Il pensiero cristiano: l’unico a tenere conto della totalità della realtà (terza e ultima parte)

Jean Daniélou, “La pensée chrétienne”, Études, 1947.

La terza obiezione di Celso è forse la più sorprendente. Riguarda il valore dell’uomo. Celso rimprovera ai cristiani di dare a se stessi, e poi all’uomo in generale, un’importanza ridicola:

“Ebrei e cristiani sono come uno stormo di pipistrelli, come formiche che escono dalle loro tane, come rane che siedono intorno a una palude, come vermi riuniti in un angolo del pantano, che si dicono l’un l’altro: Noi siamo coloro ai quali Dio rivela in anticipo tutte le cose; trascurando l’universo e il corso degli astri, egli governa solo per noi, cercando con quali mezzi possiamo essere eternamente uniti a lui. Siamo stati creati da Dio del tutto simili a lui: tutte le cose sono subordinate a noi, la terra e l’acqua, l’aria e le stelle” (Contro Celso, IV, 23).

Anche qui la critica di Celso ha due aspetti. In primo luogo, ciò che contesta al cristianesimo è la sua pretesa di trascendenza rispetto alle altre religioni. Che diritto hanno i cristiani di pretendere di essere oggetto della speciale sollecitudine di Dio? E portando la sua critica nella direzione più moderna, Celso cerca, confrontando il cristianesimo con altre religioni, di dimostrare che non c’è nulla in esso che non si possa trovare altrove. Esiste una religione di cui le religioni sono solo approssimazioni e il cristianesimo è solo una di queste approssimazioni. Al di là di questa critica, è l’importanza più generale che il cristianesimo attribuisce all’uomo che Celso attacca. Per lui, ciò che è divino, come abbiamo detto, è l’ordine eterno del cosmo. L’uomo è parte di questo ordine di cui è solo un ingranaggio. Fa parte della natura. Cos’è l’uomo in questa visione, se non un elemento del tutto, infinitesimale e senza importanza.
Non è necessario sottolineare la modernità di queste critiche. Esse toccano ancora una volta uno dei punti essenziali della visione cristiana delle cose. Il relativismo e il sincretismo moderni mettono in discussione anche il cristianesimo tra le forme di vita religiosa e la sua pretesa di essere oggetto di un particolare intervento di Dio. Ancora di più, il pensiero scientifico moderno sfida la visione antropocentrica del cristianesimo. Mentre scopre le profondità dello spazio e del tempo, l’umanità sembra persa in questa natura immensa, di cui rappresenta un successo precario e fragile, ma niente di eccezionale. Per il naturalismo moderno, la realtà è di nuovo l’insieme, l’insieme del cosmo o l’insieme della società, in cui l’individuo appare solo come una parte, un ingranaggio totalmente subordinato all’insieme.
Il cristianesimo si oppone a questa visione nel modo più radicale. Per esso, una persona è più dell’intero mondo della natura. Una “persona” è essa stessa un tutto e non può mai essere considerata come una semplice parte. Basti ricordare alcuni grandi testi che segnano la storia del pensiero cristiano. È Gregorio di Nissa che condanna la schiavitù ricordando che “in tutto ciò che esiste nulla è in grado di contenere la grandezza dell’uomo”. Sono le parole di Giovanni della Croce: “Un solo pensiero dell’uomo vale più dell’intero universo! Sono le parole di Pascal: “Di tutti i corpi insieme, uno non può fare un atto di intelligenza”. L’affermazione della trascendenza della persona umana rispetto all’intera natura appare dunque qui come una delle principali affermazioni del pensiero cristiano. Anche qui ritroviamo la stessa posizione di prima. Questo valore della persona era estraneo al pensiero antico. Il fatto cristiano lo ha imposto al pensiero. Il pensiero moderno lo ha recepito e lo considera ormai patrimonio del modo di pensare umano. Anche in questo caso, il pensiero cristiano ci appare come l’impatto del fatto cristiano sul pensiero.
Il fondamento di questa dottrina nel cristianesimo è la concezione dell’uomo creato a immagine di Dio, cioè l’uomo chiamato da Dio, attraverso una vocazione personale, a partecipare alla sua vita. L’affermazione essenziale è dunque, come la vedeva Celso, quella dell’amore di Dio, che si interessa dell’uomo, sua creatura, o meglio che lo ha creato solo per comunicargli i suoi beni. Questo amore non è rivolto al genere umano in generale. È rivolto a ogni singola anima: “Mi ha amato e ha dato la sua vita per me”. Ogni cristiano si vede così amato personalmente da Dio, redento dal sangue di Cristo, morto solo per lui. Questa affermazione capovolge tutte le prospettive. Dà a ogni persona un valore infinito come oggetto di un amore infinito. Questo è il fondamento del valore di ogni anima umana, che la rende più preziosa dell’intero universo.
Sì, Celso ha ragione, il cristiano pensa che Dio abbia creato gli uomini per renderli simili a sé e che tutto sia subordinato a loro. La domanda che possiamo porci è se questo senso della dignità umana possa sopravvivere al di fuori delle concezioni teologiche su cui si basa. Non sembra che sia così. Le filosofie laiche della persona, che vogliono basare il suo valore semplicemente sulla sua natura, sono infatti, come dimostrano gli eventi, impotenti di fronte alle correnti totalitarie che vogliono subordinare la persona alle forze della natura. Solo una realtà è inviolabile, ed è Dio stesso. Ciò che rende sacra la persona è la sua consacrazione, la sua appartenenza a Dio. Senza questa consacrazione, la filosofia è impotente a proteggere questa realtà che deve al cristianesimo.
Così, alla fine di questo studio, siamo in grado di precisare sia la natura che il contenuto essenziale di questa nozione del pensiero cristiano, che all’inizio sembrava così enigmatica. È il solco che le realtà cristiane tracciano nel pensiero, costringendolo a conformarsi a questo fatto nuovo che esse costituiscono e che fa parte della realtà integrale. In questo senso, il pensiero cristiano, essendo l’unico pensiero che tiene conto della totalità della realtà, ci appare anche come il pensiero più completo. Ci dà la vera concezione di Dio, dell’uomo e del mondo. A questa vera concezione può arrivare la ragione umana di diritto. In realtà, poiché l’uomo che la esercita è un uomo peccatore, essa è stata storicamente incapace di farlo. È stato necessario il fatto cristiano perché il pensiero in quanto tale raggiungesse il suo oggetto. È il caso dell’uomo, che si realizza pienamente solo nel cristianesimo. Così, il cristianesimo, il cui obiettivo primario ed essenziale è aprire all’uomo il mondo soprannaturale della vita trinitaria, è anche, in aggiunta, ciò che gli permette di realizzarsi nel suo ordine.

Originale in francese

La troisième objection de Celse est peut-être la plus frappante. Elle concerne la valeur de l’homme. Celse reproche aux chrétiens de se donner d’abord à eux-mêmes, puis à l’homme en général une ridicule importance : « Juifs et chrétiens ressemblent à une troupe de chauves-souris, à des fourmis qui sortent de leurs trous, à des grenouilles qui tiennent séance autour d’un marais, à des vers formant assemblée dans un coin du bourbier qui se diraient les uns aux autres : nous sommes ceux à qui Dieu révèle toutes choses d’avance ; négligeant l’univers et le cours des astres, c’est pour nous seuls qu’il gouverne, cherchant par quels moyens nous pouvons lui être unis éternellement. Nous avons été créés par Dieu entièrement semblables à Lui : toutes choses nous sont subordonnées, la terre et l’eau, l’air et les étoiles» (Contre Celse, IV, 23).
La critique de Celse ici encore présente deux aspects. Ce qu’il conteste d’abord dans le christianisme, c’est sa prétention à la transcendance par rapport aux autres religions. De quel droit les chrétiens se prétendent-ils l’objet d’une sollicitude spéciale de Dieu ? Et poussant sa critique dans le sens le plus moderne, Celse s’efforce, en comparant le christianisme aux autres religions, de montrer qu’il ne s’y trouve rien qu’on ne retrouve ailleurs. Il y a une religion dont les religions ne sont que des approximations et le christianisme n’est qu’une de ces approximations. Au delà de cette critique, c’est à l’importance plus générale que le christianisme attache à l’homme que Celse s’en prend. Pour lui, ce qui est divin, nous l’avons dit, c’est l’ordre éternel du cosmos. L’homme, rentre dans cet ordre dont il n’est qu’un rouage. Il fait partie de la nature. Ou’est-ce dans cette vision qu’un homme, sinon un élément du tout, infime et sans importance.
Je n’ai pas besoin de souligner la modernité de ces critiques. Elles touchent ici encore un des points essentiels de la vision chrétienne des choses. Le relativisme et le syncrétisme modernes font eux aussi du christianisme une des formes de la vie religieuse et contestent sa prétention à être l’objet d’une intervention, particulière de Dieu. Plus encore la pensée scientifique moderne conteste la vision anthropocentrique du christianisme. A mesure qu’elle découvre les profondeurs de l’espace et du temps, l’humanité lui paraît perdue dans cette immense nature, dont elle représente une réussite précaire et fragile, mais sans rien d’exceptionnel. Pour le naturalisme moderne, la réalité ici encore est le tout, le tout du cosmos ou le tout de la société, dans lequel l’individu apparaît seulement comme une partie, un rouage totalement subordonné à l’ensemble.
Or à cette vision des choses, le christianisme s’oppose de la façon la plus radicale. Pour lui un seul homme est plus que le monde de la nature tout entière. Une ‘personne est elle-même une totalité et ne peut jamais être considérée comme une simple partie. Il n’est que de rappeler ici quelques-uns des grands textes qui jalonnent l’histoire de la pensée chrétienne. C’est Grégoire de Nysse, condamnant l’esclavage en rappelant que « dans tout ce qui existe rien n’est capable de contenir la grandeur de l’homme ». C’est le mot de Jean de la C roix : « Une seule pensée de l’homme vaut mieux que tout l’univers ! » C’est celui de Pascal : « De tous les corps ensemble, on ne peut faire un acte d’intelligence ». L ’affirmation de la transcendance de la personne humaine par rapport à toute la nature apparaît donc ici comme une affirmation majeure de la pensée chrétienne. Or ici encore nous retrouvons la même position que tout à l’heure. Cette valeur de la personne était étrangère à la pensée antique. Le fait chrétien l’a imposée à la pensée. La pensée moderne l’a recueillie et elle est maintenant considérée comme appartenant au patrimoine de la pensée humaine. Ici encore la pensée chrétienne nous apparaît comme retentissement du fait chrétien sur la pensée.
Ce qui fonde en effet cette doctrine dans le christianisme, c’est la conception de l’homme créé à l’image de Dieu, c’est-à-dire de l’homme appelé par Dieu, par une vocation personnelle, à participer à sa vie. L ’affirmation essentielle ici c’est donc bien, comme le voyait Celse, celle de l’amour de Dieu, qui s’intéresse à l’homme sa créature, ou plutôt qui l’a créé seulement pour lui communiquer ses biens. Cet amour ne s’adresse pas à l’espèce humaine de façon générale. Il s’adresse à chaque âme en particulier : « Il m’a aimé et il a donné sa vie pour moi ». Chaque chrétien se considère donc comme aimé personnellement par Dieu, comm e racheté par le sang du Christ, qui serait mort pour lui seul. Une telle affirmation bouleverse toutes les perspectives. Elle donne à chaque -homme une valeur infinie, en tant qu’il est objet d’un amour infini. C’est là ce qui fonde la valeur de toute âme d’homme, qui fait qu’elle a plus de prix que tout l’univers.
Oui, Celse a raison, le chrétien pense en effet que Dieu a créé les hommes pour se les rendre semblables et que tout leur est subordonné. E t la question, que nous pourrons nous poser ici, c’est celle de savoir si ce sens de la dignité de l’homme peut subsister en dehors des vues théologiques qui la fondent. Il semble bien qu’il n’en soit pas ainsi. Les philosophies laïques de la personne, qui veulent fonder sa valeur simplement sur sa nature, sont en effet, les événements le prouvent, impuissantes contre les courants totalitaires qui veulent subordonner la personne aux forces de la nature. Une seule réalité en effet est inviolable et c’est Dieu même. Ce qui rendait la personne sacrée, c’était sa consécration, son appartenance à Dieu. Hors de cette consécration, ia philosophie s’avère bien impuissante à protéger cette réalité qu’ elle doit au christianisme.
Ainsi au terme de cette étude, nous arrivons à préciser à la fois la nature et le contenu essentiel de cette notion de pensée chrétienne qui nous avait paru d’abord si énigmatique. Elle est le sillon que les réalités chrétiennes tracent dans la pensée en l’obligeant à se conformer à cette donnée nouvelle qu’elles constituent et qui fait partie de la réalité intégrale. A cet égard-la pensée chrétienne, étant îa seule qui tienne compte de la totalité du réel, nous apparaît aussi comme étant la pensée la plus achevée. Elle nous donne la vraie conception de Dieu, de l’homme et du monde. A cette vraie conception, la raison humaine en droit pourrait parvenir. En fait, parce que l’homme qui l’exerce est un homme pécheur, elle en a été historiquement incapable. Il a fallu le fait chrétien pour que la pensée comme telle atteigne son objet. Il en est ainsi comm e de l’homme qui ne se réalise pleinement que dans le christianisme. Ainsi le christianisme dont le but premier et essentiel est d’ouvrir à l’homme le monde surnaturel de la vie trinitaire est aussi par surcroît ce qui lui permet de s’accomplir dans î’ordre propre qui est le sien.

