo è rivolto all’esterno, è soprattutto questo che non dovete più fare. La mia vita divina, la mia vita umana. Lascia tutto il resto. Bruciate tutto, i rami vani, tutto ciò che non si converte in carità, in Gesù dato e ricevuto. Silenzio. Nient’altro che questo

Carnets spirituels, 1993, p. 110-111.

Ecco il testo in francese:

La préparation du sacerdoce : créer l’atmosphère de mon âme : désir, prière, purification. Il y a la poésie du sacerdoce : et c’est la splendeur liturgique, la beauté des psaumes, la plénitude des rites, la transparence des symboles : sacerdoce, sommet de l’édifice humano-divin ; le sacerdoce est contemplation, vie perdue en Dieu, abîmée en Dieu, adoration, consécration totale ; le sacerdoce est amitié : amitié de Jésus qui associe à son œuvre de sanctification, de vivification ; amitié des âmes, toutes mes amitiés viennent se rassembler dans l’offrande sacerdotale, dans le mémento de la synaxe, dans l’intimité de l’oraison : maman et les autres, Remy et Jean-Marc, Michelle et Marie, Bidard et Agaësse 32, le Père Léonce et le Père Lebreton ; le sacerdoce est un sacrifice : tout doit être désormais donné, dévouement effectif, ce qui me manque avant tout. « Votre regard est tourné vers le dehors, c’est cela surtout que vous ne devez plus faire. » Ma vie divine, ma vie humaine. Laisser tout le reste. Tout brûler, branches vaines, tout ce qui ne se convertit pas en charité, en Jésus donné et reçu. Silence. Rien que cela. (p. 110-111)

Mandatum novum do vobis

Un testo per meditare durante il Giovedì Santo tratto dai Carnets spirituels

Jean Daniélou, sj

O Gesù, quanto è dolce la tua croce. Ti chiedo la tua croce – e tu mi dai l’amore. Mi chiedi solo di distruggere in me ciò che ritarda o impedisce l’amore, tutta quella cattiva mortalità che ho lasciato crescere in me e che soffoca la carità: lo spirito di ripiegamento, la paura di uno sforzo costoso, il falso intellettualismo, la paura dell’umiliazione, lo spirito di singolarità… Tutto ciò che è contrario alla vita comune, desidero che sia distrutto. Questo e tutti i suoi frutti.

Voglio entrare pienamente nella vita di carità, nello scambio di doni, nella gioia di ricevere Gesù e di dare Gesù, nella fiducia totale, anche se viene maltrattata, anche se viene derisa, nella benevolenza, credendo solo al bene, godendo di (tutto) il bene, cercando di procurare tutto il bene; trovando attenzioni, servizi, piccoli complimenti che aprono le anime. Non ci sia nulla nella mia vita che non sia questa comunione di vita con Dio e con i figli di Dio, in Cristo, nulla su cui lo sguardo di Maria non riesca a posarsi, nulla che non ami (p. 306-307).

Carnets spirituels, Cerf, Paris 1993, pp. 306-307 (Trad. Marcelo Bravo Pereira)

Perché scrivere su Daniélou?

Prima della Settimana Santa ho avuto l’opportunità di passare una settimana a Parigi per incontrare gli antichi discepoli di Daniélou e per fare un po’ di ricerca sugli archivi dei gesuiti di Vanves. Non sapevo cosa aspettarmi ed ero piuttosto preoccupato perché proprio in quei giorni era scoppiata una rivolta popolare contro il governo. Restare fermo all’aeroporto oppure non poter muovermi a Parigi era una possibilità reale. Grazie a Dio tutto è andato benissimo!

La cosa più bella però è stato l’incontro con alcuni dei discepoli di Jean Daniélou. Io, che ho dedicato circa 15 anni allo studio dell’opera dell’eminente teologo, non avevo alcuna esperienza personale. Attraverso gli occhi di Cathérine de Bayser, di Françoise Jacquin, di Jacqueline Piegeot, ma anche di Xavier de Bayser e di Serge Rolez, ho potuto penetrare nella loro esperienza in rapporto con il loro padre e cardinale. Alcuni di loro erano anni che non tornavano sui propri ricordi. Xavier de Bayser, che fu uno dei presidenti del Centre Jean-Baptiste, fondato proprio da Daniélou, mi confidò una sua preghiera. Alla morte di Benedetto XVI egli pregò al Papa di “risuscitare” Daniélou. Lui che era stato suo amico, lo avrebbe trovato in cielo! La Provvidenza normalmente si nasconde dietro agli avvenimenti, ma questa volta sembrava evidente: proprio quel giorno, o il giorno dopo, della preghiera di Xavier, egli ricevette una mia mail, chiedendo un incontro a Parigi. Dopo 50 anni!!!

A quasi cinquanta anni dalla sua scomparsa, bisognerebbe finire con quel silenzio tombale che cadde dopo la sua morte, 20 maggio 1974. Questa è la mia intenzione: promuovere il suo pensiero, ricordare la sua figura di cardinale e apostolo, proporre alle future generazioni una forma di essere cristiano, bene attaccato alla Tradizione ecclesiale, e soprattutto al Vangelo, ma aperto in tutte le direzioni.

Mettiamo nelle mani della Madonna questo sforzo!

P. Marcelo Bravo Pereira, LC