Il pensiero cristiano: caratteristiche essenziali (seconda parte)

Jean Daniélou, “La pensée chrétienne”, Etudes 1947.

Definita la natura propria del pensiero cristiano, resta da precisarne le caratteristiche essenziali. Questa descrizione vorrebbe raggiungere le caratteristiche di ogni possibile pensiero cristiano, che costituiscono i punti fondamentali di resistenza che il dato cristiano propone al pensiero e ai quali il pensiero è obbligato a piegarsi per essere cristiano. Per chiarire questi punti, dovremo fare riferimento all’incontro tra il pensiero greco e la realtà cristiana, che costituisce per noi l’unico terreno di esperienza storicamente dato. Ma questa esperienza è così cruciale e così in sintonia con le caratteristiche universali del cristianesimo che può assumere un valore esemplare. Per questo ci riferiremo al caso eminente che abbiamo già citato, quello di Origene. Nel suo dialogo con il pagano Celso, i due uomini, come ha dimostrato la signora Miura Stange (Celsus und Origenes), hanno la stessa mentalità: sono entrambi platonici. Ciò che li oppone, quindi, sono solo le incompatibilità del cristianesimo e del platonismo. Abbiamo qui un esperimento di eccezionale interesse.
Ora, i punti di attrito dei due pensieri possono essere ridotti a tre critiche essenziali che Celso muove al cristianesimo, tre critiche molto semplici, per nulla filosofiche, che costituiscono comunque i principali punti di resistenza del pensiero al cristianesimo e che definiscono così la realtà cristiana nella sua irriducibilità. Queste tre critiche sono:
1°) Voi vi reclutate tanto dagli ignoranti e dai peccatori quanto dai sapienti: “Ascoltiamo chi chiamano: se qualcuno è peccatore, se qualcuno è ignorante, se qualcuno è infantile, e così via tutti i diseredati, questi ottengono il regno di entrambi” (Contro Celso, III, 59).
2°) Voi rovesciate le antiche tradizioni portando un nuovo culto (Contro Celso, V, 25).
3°) Vi date un’importanza ridicola pensando che Dio si sia interessato a voi più che agli altri uomini.
Vedremo come queste tre obiezioni, così popolari nella forma, così simili a quelle che incontriamo ancora oggi e che sono quindi le obiezioni che il cristianesimo non cesserà di incontrare, perché costituiscono il rifiuto stesso del pensiero che vuole bastare a se stesso nel dato cristiano, vedremo come queste obiezioni ci fanno toccare i tre caratteri essenziali della realtà cristiana. E così ci permetteranno di definire il pensiero cristiano come quello che si sottomette a queste tre condizioni.
Per il pensiero filosofico, Dio costituisce la sfera superiore della gerarchia degli esseri. Questa gerarchia va dalla natura, che rappresenta l’ultimo grado, alla divinità, che è il grado più alto. La natura è estranea a Dio. La saggezza consisterà per l’uomo nel liberarsi da ciò che è legato al sensibile per vivere solo in ciò che è legato al divino. O il divino è lo spirito. Theion e noeon sono la stessa cosa. È la sfera superiore dell’essere a cui appartengono uomini, eroi e dèi. L’unione con il divino rappresenterà lo sforzo supremo proposto all’uomo da Platone e Plotino. L’accesso al divino sembra essere molto difficile e al tempo stesso accessibile a un’élite di filosofi. Questa è la visione platonica. Ora si può dire che si trova in tutte le concezioni della sapienza umana, nel buddismo e nel neoplatonismo, in Platone e in Spinoza.
Ma il Dio vivente della Bibbia fa saltare questa concezione. In primo luogo non si identifica con nessuna essenza, non è la più alta delle essenze. Egli è al di là di ogni essenza. La separazione non è quindi tra il mondo intelligibile e il mondo sensibile, ma tra il Creatore e la creatura. C’è quindi un abisso tra Dio e ogni spirito creato. L’accento è posto sulla sovrana indipendenza di Dio nell’esistenza e sulla radicale dipendenza di tutto ciò che non è Dio. Così Dio può chiamare le sue creature a partecipare alla sua vita senza che questo implichi il minimo panteismo, perché la differenza sarà sempre che questa vita sarà posseduta in Dio per natura, nell’uomo ricevuta per grazia.
Possiamo quindi vedere come questa concezione modifichi radicalmente il rapporto tra Dio e l’uomo e ci fornisce una risposta all’obiezione di Celso. Per Celso, Dio è allo stesso tempo accessibile e molto difficile da raggiungere; quindi solo i saggi lo raggiungeranno. Per i cristiani è molto diverso. Dio è radicalmente inaccessibile e molto facile da raggiungere. L’uomo non può avere alcuna presa su di esso, la sua trascendenza è assoluta. Non è solo una trascendenza metafisica, è il mistero della santità di Dio, che è totalmente separato da tutte le creature nel possesso della sua beatitudine essenziale. Ma questo Dio radicalmente inaccessibile è un Dio vivente che si manifesta e si comunica attraverso l’amore. Per conoscerlo, quindi, non c’è più bisogno di uno sforzo dell’intelletto, ma dell’umiltà dell’anima. E questo Dio inaccessibile è quindi il Dio vicinissimo che non si è manifestato ai filosofi e ai dotti, ma agli umili e ai piccoli. E questo è il messaggio essenziale del Vangelo. Si rivolge ai peccatori, ma tutti sono peccatori e l’essenziale per conoscere Dio è riconoscersi peccatori. Si rivolge agli ignoranti, e tutti sono ignoranti, perché la scienza umana è il nulla e la follia rispetto alla sapienza della croce. Si rivolge ai piccoli, perché Gesù ha detto: se non diventerete come uno di questi piccoli, non entrerete nel regno. Un povero schiavo convertito è più vicino al Dio vivente di Celso il platonico. E questa è la novità del Dio cristiano.
La seconda obiezione di Celso al cristianesimo è la sua novità. Anche qui, sotto la reazione esterna, appare un aspetto fondamentale dell’opposizione tra cristianesimo e pensiero. La reazione esterna è l’ostilità dei vecchi culti pagani tradizionali di fronte al cristianesimo. Il cristianesimo è essenzialmente una rottura con il mondo degli idoli e una comunione con Cristo. Nei primi secoli cristiani assistiamo a uno sforzo disperato da parte del paganesimo per resistere alla marea montante della “nuova” religione. Paganesimo e conservatorismo si identificano: ricordiamo le parole di Giuliano: “Odio ogni innovazione, soprattutto per quanto riguarda gli dei”. La religione pagana, con la diversità dei suoi culti corrispondente alla diversità delle nazioni, appare a Giuliano come costituente un ordine eterno, voluto dagli dei, immutabile come la natura, e contro il quale il giovane cristianesimo, con il suo universalismo e la sua novità, rappresenta una forza rivoluzionaria e sovversiva.
Anche in questo caso, però, questo apparente conflitto nasconde una fondamentale opposizione di mentalità. Per il pensiero greco, il divino è il mondo immobile delle idee. Di questo mondo immobile, il divenire rappresenta un riflesso creato, soggetto al cambiamento, ma dove il cambiamento stesso è controllato da leggi immutabili che esorcizzano in esso ogni novità e lo rendono un riflesso mobile dell’immobile. Il tipo di movimento perfetto sembra essere il moto circolare eternamente ricorrente degli astri. La storia umana è a sua volta concepita come circolare nella dottrina dell’eterno ritorno, secondo la quale, alla fine dell’anno cosmico, tutto ricomincia esattamente come prima, rinascendo le età dell’oro dopo le conflagrazioni finali. Così ogni novità è esclusa per sempre e il mondo riflette eternamente il suo modello intelligibile.
A questa visione, la realtà cristiana oppone la sua fede nel valore unico e irrevocabile dell’evento dell’Incarnazione. Cristo, secondo la Lettera agli Ebrei, è entrato una volta per tutte (hapax) nel Santo dei Santi, cioè nella sfera trinitaria, con la sua Ascensione. E qui c’è qualcosa di irrevocabilmente acquisito. Nulla potrà più separare la natura umana da quella divina. Nessuna ricaduta è possibile. L’umanità è sostanzialmente salvata. La storia non è altro che l’estensione agli individui di ciò che è stato acquisito per l’intera natura. Abbiamo qui un evento che introduce un cambiamento qualitativo definitivo nel tempo, per cui non si può più tornare indietro. C’è quindi, nel pieno senso della parola, un passato e un futuro. Questa fede nel carattere irreversibile della salvezza acquisita è alla base della speranza cristiana, che è l’attesa di entrare nel godimento di un bene già acquisito, e si contrappone alla malinconia greca, che è consenso all’eterno ripetersi delle cose.

Originale in francese

Ayant défini désormais la nature propre de la pensée chrétienne, il nous reste à en préciser les caractères essentiels. Cette description voudrait atteindre les caractères de toute pensée chrétienne possible, ce qui constitue les points de résistance fondamentaux que le donné chrétien propose à la pensée et auxquels celle-ci est obligée de se plier pour être chrétienne. Pour préciser ces points, nous devrons nous référer à la rencontre de la pensée grecque et de la réalité chrétienne, qui constitue pour nous le seul terrain d’expérience historiquement donné. Mais cette expérience est si cruciale et atteint si bien les caractères universels du christianisme qu’elle peut prendre valeur exemplaire. Nous nous référerons pour cela au cas éminent dont nous avons déjà parlé, qui est celui d’Origène. Dans son dialogue avec le païen Celse, les deux hommes, comme l’a montré Madame Miura Stange (Celsus und Origenes) ont la même mentalité : ce sont deux platoniciens. Ce qui les oppose donc, ce seront seulement les points d’incompatibilité du christianisme et du platonisme. Nous avons donc là une expérience d’un intérêt exceptionnel.
Or, les points de friction des deux pensées peuvent se ramener à trois critiques essentielles que Celse fait au christianisme, trois critiques très simples, aucunement philosophiques, qui constituent encore aujourd’hui les points de résistance principaux de la pensée au christianisme et qui définissent ainsi la réalité chrétienne dans son irré ductibilité. Ces trois critiques sont :
1°) Vous vous recrutez aussi bien chez les ignorants et les pécheurs que chez les sages : « Ecoutons qui ils appellent : Si quelqu’un est pécheur, si quelqu’un est ignorant, si quelqu’un est puéril, et pour ainsi dire tous les déshérités, ceux-là obtiennent le royaume des deux» (Contre Celse, III, 59).
2°) Vous renversez les traditions antiques en apportant un culte nouveau ( Contre Celse, V , 25).
3°) Vous vous donnez une importance ridicule en pensant que Dieu s’est intéressé à vous plus qu’aux autres hommes.
Nous allons voir comment ces trois objections, si populaires de forme, si semblables à celles que nous rencontrons encore aujourd’hui et qui sont donc les objections auxquelles le christianisme ne cessera de se heurter, parce qu’elles constituent le refus même de la pensée qui veut se suffire à elle-même au donné chrétien, nous verrons comment ces objections nous font toucher les trois caractères essentiels de la réalité chrétienne. E t ainsi elles nous permettront de définir la pensée chrétienne comme celle qui se soumet à ces trois conditions.
Pour la pensée philosophique, Dieu constitue la sphère supérieure de la hiérarchie des êtres. Cette hiérarchie va de la nature qui en représente le dernier degré à la divinité qui en est le degré le plus haut. La nature est étrangère à Dieu. La sagesse consistera pour l’homme à se dégager de ce qui en lui est apparenté au sensible pour vivre seulement dans ce qui est apparenté au divin. O r le divin, c’est l’esprit. Le theion et le noèton sont une même chose. C’est la sphère supérieure de l’être à laquelle appartiennent les hommes, les héros et les dieux. Etre uni au divin représentera l’effort suprême proposé à l’homme par Platon et Plotin. L ’accès au divin apparaît à la fois comme très difficile, mais cependant comme accessible à une élite de philosophes. Telle est la vision platonicienne. Or on peut dire qu’elle se retrouve dans toutes les conceptions de sagesse humaine, dans le bouddhisme et dans le néo-platonisme, dans Platon et dans Spinoza.
Or le Dieu vivant de la Bible fait entièrement sauter cette conception. En premier lieu il ne s’identifie pas avec une essence quelconque, il n’est pas la plus élevée des essences. Il est au delà de toute essence. La séparation n’est donc pas entre le monde intelligible et le monde sensible, mais entre le Créateur et la créature. Il y a donc un abîme entre Dieu et tout esprit créé. L ’accent est mis sur l’indépendance souveraine de Dieu dans l’existence et la dépendance radicale de tout ce qui n’est pas Dieu. Ainsi Dieu pourra appeler ses créatures à participer à sa vie sans que ceci implique le moindre panthéisme, car la différence consistera toujours en ce que cette vie sera en Dieu possédée par nature, dans l’homme reçue par grâce.
On voit dès lors comment cette conception m odifie radicalement les relations de Dieu et de l’homme et nous apporte une réponse à l’objection de Celse. Pour Celse, Dieu est à la fois accessible et très difficile à atteindre ; ainsi seuls les sages y parviendront. Pour les chrétiens il en est tout autrement. Dieu est radicalement inaccessible et très facile à atteindre. L’homme ne peut avoir aucune prise sur lui, sa transcendance est absolue. Ce n’est pas seulement une transcendance métaphysique, c’est le mystère de la sainteté de Dieu, qui est totalement séparé de toute créature dans la possession de sa béatitude essentielle. Mais ce Dieu radicalement inaccessible est un Dieu vivant qui se manifeste et se communique par amour. Il n’est donc plus besoin pour le connaître d’un effort de l’intelligence, mais de l’humilité de l’âme. Et ce Dieu inaccessible est ainsi le Dieu très proche qui ne s’est pas manifesté aux philosophes et aux savants, mais aux humbles et aux petits. Et tel est bien le message essentiel de l’Evangile. Il s’adresse à des pécheurs, mais tous sont pécheurs, et l’essentiel pour connaître Dieu, c’est de se reconnaître pour pécheurs. Il s’adresse à des ignorants, et tous sont ignorants, car la science humaine est néant et folie à côté de la sagesse de la croix. Il s’adresse à des petits, car Jésus a dit : si vous ne devenez comme l’un de ces petits, vous n’entrerez pas dans le royaume. Un pauvre esclave converti est plus proche du Dieu vivant que Celse le platonicien. Et c’est toute la nouveauté du Dieu chrétien.
La seconde objection de Celse au christianisme, c’est sa nouveauté. Ici encore sous la réaction extérieure, c’est un aspect fondamental de l’opposition du christianisme et de la pensée qui apparaît. Ea réaction extérieure, c’est l’hostilité des vieux cultes païens traditionnels en présence du christianisme. Celui-ci en effet est essentiellement rupture avec le monde des idoles et communion au Christ. Nous assistons dans les premiers siècles chrétiens à un effort désespéré du paganisme pour se maintenir contre le flot montant de la religion « nouvelle». Paganisme et conservatisme s’identifient : qu’on se souvienne du mot de Julien : « Je hais toute innovation, surtout en ce qui concerne les dieux ». Ea religion païenne, avec la diversité de ses cultes correspondant à la diversité des nations, apparaît à Julien comme constituant un ordre étemel, voulu par les dieux, aussi immuable que la nature, et contre quoi le jeune christianisme, avec son universalisme et sa nouveauté, représente une force révolutionnaire et subversive.
Or, ici encore ce conflit apparent recouvre une opposition foncière de mentalité. Pour la pensée grecque, le divin est le monde immobile des idées. De ce monde immobile, le devenir représente un reflet créé, soumis au changement, mais où le changement lui-même est commandé par des lois immuables qui exorcisent en lui toute nouveauté et en font un reflet mobile de l’immobile. Ee type du mouvement parfait apparaît comme étant le, mouvement circulaire des astres qui se reproduit éternellement. E’histoire humaine à son tour est conçue comme circulaire dans la doctrine de l’étemel retour selon laquelle, au terme de Fannée cosmique, tout recommence exactement comme auparavant, les âges d’or renaissant après les conflagrations finales. A insi toute nouveauté est à jamais exclue et le monde éternellement reflète son modèle intelligible.
A cette vision, la réalité chrétienne oppose sa foi dans la valeur unique, irrévocable, de l’événement de l’Incarnation. Le Christ, selon l’Epître aux Hébreux, est entré une fois pour toutes (hapax) dans le Saint des Saints, c’est-à-dire dans la sphère trinitaire, par son Ascension. E t il y a là quelque chose d’irrévocablement acquis. Rien jamais ne pourra plus désormais séparer la nature humaine de la nature divine. Aucune rechute n’est plus possible. L’humanité est substantiellement sauvée. L ’histoire n’est plus que l’ extension aux individus de ce qui est acquis à la nature entière. Nous avons donc ici un événement qui introduit un changement qualitatif définitif dans lé temps, en sorte que jamais on ne pourra revenir en arrière. Il y a donc au sens complet du mot un passé et un avenir. Cette foi dans le caractère irréversible du salut acquis fonde l’ espérance chrétienne, qui est attente d’entrer en jouissance d’un bien déjà acquis, et l’oppose à la mélancolie grecque, qui est consentement à l’étemelle répétition des choses.

Il futuro del pensiero cristiano: da un cristianesimo ellenico a un cristianesimo plurale

Jean Daniélou, “La pensée chrétienne”, Etudes 1947.

San Girolamo e Dionigi. Trionfo di San Tommaso a Santa Maria Novella, Firenze

La prima questione è chiedersi che cosa significhino le parole pensiero cristiano e quale significato dobbiamo dare loro. Il cristianesimo, infatti, non si presenta prima di tutto come un sistema filosofico o addirittura come una saggezza, ma è prima di tutto un fatto o, più esattamente, una sequenza di eventi. I libri sacri del cristianesimo, l’Antico e il Nuovo Testamento, raccontano una storia, dall’elezione di Abramo alla Pentecoste, il cui momento essenziale è segnato dalla risurrezione di Cristo. È una storia nel senso più positivo del termine, di eventi che fanno parte del tessuto dei fenomeni. Ma questi eventi appartengono allo stesso tempo a un’altra storia, storica quanto l’altra, ma che non cade sotto la presa del metodo storico e che è quella dei magnalia Dei.
Questi eventi storici non sono in primo luogo l’avvento di una nuova epoca di pensiero, ma sono molto più profondamente un cambiamento nell’esistenza dell’uomo. È una nuova modalità di esistenza, una nuova creazione, una deuterà Ktisis che modifica la condizione umana e di cui tutto il pensiero deve tener conto. Abbiamo qui un cambiamento di pensiero che è consecutivo prima di tutto a un cambiamento di esistenza. Questo cambiamento è l’ingresso dell’uomo, attraverso Gesù Cristo, nell’ordine soprannaturale, che è una partecipazione alla vita stessa di Dio. Si tratta di un ordine di realtà proprio, assolutamente trascendente rispetto a tutta la vita naturale, che è il disegno nascosto in Dio da tutta l’eternità di adottarci come suoi figli, un mistero preparato dagli eventi dell’Antico Testamento, compiuto dall’Incarnazione, dalla Risurrezione e dall’Ascensione di Cristo, e realizzato dalla creazione della Chiesa, che è un nuovo cosmo, a Pentecoste. Il cristianesimo è quindi prima di tutto di ordine cosmico, o meglio ipercosmico. È trascendente rispetto a tutta la natura. È il Regno di Dio già presente nel mistero.
È notevole che i due più grandi geni dell’antichità cristiana, Origene e Agostino, siano stati entrambi colpiti dal fatto che il cristianesimo è più un cambiamento nella realtà che un cambiamento nel pensiero. Essi ritenevano infatti che, in termini di conoscenza, Platone fosse giunto a conoscere una grande quantità di verità: un Dio spirituale, che crea per amore, la cui somiglianza è il fine dell’uomo. Ma questo ideale che aveva intravisto rimaneva una pura speculazione, accessibile a pochi sapienti. Il cristianesimo appariva loro, al contrario, come la comunicazione da parte di Dio di un’energia divina, di una grazia che operava effettivamente questa divinizzazione di cui la filosofia era solo la teoria, lasciando l’uomo ancora più infelice.
Ma questa nuova creazione rappresentata dal mondo della grazia, che è l’intera realtà cristiana, ha incontrato il mondo del pensiero. Ed è qui che appare il pensiero cristiano. Esiste dunque un pensiero cristiano, che è la ripercussione dell’esistenza cristiana su quest’altra dimensione cosmica che è il pensiero. Il pensiero cristiano è dunque pensiero nella misura in cui è modificato dall’evento cristiano. Non si tratta quindi di una struttura mentale particolare, come nel caso del pensiero cinese, arabo o greco, ma di nuove condizioni oggettive di realtà che si imporranno a tutto il pensiero, a qualsiasi mentalità appartenga. Non possiamo quindi dire che esiste un pensiero cristiano come un pensiero greco o un pensiero indù. Ci può essere un pensiero cristiano greco e un pensiero cristiano indù. Il cristianesimo non è legato a nessuna mentalità particolare.
Questo punto è stato ben evidenziato in precedenza, in relazione al dibattito sulla filosofia cristiana, da M. Gilson e M. Maritain. Essi hanno mostrato chiaramente che non esiste una filosofia naturalmente cristiana, ma che la filosofia cristiana è il fatto storico di un pensiero condizionato oggettivamente dai dati della Rivelazione e soggettivamente dalla vivificazione dell’intelligenza per mezzo della grazia della fede. Il pensiero cristiano non è in alcun modo un’esigenza o un’estensione del pensiero filosofico. È questo stesso pensiero filosofico rettificato, corretto da questi dati di altro ordine che sono la realtà cristiana. Vorrei sottolineare che la realtà cristiana stessa comprende il suo pensiero. Il cristianesimo è vita e luce, sacramento e dogma. Il nostro obiettivo qui non è questo pensiero strettamente teologico e rivelato. Si tratta invece di determinare l’impatto del fatto rivelato sul pensiero filosofico e religioso.
Storicamente, l’incontro tra cristianesimo e pensiero avviene con gli apologeti greci, e in particolare con Giustino. L’incontro tra Giustino, filosofo alla ricerca della verità e della saggezza, e il vecchio cristiano che gli rivela il Vangelo, segna una data nella storia del pensiero umano. (In effetti, questo incontro tra ellenismo e cristianesimo non va cercato prima in San Giovanni o in San Paolo. Il loro pensiero è ancora puramente biblico, anche se la loro lingua è il greco). È a partire da questo momento che si costruisce nel bacino del Mediterraneo il pensiero cristiano occidentale, che da Giustino a oggi rappresenta l’unica forma storica di pensiero cristiano: è un pensiero cristiano di struttura ellenistica. Siamo di fronte a un fatto storico specifico, che si colloca nella sequenza dei pensieri e che si identifica praticamente con la storia dell’Europa occidentale degli ultimi duemila anni.
Ma questa forma di pensiero cristiano non è l’unica possibile. Il pensiero cristiano non si identifica con il pensiero greco-cristiano. È definito dalle condizioni a priori di tutto il pensiero cristiano; sono queste condizioni che costituiscono la philosophia perennis che dovremo definire tra poco. Se la rivelazione cristiana è completa, siamo autorizzati a pensare che il pensiero cristiano sia appena iniziato, che sia ai suoi primi passi. Questa è almeno un’ipotesi assolutamente legittima. Sembra infatti che la realtà cristiana dovrà incarnarsi in altre mentalità e nelle filosofie da esse scaturite. A questo proposito, sembra che ci troviamo in un periodo cruciale del pensiero cristiano, quando, con l’autonomia culturale dei Paesi in cui il cristianesimo ha assunto finora la sua forma ellenistica, vedremo emergere il pensiero cristiano cinese, indù, giapponese, arabo, ecc. Il terzo millennio, in cui stiamo entrando, segnerà senza dubbio importanti sviluppi in questo senso.
Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che questo problema dell’incarnazione della realtà cristiana in varie forme di pensiero è già sorto, e questo fin dalle origini del cristianesimo. La Rivelazione si è espressa dapprima in una mentalità ebraica, cioè semitica. Sappiamo quanto siano stati complessi i problemi di trascrizione di questo messaggio in una forma ellenistica. Era necessario prendere in prestito parole che avevano un significato diverso, per dare loro un nuovo senso, ma la trasposizione non era mai così perfetta che il vecchio contenuto della parola non desse una certa nuova colorazione ai dati biblici. Così la memra, la parola ebraica, è qualcosa di molto diverso dal logos greco con cui è stata trascritta. E il logos cristiano è quindi una nuova categoria, che è il dato biblico rifratto in una realtà culturale che gli conferisce nuove armonie. Così la Torah ebraica è qualcosa di molto diverso da ciò che il nomos greco, la Legge, evoca in noi: è il comandamento personale di un Dio vivente, non un ordine giuridico. Stiamo appena scoprendo, tornando alla conoscenza della Bibbia, quanto il nostro pensiero cristiano occidentale sia una rivelazione ellenizzata. Così, l’incarnazione del pensiero cristiano avverrà nelle altre grandi culture, il messaggio unico di Cristo si rifrange in queste forme diverse, ognuna delle quali manifesta maggiormente uno dei suoi aspetti.

Originale in francese

La première question est de nous demander ce que signifient les mots : pensée chrétienne, et quel sens il faut leur donner. Car le christianisme n’apparaît pas d’abord comme un système philosophique ou même comme une sagesse, mais il est premièrement un fait ou plus exactement une suite d’événements. Ce que rapportent les Livres Saints du christianisme, l’Ancien et le Nouveau Testament, c’est une histoire, qui va de l’élection d’Abraham à la Pentecôte et dont le moment essentiel est marqué par la Résurrection du Christ. Il s’agit d’une histoire au sens le plus positif du mot, d’événements qui se situent dans la trame des phénomènes. Mais ces événements appartiennent en même temps à une autre histoire, aussi historique que l’autre, mais qui ne tombe pas sous la prise de la méthode historique et qui est celle des magnalia Dei.
Ces événements historiques ne sont pas d’abord l’avènement d’une nouvelle époque de la pensée, mais ils sont beaucoup plus profondé ment un changement de l’existence de l’homme. Il s’agit là proprement d’un mode d’exister nouveau, qui constitue une création nouvelle, une deuterà Ktisis qui modifie la condition humaine et dont désormais toute pensée devra tenir compte. Nous avons là un changement dans la pensée qui est consécutif d’abord d’un changement dans l’existence. Ce changement, c’est l’entrée de l’homme par Jésus-Christ dans l’ordre surnaturel, qui est une participation à la vie même de Dieu. Il s’agit là d’un ordre de réalité propre, absolument transcendant à toute vie naturelle, qui est le dessein caché en Dieu de toute éternité de nous adopter pour ses fils, mystère préparé par les événements de l’Ancien Testament, accompli par l’Incarnation, la Résurrection et l’Ascension du Christ, réalisé par la création de l’Eglise, qui est un cosmos nouveau, à la Pentecôte. Le christianisme est donc d’abord de l’ordre cosmique, ou plutôt hypercosmique. Il est transcendant à toute nature. Il est le Royaume de Dieu déjà présent en mystère.
Il est remarquable que les deux plus grands génies de l’Antiquité chrétienne, Origène et Augustin, aient été frappés l’un et l’autre de ce que le christianisme est davantage un changement de la réalité qu’un changement de la pensée. Ils estimaient en effet que, sur le plan de la connaissance, un Platon était parvenu à;-connaître une grande partie de la vérité : un Dieu spirituel, qui crée par amour, dont la ressemblance est la fin de l’homme. Mais cet idéal qu’il avait entrevu restait pure spéculation, accessible à quelques sages. De christianisme leur apparaissait au contraire comme étant la communication par Dieu d’une énergie divine, d’une grâce qui opérait efficacement cette divinisation dont la philosophie n’était que la théorie, laissant par là même l’homme plus malheureux.
Mais cette création nouvelle que représente le monde de la grâce et qui est toute la réalité chrétienne a rencontré le monde de la pensée. Et c’est ici que la pensée chrétienne apparaît. Il y a donc une pensée chrétienne, qui est le retentissement de l’existence chrétienne sur cette autre dimension cosmique qu’est la pensée. La pensée chrétienne, c’est donc la pensée en tant qu’elle est modifiée par l’événement chrétien. Il ne s’agit donc pas d’une structure mentale particulière, comme pour la pensée chinoise, arabe ou grecque, mais de conditions objectives nouvelles de réalité qui s’imposeront à toute pensée quelle que soit la mentalité dont elle relève. On ne peut donc pas dire qu’il y a une pensée chrétienne comme une pensée grecque ou une pensée hindoue. Il peut y avoir une pensée grecque chrétienne et une pensée hindoue chrétienne. De christianisme n’est lié à aucune mentalité particulière.
Ce point a été-bien précisé jadis, à propos du débat sur la philosophie chrétienne, par M. Gilson et M. Maritain. Ceux-ci ont bien montré qu’il n’y avait pas une philosophie naturellement chrétienne, mais que la philosophie chrétienne était le fait historique d’une pensée conditionnée objectivement par les données de la Révélation et subjectivement par la vivification de l’intelligence par la grâce de la foi. Da pensée chrétienne n’est aucunement exigence ou prolonge ment de la pensée philosophique. Elle est cette pensée philosophique elle-même redressée, corrigée par cette donnée d’un autre ordre qu’est la réalité chrétienne. Je précise ici que la réalité chrétienne comporte elle-même sa pensée. Le christianisme est Vie et Lumière, Sacrement et Dogme. Notre objet ici n’est pas cette pensée proprement théologique et révélée. Mais c’est de déterminer le retentissement du donné révélé sur la pensée philosophique et religieuse.
Historiquement la rencontre du christianisme et de la pensée a lieu avec les apologistes grecs, et en particulier avec Justin. La rencontre par Justin, philosophe en quête de la vérité et de la sagesse, du vieillard chrétien qui lui révèle l’Evangile, marque une date de l’histoire de la pensée humaine. (Il ne faut pas en effet chercher plus tôt, dans saint Jean ou dans saint Paul, cette rencontre de l’hellénisme et du christianisme. Leur pensée est encore purement biblique, si leur langue est le grec). C’est à partir de ce moment que s’est édifiée, dans le bassin méditerranéen, la pensée chrétienne occidentale, qui de Justin à nos jours représente la seule forme historique de la pensée chrétienne : c’est une pensée chrétienne de structure hellénistique. Ici nous sommes en face d’une donnée historique déterminée, qui se situe dans la suite des pensées et qui s’identifie pratiquement avec l’histoire de l’Europe occidentale des deux derniers millénaires.
Mais cette forme de pensée chrétienne n’est pas la seule possible. La pensée chrétienne ne s’identifie pas à la pensée grecque chrétienne. Elle se définit par les conditions à priori de toute pensée chrétienne ; ce sont ces conditions qui constituent la phiîosophia perennis que nous aurons à définir tout à l’heure. Si la révélation chrétienne est achevée, nous sommes par contre en droit de penser que la pensée chrétienne, elle, ne fait que commencer, qu’elle en est à ses premiers pas. C’est du moins une .hypothèse absolument légitime. Il semble en effet que la réalité chrétienne aura à s’incarner dans les autres mentalités et les philosophies qu’elles suscitent. Et il semble à cet égard que nous soyons à une période cruciale de la pensée chrétienne, celle où, avec l’autonomie culturelle que prennent les pajrs où jusqu’à présent le christianisme entraînait avec lui sa forme hellénistique, nous allons voir apparaître une pensée chrétienne chinoise, hindoue, japonaise, arabe, etc… Le troisième millénaire où nous entrons marquera sans doute dans cet ordre des développements importants.
Nous ne devons pas oublier d’ailleurs que ce problème de l’incarnation de la réalité chrétienne dans des pensées diverses s’est déjà posé, et ceci dès les origines du christianisme. La révélation a d’abord été exprimée dans une mentalité hébraïque, c’est-à-dire sémitique.’ Or nous savons la complexité des problèmes qu’a posés la transcription de ce message dans une forme hellénistique. Il a fallu emprunter des mots qui avaient un sens différent, les charger d’un sens nouveau, mais la transposition n’a jamais été si parfaite que le contenu ancien du mot ne donnât une certaine coloration nouvelle à la donnée biblique. Ainsi la memra, la parole hébraïque est tout autre chose que le logos grec par lequel on l’a transcrit Et le logos chrétien est ainsi une catégorie nouvelle, qui est le donné biblique réfracté dans une réalité culturelle qui lui donne de nouvelles harmoniques. Ainsi la thora juive est-elle toute autre chose que ce qu’évoque en nous le nomos grec, la Loi : c’est le commandement personnel d’un Dieu vivant, non un ordre juridique. Nous découvrons à peine, en revenant à la connaissance de la Bible, combien notre pensée chrétienne occidentale est une révélation hellénisée. Ainsi l’incarnation de la pensée chrétienne se fera-t-elle dans les autres grandes cultures, l’unique message du Christ étant réfracté ainsi dans ces formes diverses, dont chacune manifeste davantage tel de ses aspects.

Importanza dell’adorazione e la missione dei laici nella società tecnica (terza e ultima parte)

Jean Daniélou, “La vérité de l’homme”, Études 360 (1961), 13-15 (in italiano e in francese)

Stazione Ostiense. Foto Joseph Tham

Ma dobbiamo andare oltre. Infatti, se ci attenessimo a quanto ho detto finora, la questione che ho posto all’inizio non sarebbe risolta: Dio rimarrebbe da una parte e le nostre attività terrene dall’altra. Invece il problema è se possiamo andare a Dio attraverso le nostre attività terrene. Questa è fondamentalmente l’unica questione. Con questo voglio dire che se si potesse andare a Dio solo al di fuori delle attività terrene, se le attività terrene fossero un ostacolo per andare a Lui, sarebbe una situazione assurda. Dio ci avrebbe fatti per Lui e noi passeremmo la vita a fare cose che ci allontanano da Lui. La creazione sarebbe davvero storta. E in effetti, non è così che spesso ci sembra? Ci sembra che ci sia un’incompatibilità tra le occupazioni che ci assorbono e una vita di unione con Dio. Finché ragioniamo in questo modo, certamente ci sbagliamo. Se c’è una cosa certa è che è nella nostra vita, così come esiste, che dobbiamo trovare Dio.
Il problema è uno solo. Un solo problema. E il problema è questo. Tutte le cose sono destinate a condurci a Dio. In realtà, la maggior parte delle cose ci allontana da Lui. L’unica questione è come far sì che le cose che ci allontanano da Dio diventino i mezzi per condurci a Lui. Questo è il punto centrale. Siamo noi, con il nostro cattivo uso delle cose, a renderle ostacoli tra Lui e noi; e quindi non c’è altro problema che trasformare queste stesse realtà, che sono quelle della nostra vita quotidiana, da ostacoli in mezzi. Tutta la vita spirituale non consiste in nient’altro. Tutto il cammino spirituale va dal momento in cui le cose sono ostacoli al momento in cui sono tornate ad essere mezzi. Ed è allora che le nostre attività temporali, le nostre attività terrene, diventano la materia stessa, si potrebbe dire, dell’esercizio per noi della vita spirituale, dei mezzi, per andare a Dio. In quel momento abbiamo trovato l’unità della nostra vita. Questa giornata, che può essere trascorsa nella più totale banalità, cioè assorbita dall’aspetto puramente umano dei compiti, e che può lasciarmi la sera con una sorta di vuoto spaventoso, dipende da me trasfigurarla con il miracolo del cuore e conferirle una sorta di sostanza incorruttibile.
In questo caso occorre mettere da parte i falsi problemi e i falsi pretesti. Dobbiamo andare oltre il piano delle difficoltà puramente intellettuali. Dobbiamo andare al fondo della questione. Il punto fondamentale è che il nostro essere è in cammino verso Dio e deve sforzarsi di decifrarlo attraverso tutte le cose. Egli è nascosto ovunque nella nostra vita. Siamo noi che non sappiamo come scoprirlo. Penso al beato Pierre Favre, compagno di Sant’Ignazio, che aveva il dono meraviglioso di rendere tutte le cose, come diceva lui, modi di preghiera. “Quando attraversavi montagne, campi, vigne, ti si presentavano modi di preghiera per chiedere l’aumento e il compimento di questi beni. Ringraziavi in nome di coloro che li possedevano e chiedevi perdono per coloro che non sapevano riconoscere questi beni nello spirito”. Queste sono modalità di preghiera per un viaggiatore. Possiamo facilmente lasciare che la nostra mente vaghi qui in cose inutili e vane, rifiutare, riprendere all’infinito questo settimanale di cui avremo finito per leggere fino all’ultima riga di pubblicità e sentire che abbiamo stupidamente occupato il nostro tempo. Il Beato Favre, al contrario, ha fatto di questi paesaggi che si dispiegavano davanti ai suoi occhi tanti modi di pregare.
È a questo sfondo, infine, che si riconducono tutte le cose. Sappiamo bene che le parole e le frasi sono inutili se non raggiungono questo ambito di conversione del cuore e di esperienza interiore. A volte siamo attratti da quegli indù che ci sembrano possedere i segreti di una certa saggezza. Ma perché guardare così lontano, oltre i mari, quando questa saggezza è a portata di mano, quando in fondo dipende solo da noi trovare questa pace. E non in una fuga dai nostri compiti terreni, ma semplicemente in un certo sguardo rinnovato su di essi, mentre li riceviamo da Dio e li portiamo a Lui. Non c’è altro segreto dell’esistenza e questo segreto è vicino a noi.

Testo originale in francese:

Mais il faut que nous aboutissions plus loin encore. Car, si nous nous en tenions à ce que j’ai dit jusqu’ici, la question que je posais au début ne serait pas résolue : Dieu resterait d’un côté et nos activités terrestres de l’autre. Alors que le problème est de savoir si nous pouvons aller à Dieu par nos activités terrestres. Cela est au fond l’unique question. Je veux dire par là que si on ne pouvait aller à Dieu qu’en dehors des activités terrestres, si les activités terrestres étaient un obstacle pour aller à lui, ceci constituerait une situation absurde. Dieu nous aurait faits pour Lui et nous passerions notre vie à faire des choses qui nous détournent de Lui. La Création serait vraiment faite de travers. Et en fait, n’est-ce pourtant pas ainsi souvent que nous avons l’impression que sont les choses. Il nous semble qu’il y a une incompatibilité entre les occupations qui nous absorbent et une vie d’union à Dieu. Tant que nous raisonnons ainsi, nous sommes certainement dans le faux. Si une chose est certaine, c’est que c’est dans notre vie, telle qu’elle existe, que nous avons à trouver Dieu.
Il n’y a qu’un problème. Un seul. Et le problème est celuici. Toutes choses sont faites pour nous conduire à Dieu. En fait, la plupart des choses nous détournent de Lui. La seule question est de faire que les choses qui nous détournent de Dieu deviennent des moyens de nous conduire à Lui. Toute la question est là. C’est nous, par le mauvais usage que nous faisons des choses, qui en faisons des obstacles entre Lui et nous; et donc, il n’y a pas d’autre problème que de transformer ces réalités mêmes, qui sont celles de notre vie quotidienne, d’obstacles en moyens. Toute la vie spirituelle ne consiste qu’en cela. Tout l’itinéraire spirituel va du moment où les choses sont des obstacles jusqu’au moment où elles sont redevenues des moyens. Et c’est là alors où nos activités temporelles, où nos activités terrestres deviennent la matière même, peut-on dire, de l’exercice pour nous de la vie spirituelle, des moyens, d’aller à Dieu. A ce moment nous avons retrouvé l’unité de notre vie. Cette journée qui peut se passer dans la banalité la plus totale, c’est-à-dire absorbée par l’aspect purement humain des tâches et qui peut me laisser le soir cette espèce de vide affreux, il dépend de moi de la transfigurer par le miracle du cœur et de lui conférer une sorte de substance incorruptible.
Il faut écarter ici les faux problèmes et les faux prétextes. Il faut dépasser le plan des difficultés purement intellectuelles. Il faut atteindre le fond même de la question. Ce fond des choses, c’est que nos êtres sont en marche vers Dieu et doivent s’efforcer de le déchiffrer à travers toutes choses. Il est caché partout dans notre vie. C’est nous qui ne savons pas le découvrir. Je pense à ce bienheureux Pierre Favre, ce compagnon de saint Ignace, qui avait ce don merveilleux de faire de toutes choses, comme il le disait, des modes d’oraison. « Quand tu traversais des montagnes, des champs, des vignes, des modes d’oraison se présentaient à toi, pour demander l’accroissement et l’accomplissement de ces biens. Tu rendais grâce au nom des possesseurs, tu demandais pardon pour ceux qui ne savent pas reconnaître en esprit ces biens. » Voilà des modes d’oraison pour un voyageur. Nous pouvons si bien laisser notre esprit divaguer ici dans des choses inutiles et vaines, rejeter, reprendre indéfiniment cet hebdomadaire dont nous aurons fini par lire jusqu’à la dernière ligne de réclame et avoir l’impression que nous avons stupidement occupé notre temps. Le Bienheureux Favre faisait au contraire de ces paysages qui se déroulaient sous ses yeux autant de modes d’oraison.
C’est finalement à ce fond que toutes choses aboutissent. Nous savons très bien que paroles et phrases sont vaines si elles ne rejoignent pas ce domaine de la conversion du cœur et de l’expérience intérieure. Quelquefois nous sommes attirés par ces Hindous qui nous apparaissent comme possédant les secrets de je ne sais quelle sagesse. Mais pourquoi chercher si loin, au-delà des mers, quand cette sagesse est à notre portée, quand il dépend après tout de nous seuls de trouver cette paix. Et cela non pas dans je ne sais quelle évasion en dehors de nos tâches terrestres, mais simplement dans un certain regard renouvelé que nous portons sur elles en les recevant de Dieu et en les Lui rapportant. Il n’y a pas d’autre secret à l’existence et ce secret est proche de nous.

Importanza dell’adorazione e la missione dei laici nella società tecnica (seconda parte)

Jean Daniélou, “La vérité de l’homme”, Études 360 (1961), 9-12 (in italiano e in francese)

È certo che una delle grandi caratteristiche del mondo contemporaneo è che l’espressione della carità non è più solo individuale. Oggi la carità non si esprime più dando qualche franco a un povero in metropolitana o sulla porta di una chiesa. In realtà, la carità si è istituzionalizzata, come sappiamo, e in pratica è a livello della nostra partecipazione alla vita istituzionale che serviamo effettivamente gli altri. Una delle dimensioni della carità è assicurarsi che le persone abbiano una casa. È certo che rispondere a questo problema non significa solo sistemare qualcuno nel suo appartamento, ma piuttosto lavorare per risolvere efficacemente il problema dell’alloggio nel suo ambito, e questo implica questioni non individuali, ma collettive.
La carità si colloca sempre più a questo livello. Tuttavia, per molti cristiani è estremamente difficile fare l’unità tra la loro vita cristiana e queste diverse forme di attività. E prima di tutto vedere come procedono a partire da un’esigenza di cristianità. Se faccio affari, se mi candido alle elezioni, questo deriva davvero dalle esigenze del mio cristianesimo? Sembra piuttosto che lo faccia semplicemente per soddisfare il mio gusto per l’attività o per guadagnare denaro? È una questione seria, perché così rischio di fare due cose completamente diverse nella mia vita. Da un lato, tutta questa vita professionale, tutta questa azione politica, e dall’altro una certa pratica cristiana. Quindi dobbiamo vedere fino a che punto la prima deve procedere in me fondamentalmente, per essere legata al nucleo della mia esistenza, alle esigenze del mio cristianesimo.
Direi che qui si pongono, a mio avviso, tre questioni. La prima è la più chiara. È che la mia partecipazione alla vita terrena è per me espressione di un dovere, cioè è obbedienza a Dio che mi chiede in effetti di servire la comunità. Ricordo di essere stato molto illuminato su questo punto dalla lettura di un filosofo ebreo contemporaneo, A. Neher. In un libro molto bello sulla teologia dell’alleanza, egli mostra che nell’Antico Testamento i profeti sono continuamente coinvolti nella politica. Questa è una delle maggiori differenze tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Nel Nuovo Testamento, Nostro Signore non si occupa affatto di questioni politiche. Nell’Antico Testamento, i Profeti parlano solo di questo. Ma Neher spiega che questo non è dovuto al fatto che, come diceva Renan e come ripeteva Marx, i Profeti erano l’espressione, nelle società antiche, della lotta delle classi oppresse contro le classi possidenti. In realtà, per i Profeti, la lotta politica non era una lotta di classe, cioè la rivolta di una classe oppressa contro una classe oppressore, ma una fedeltà all’Alleanza. Il compito del Profeta è quello di richiamare la legge di Dio sulla società contro tutte le infedeltà che gli uomini vi apportano continuamente. Egli deve quindi lavorare per il regno della giustizia, ma della giustizia nel senso biblico del termine, cioè della Legge di Dio, che implica non solo l’instaurazione di giusti rapporti tra gli uomini, ma anche il riconoscimento dei diritti di Dio. Qui troviamo un nuovo aspetto della dimensione religiosa della città dell’uomo.
In secondo luogo, c’è il problema molto più difficile delle espressioni concrete di questa legge divina. Questo è spesso il problema che si pongono i cristiani che vorrebbero servire a livello sociale o politico, ma che trovano che la Chiesa in questo momento li abbandona stranamente a se stessi, accontentandosi di dare pareri generali, ma non entrando nei dettagli di compiti precisi. A questo si può rispondere, innanzitutto, che ciò che manca di più nel nostro mondo è proprio questo riferimento a una concezione dell’uomo, che la Chiesa fornisce sottolineando costantemente che esiste una natura umana. Esistono quindi leggi dell’amore umano, della società professionale, della società politica, che costituiscono l’ordine secondo Dio, al quale ogni società deve conformarsi per essere valida.
Il valore di questo ordine naturale, tanto ignorato dal pensiero contemporaneo e di cui stiamo sempre più riscoprendo l’importanza, è che è l’espressione del pensiero di Dio sull’uomo. Non possiamo, come molti oggi pensano, fare dell’uomo ciò che vogliamo. L’uomo non è una creazione dell’uomo, come pensano Marx o Sartre; non dobbiamo inventare un tipo di umanità; ci viene data e dobbiamo aiutarla a realizzarsi.
Detto questo, resta il compito, proprio dei laici, di applicare questa visione divina dell’uomo e del suo destino a particolari situazioni concrete. È qui che entra in gioco quello spirito d’invenzione di cui parlava Jean Lacroix o, per usare una parola attuale, quella che Gaston Berger chiamava lungimiranza, che consiste nell’adattare continuamente la condizione dell’uomo al progresso della tecnologia. Questo è il grande problema contemporaneo. Perché la tecnologia fa progredire, ma è indispensabile adattare i problemi umani a questo progresso, altrimenti la tecnologia finisce per schiacciare l’uomo. Si pone allora l’ammirevole compito di rendere questa creazione della società conforme alle leggi di Dio.
C’è un altro aspetto della presenza dei cristiani nei compiti temporali. Finora abbiamo parlato soprattutto della natura umana in generale, di cui peraltro il rapporto con Dio è costitutivo. Ma è chiaro che nel cristianesimo c’è di più. In Cristo ci viene rivelata la sostanza ultima del nostro destino, e non si tratta semplicemente di un destino terreno. Il Verbo di Dio stesso è venuto a prendere in mano la nostra fragile umanità, per sollevarla al Padre e immergerla nell’abisso della sua vita. Pascal diceva: Noi conosciamo noi stessi solo attraverso Gesù Cristo. Ed è vero che solo in Gesù Cristo ci viene rivelato pienamente il mistero stesso che siamo noi stessi.
C’è dunque qualcosa di più che non è semplicemente dell’ordine delle leggi naturali. Il compito del cristiano, in relazione alle realtà terrene, è quello di consacrarle, cioè di dare loro quell’ambiente di grazia all’interno del quale soltanto possono sbocciare pienamente, essendo guarite nelle loro ferite e fiorenti nelle loro virtù. Questo avviene attraverso i sacramenti. Ma è proprio il ruolo del laico nella Chiesa ad essere colui che, in un certo senso, trasferisce nelle realtà terrene ciò che è stato ricevuto attraverso la grazia di Cristo. La funzione del sacerdote è quella di trasmettere questa grazia. E la funzione dei laici è quella di farla penetrare in tutte le realtà umane. Questo inizia con il sacramento del matrimonio. È nel clima della grazia del matrimonio che l’amore umano, l’amore dell’uomo e della donna, l’amore dei figli, ha realizzato in sé le sue supreme delicatezze e le sue più grandi profondità.
Questo vale anche per altri ambiti. È nella grazia cristiana che l’intelligenza umana ha raggiunto le sue vette più alte. Più si studia la filosofia dell’India, quella dell’antica Grecia, il pensiero dell’Islam, più ci si convince che, se è solo nel nostro Occidente che si sono raggiunte certe verità, è, come pensa Gilson, perché la ragione umana vi è stata aiutata dalla grazia della rivelazione di Cristo, dall’esterno, e dalle energie vivificanti della fede, dall’interno. Non dobbiamo esserne orgogliosi, perché non è dovuto alla qualità della mente occidentale, ma al fatto che solo in Occidente l’intelletto è stato a lungo immerso nel clima della grazia. E nella misura in cui la grazia si ritira dalla mente occidentale, essa ricade nella confusione della mente. Una delle meraviglie della grazia di Cristo è che essa porta alla perfezione le realtà umane stesse, nel loro giusto ordine, indipendentemente da ciò che vi aggiunge, portandole a superarsi.

Testo originale in francese

II est certain qu’un des grands traits du monde contemporain est que l’expression de la charité n’est plus seulement individuelle. On ne peut plus s’acquitter aujourd’hui de la charité en donnant quelques francs à un pauvre dans le métro ou à la porte d’une église. En réalité, la charité s’est institutionnalisée, nous le savons, et pratiquement c’est au niveau de notre participation à la vie institutionnelle que nous servons efficacement les autres. Une des dimensions de la charité c’est de faire que les hommes aient leur maison. Or il est certain que répondre à ce problème, ce n’est pas loger en passant quelqu’un dans son appartement, c’est tâcher de travailler à résoudre efficacement dans sa sphère le problème qui est celui du logement et ceci engage des questions qui ne sont pas d’ordre individuel, mais collectif.
La charité se situe de plus en plus à ce niveau. Or il est extrêmement difficile à beaucoup de chrétiens de faire l’unité entre leur vie chrétienne et ces différentes formes d’activités. Et d’abord de voir comment elles procèdent d’une exigence du christianisme. Si je fais des affaires, si je me présente à telle élection, ceci procède-t-il vraiment des exigences de mon christianisme? Il semble plutôt que je le fais simplement pour la satisfaction de mon goût d’activité ou bien pour gagner de l’argent? La chose est sérieuse, car alors je risque de faire dans ma vie deux parts absolument différentes. D’une part, toute cette vie professionnelle, toute cette action politique, et d’autre part, une certaine pratique chrétienne. Il faut donc voir en quelle mesure les premières doivent procéder chez moi foncièrement, pour être rattachées au fond de mon existence, de l’exigence de mon christianisme.
Je dirais qu’ici il y a trois questions, à mon avis, qui se posent. La première est la plus nette. C’est que ma participation à la vie terrestre est pour moi l’expression d’un devoir, je veux dire que c’est l’obéissance à Dieu qui me demande en effet de servir la collectivité. Je me souviens d’avoir été très éclairé sur ce point par la lecture d’un philosophe juif contemporain, A. Neher. Dans un très heau livre sur la théologie de l’Alliance, il montre que, dans l’Ancien Testament, les Prophètes se mêlent continuellement de politique. C’est une des plus grandes différences entre l’Ancien et le Nouveau Testament. Dans le Nouveau Testament, Notre-Seigneur ne se mêle absolument pas de problèmes politiques. Dans l’Ancien Testament, les Prophètes ne parlent que de cela. Mais Neher explique que ceci ne vient pas de ce que, comme l’avait dit Renan et comme l’a redit Marx, les Prophètes aient été l’expression dans les sociétés anciennes de la lutte des classes opprimées contre les classes possédantes.
En réalité, chez les Prophètes, le combat politique ne relevait pas de la lutte des classes, c’est-à-dire de la révolte d’une classe opprimée contre une classe oppressante, mais de la fidélité à l’Alliance. Le devoir du Prophète est de rappeler la loi de Dieu sur la société contre toutes les infidélités que perpétuellement les hommes y apportent. Il est donc de travailler à faire régner la justice, mais la justice au sens biblique du mot, c’est-à-dire la Loi de Dieu, qui implique non seulement l’établissement des rapports justes entre les hommes, mais aussi la reconnaissance des droits de Dieu. Nous retrouvons ici sous un nouvel aspect la dimension religieuse de la cité de l’homme.
Il y a en second lieu le problème, et il est beaucoup plus difficile, des expressions concrètes de cette loi divine. C’est souvent le problème que se posent en effet des chrétiens, qui voudraient bien servir sur le plan social ou politique, mais qui trouvent que l’Eglise à ce moment les laisse étrangement à eux-mêmes, en se contentant de donner des vues générales, mais en n’entrant pas dans le détail de tâches précises. A cela on peut répondre d’abord que ce qui manque le plus à notre monde est précisément cette référence à une conception de l’homme, qui est ce que l’Eglise apporte en ne cessant de souligner qu’il existe une nature humaine. Il y a ainsi des lois de l’amour humain, de la société professionnelle, de la société politique qui constituent l’ordre selon Dieu, auquel doit se conform er toute société pour être valable.
Ce qui fait la valeur de cet ordre naturel, tellement méconnu par la pensée contemporaine et dont nous redécouvrons de plus en plus l’importance, c’est qu’il est l’expression de la pensée de Dieu sur l’homme. Nous ne pouvons pas, comme le pensent tant d’hommes d’aujourd’hui, faire de l’homme ce que nous voulons. L’homme n’est pas la création de l’homme, comme le pensent Marx ou Sartre; nous n’avons pas à inventer un type d’humanité; celui-ci nous est donné et nous avons à l’aider à s’accomplir.
Ceci dit, il reste la tâche, qui est précisément celle des laïcs, d’appliquer cette vision divine de l’homme et de sa destinée aux situations concrètes particulières. C’est là où intervient cet esprit d’invention, dont parlait un jour Jean Lacroix, ou, pour employer un mot actuel, ce que Gaston Berger appelait la prospective, qui consiste à adapter perpétuellement la condition de l’homme au progrès de la technique. Ceci est le grand problème contemporain. Car la technique fait des progrès, mais il est indispensable d’adapter les problèmes humains à ces progrès, sans quoi la technique finit par écraser l’homme. Alors apparaissent les tâches admirables qui sont de faire que cette création de la société soit conforme aux lois de Dieu.
Il y a un autre aspect de la présence des chrétiens dans les tâches temporelles. Jusqu’à présent, nous avons parlé surtout de la nature humaine en général, dont d’ailleurs la relation à Dieu est constitutive. Mais il est clair que dans le christianisme il y a plus. Dans le Christ nous est révélé le fond dernier de notre destinée, qui n’est pas simplement une destinée terrestre. Le Verbe de Dieu lui-même est venu saisir nos fragiles humanités pour les soulever jusqu’au Père et les plonger jusque dans les abîmes de la vie qui est la sienne. Pascal disait : Nous ne nous connaissons nous-mêmes que par Jésus-Christ. Et il est vrai que c’est seulement en Jésus-Christ que se dévoile pleinement à nous le mystère même que nous sommes nous-mêmes.
Il y a donc, ici, quelque chose de plus qui n’est pas simplement de l’ordre des lois naturelles. La tâche du chrétien, par rapport aux réalités terrestres, c’est de les consacrer, c’est-à-dire de leur donner ce milieu de grâce à l’intérieur de quoi seul elles peuvent s’épanouir pleinement, en étant guéries dans leurs blessures et épanouies dans leurs vertus. Ceci se fait par les sacrements. Mais le propre du laïc dans l’Eglise, est d’être précisément celui qui dérive en quelque sorte vers les réalités terrestres ce qui est reçu par la grâce du Christ. La fonction du prêtre est de transmettre cette grâce. Et la fonction du laïc est de la faire pénétrer dans toutes les réalités de l’homme. Ceci commence avec le sacrement de mariage. C’est dans le climat de la grâce du mariage que l’amour humain, l’amour de l’homme et de la femme, l’amour des enfants, a réalisé dans sa propre ligne ses suprêmes délicatesses et ses plus grandes profondeurs.
Ceci est vrai d’autres domaines. C’est dans la grâce chrétienne que l’intelligence humaine a atteint ses plus hauts sommets. Plus on étudie la philosophie de l’Inde, celle de la Grèce antique, la pensée de l’Islam, plus on est persuadé que, si c’est dans notre Occident seul que certaines vérités ont été atteintes, c’est, comme le pense Gilson, parce que la raison humaine y a été aidée par la grâce de la révélation du Christ, du dehors, et par les énergies vivifiantes de la foi, du dedans. Nous n’avons pas à en tirer orgueil, car ceci n’est pas dû à la qualité de l’esprit occidental, mais au fait que c’est jusqu’à présent seulement en Occident que l’intelligence a longtemps baigné dans le climat de la grâce. Et dans la mesure où la grâce se retire de l’intelligence de l’Occident, celle-ci retombe dans la confusion de l’esprit. C’est une des merveilles de la grâce du Christ, qu’elle amène les réalités humaines elles-mêmes, dans leur ordre propre, à leur perfection, indépendamment de ce qu’elle leur ajoute, en les amenant à se dépasser elles-mêmes.

Il dinamismo apostolico

Per evangelizzare il mondo moderno

Jean Daniélou, Le Christ au monde 6 (1971). In italiano e in francese

Stazione Ostiense. Foto: Joseph Tham

Il dinamismo dell’amore

Un aspetto del cristianesimo autentico è quello che definirei il dinamismo apostolico. Perché si potrebbe amare Dio senza voler condividere questo amore con gli altri? L’apostolato, in realtà, è solo la vera espansione della preghiera. Il cuore parla di ciò di cui è pieno. Se amiamo un po’ Dio, come possiamo non parlare di Dio? L’apostolato non consiste nell’esercitare una forma di pressione esterna, nel mettere le persone in una lista. Essere apostoli significa semplicemente parlare di Dio e, poiché si ama Dio, si vuole che Dio sia amato. È estendere la gloria di Dio, perché la gloria di Dio è essere conosciuto e amato. E come potremmo non volerlo appassionatamente?

Lo slancio verrebbe meno?
A volte abbiamo la tragica impressione che ci sia qualcosa di rotto nella Chiesa, che sia venuto meno un certo dinamismo, un certo slancio nell’annunciare Gesù Cristo al mondo intero. Certo, la Chiesa del Concilio ci parla di dialogo; ma dialogo non significa mettere tutto sullo stesso piano. Dialogare non significa pensare che tutti abbiano ragione. Il dialogo, come lo definiva Paolo VI, significa, in primo luogo, parlare con gli altri, in secondo luogo, rispettare la loro persona, ma in terzo luogo, dire francamente ciò che si pensa, e in particolare annunciare loro Gesù Cristo. Se tutti – marxisti ed esistenzialisti, buddisti e musulmani, ebrei e altri – devono un giorno essere giudicati da Gesù Cristo, il nostro dovere è quello di annunciare loro questa verità, nel rispetto della loro persona. Il dopo Concilio non deve essere caratterizzato da una diminuzione dello slancio apostolico e missionario nella Chiesa, da una falsa interpretazione degli importanti chiarimenti dottrinali che sono stati espressi.

Un dovere più che mai urgente
È chiaro, in particolare, che in un momento in cui l’umanità si lancia nell’immensa avventura della civiltà tecnica, il dovere dei cristiani è più urgente che mai. Essi devono preoccuparsi di rendere presente Dio attraverso il suo Cristo al centro di questa civiltà. Non c’è dubbio che una perdita di dinamismo, un certo spirito di disfattismo e di scoraggiamento, non so quale rinuncia a conquistare il mondo per Gesù Cristo, sarebbe qualcosa di tragico per la Chiesa in questo momento, perché significherebbe, accanto agli attacchi dall’esterno – e forse sono più vivi che mai – un crollo interno.
Che lo Spirito Santo, che ha soffiato sugli apostoli nei primi giorni della Chiesa e li ha resi testimoni di Dio fino ai confini della terra, soffi su di noi. Essere testimoni di Dio è un servizio che dobbiamo rendere non solo alla Chiesa, ma al mondo stesso, perché il modo migliore per i cristiani di servire il mondo oggi è ancora quello di portargli il Dio di cui ha sete.

Testo originale in francese

Le dynamisme de l’amour

Un aspect d’un christianisme authentique est ce que j’appelerai le dynamisme apostolique. Car peut-on aimer Dieu sans vouloir faire partager cet amour par les autres? L’apostolat, en réalité, n’est que l’épanouissement même de l’oraison. Le coeur parle de ce dont il est plein. Si nous aimons quelque peu Dieu, comment ne parlerions-nous pas de Dieu? L’apostolat ne consiste pas à exercer je ne sais quelle pression extérieure, à inscrire des gens à son tableau de chasse. Être apôtre, c’est simplement parler de Dieu, et parce qu’on aime Dieu, désirer que Dieu soit aimé. C’est étendre la gloire de Dieu, puisque la gloire de Dieu, c’est d’être connu et aimé. Et ceci comment ne le voudrions-nous pas passionnément?

L’élan serait-il brisé?
Nous avons parfois l’impression tragique qu’il y a comme quelque chose de brisé dans l’Église, qu’est brisé un certain dynamisme, un certain élan pour annoncer Jésus-Christ au monde entier. Bien sûr l’Église du Concile nous parle de dialogue; mais le dialogue ne signifie aucunement que l’on met tout sur le même plan. Dialoguer ne veut pas dire qu’on pense que tous ont raison. Le dialogue, tel que Paul VI l’a défini, signifie premièrement qu’on parle avec les autres, deuxièmement qu’on respecte leurs personnes, mais troisièmement, qu’on dise franchement ce qu’on pense, et en particulier qu’on leur annonce Jésus-Christ. Si tous — marxistes et existentialistes, bouddhistes et musulmans, les juifs et les autres — doivent être un jour jugés par Jésus-Christ, notre devoir est de leur annoncer cette vérité, dans le respect des personnes. Il ne faudrait pas que ce lendemain du Concile se caractérise par une diminution de l’élan apostolique et missionnaire dans l’Église, par une fausse interprétation des importantes précisions doctrinales qui ont été exprimées.

Un devoir plus urgent que jamais
Il est évident, en particulier, qu’au moment où l’humanité dans laquelle nous sommes s’engage dans l’immense aventure de la civilisation technique, le devoir des chrétiens est plus urgent que jamais. Ils doivent avoir le souci de rendre Dieu présent par son Christ au centre de cette civilisation. Il ne fait pas de doute qu’une perte de dynamisme, un certain esprit, de défaitisme et de découragement, je ne sais quel renoncement à conquérir le monde à Jésus-Christ, serait à l’heure actuelle quelque chose de tragique pour l’Église, car cela signifierait, à côté des attaques du dehors — et elles sont peut-être plus vives que jamais — un affaissement audedans.
Que l’Esprit-Saint, qui a soufflé sur les apôtres aux premiers temps de l’Église et qui en a fait les témoins de Dieu jusqu’aux extrémités du monde, souffle sur nous. Être les témoins de Dieu, c’est là un service que nous avons à rendre non seulement à l’Église, mais au monde luimême, car la meilleure manière pour les chrétiens de servir le monde d’aujourd’hui, c’est encore de lui apporter ce Dieu dont il a soif.

Il cristianesimo, presenza e incarnazione della trascendenza

Di Jean Daniélou, sj

Bulletin saint Jean Baptiste, Liminaire di Jean Daniélou, 20 maggio 1965

Quando consideriamo la situazione spirituale dell’umanità di oggi, all’inizio il nostro cuore è preso dall’angoscia. La civiltà materiale che si sta costruendo assorbe in qualche modo la nostra attenzione e le nostre energie. E sembra che queste emergenze immediate mettano in secondo piano ciò che appartiene alla vocazione ultima, la vocazione divina dell’intero genere umano. Ma al di là di questa angoscia – e senza minimizzare nulla – sta emergendo allo stesso tempo una speranza, di cui il Concilio è la voce. Alla base di questi cambiamenti c’è un’oscura ricerca della completa realizzazione dell’uomo. Questa realizzazione non può essere raggiunta a livello di una civiltà puramente materiale, o addirittura di una società umana fraterna. È in definitiva la ricerca di Dio il cuore della crisi attuale del mondo.

È qui che la missione della Chiesa appare al tempo stesso essenziale e difficile. Spetta a lei rendere presente in mezzo alla civiltà tecnica la dimensione della trascendenza senza la quale non c’è umanesimo possibile. Non spetta solo a lei. Tutti gli uomini religiosi, di tutte le confessioni e di tutte le religioni, cioè in definitiva quasi tutti gli uomini, sono interessati a questo. Ma è la Chiesa che è come il cuore misterioso dell’umanità religiosa. È lì che la vita dello Spirito sgorga nella sua massima intensità. È lì che passa l’asse stesso della storia santa. Ciò significa che la Chiesa è eminentemente responsabile di questa presenza del trascendente. Ciò significa, prima di tutto, che deve essere completamente fedele alla trascendenza, cioè che deve essere pura da ogni concessione a pseudo-umanismi, che limitano il compimento dell’uomo al solo livello dell’uomo. È con questa intransigenza che la Chiesa risponde ai desideri più profondi degli uomini, che si aspettano da lei ciò che gli uomini non possono dare, cioè la sacralità. È per questo che, nel momento in cui certi prelati, per un falso concetto di adattamento, sarebbero portati a dissacrare il sacerdozio e il culto, sono i laici a richiamarli all’ordine. E laici che si chiamano Francois Mauriac e Georges Suffert, così come Michel de Saint Pierre e Jean Madiran. In altre parole, non si tratta più di riflessi politici, ma della reazione vitale del popolo cristiano, che per primo si aspetta i sacramenti dal sacerdozio.

Ma la Chiesa deve rendere presente questa trascendenza. Perché il cristianesimo non è solo trascendenza, ma presenza della trascendenza, cioè incarnazione della trascendenza, presenza del mistero come mistero, ma anche come presenza. Ora questa è presenza all’uomo del presente, e non solo presenza acquisita una volta per tutte. È acquisita una volta per tutte grazie all’incarnazione del Verbo, ma è l’attuazione di questa presenza in tutto lo spazio e in tutto il tempo. Ed è in particolare l’attuazione di questa presenza nel nostro tempo, cioè proprio nel cuore di questa cosiddetta civiltà tecnica, non perché la tecnologia sia la sua unica dimensione, ma perché ne rappresenta un aspetto caratteristico. È qui che la Chiesa ha ragione di preoccuparsi durante il Concilio, di tutto ciò che ostacola il messaggio che deve portare all’umanità di oggi – e che l’umanità di oggi sta aspettando – di essere ascoltata dal quest’umanità. Perciò la fedeltà alla trascendenza deve essere accompagnata dall’audacia dell’adattamento. Resta vero però che si può essere audaci solo nella misura in cui si è forti.

…La Chiesa è libera “rispetto a tutto” perché inchiodata alla croce di Gesù.

Cristianesimo: l’eterna giovinezza del mondo

Jean Daniélou, “Christianisme et histoire”, in Études, 254 (1947) 172-173 (italiano e francese)

Giudizio finale, Chiesa del monastero di Farfa

Così ci appare il carattere storico della visione cristiana. Tuttavia, dobbiamo aggiungere che con le nozioni di evento e di progresso non l’abbiamo ancora descritta nella sua interezza. Se così fosse, si presenterebbe sotto forma di un progresso indefinito, simile a quello che troviamo in certi sistemi evolutivi moderni. Ma questa concezione evita un aspetto essenziale del cristianesimo, ossia che esso non è solo il progresso, ma il fine del progresso. La visione cristiana della storia presenta quindi un’ultima caratteristica, quella di essere escatologica, vale a dire che la nozione di fine (eschaton) gioca un ruolo capitale, e questo in un modo triplice. In primo luogo, la storia non è un progresso eterno, ma ha una fine, costituisce un piano definito e limitato, che i Padri della Chiesa hanno definito come la settimana cosmica, alla quale segue l’ottavo giorno, che è il mondo futuro. In secondo luogo, il cristianesimo è questa fine: Cristo si è presentato come venuto alla fine dei tempi e come introduttore del mondo definitivo. Pertanto, nel cristianesimo non c’è un aldilà. Egli è veramente “eschatos”, “novissimus”, l’ultimo. È l’eterna giovinezza del mondo.

Testo in francese:

Ainsi nous apparaît le caractère historique de la vision chrétienne. Toutefois, il faut ajouter qu’avec les notions d’événement et de progrès, nous ne l’avons pas encore décrite tout entière. S’il en était ainsi, en effet, elle se présenterait sous la forme d’un progrès indéfini, semblable à celui que nous rencontrons dans certains systèmes évolutionnistes modernes. Or cette conception évacue un aspect essentiel du christianisme, à savoir qu’il n’est pas seulement un progrès, mais le terme du progrès. La vision chrétienne de l’histoire présente donc un dernier trait, celui d’être eschatologique, c’est à dire que la notion de fin (eschaton) y joue un rôle capital, et ceci d’une triple manière. En premier lieu, l’histoire n’est pas un progrès éternel, mais elle a une fin, elle constitue un plan défini, limité, que les Pères de l’Église définissaient comme la semaine cosmique, à laquelle succède le huitième jour, qui est le monde futur. En second lieu, le christianisme est cette fin : le Christ s’est présenté comme venant à la fin des temps et comme introduisant le monde définitif. Ainsi il n’y a pas d’au delà du christianisme. Il est vraiment « eschatos », «novissimus », le dernier. Il est la jeunesse éternelle du monde.

Morte e risurrezione: suprema povertà e ricchezza del cristianesimo

Tratto da un articolo di Jean Daniélou, «Dieu dans l’existence de l’homme», 20 (1951), 23-32. (segue testo in italiano e in francese)

Perché, alla fine, tutto ciò di cui abbiamo parlato finora [la suprema povertà e la ricchezza del cristianesimo] non è altro che la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, che continua nel Corpo Mistico e attraverso ciascuno dei membri di questo Corpo Mistico. Ecco perché l’unione di povertà e ricchezza, di morte e vita, esprime l’essenza stessa dell’esistenza cristiana, che è un’esistenza in Cristo, nella morte e risurrezione di Cristo. Siamo morti con Lui e risorti con Lui nel Battesimo. Questa morte e questa risurrezione si completeranno per noi nella nostra morte e risurrezione finale quando, attraverso la morte, risorgeremo. Ma nel frattempo esse riempiono tutto lo spazio che va dal nostro Battesimo alla nostra morte. Costituiscono il mistero della “mortificazione” e della “vivificazione”. Si usa sempre la prima parola e mai la seconda, che dà una falsa idea del cristianesimo come vita. L’essenziale è la vivificazione; il cristianesimo è essenzialmente la liberazione in noi delle energie dell’amore. Naturalmente, questa vivificazione avviene solo attraverso la mortificazione. Per espandere gli spazi della carità, dobbiamo ridurre gli spazi della carne, diceva Sant’Agostino. Ma questa mortificazione è rivolta alla vita: “Ma noi portiamo questo tesoro in vasi di terra perché appaia che questa forza sovrana del Vangelo viene da Dio e non da noi. Siamo oppressi in ogni modo ma non schiacciati, angosciati ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, abbattuti ma non perduti, portando sempre con noi nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”.

Testo in francese:

Car finalement tout ce dont nous avons parlé jusqu’ici n ’est que la participation à la mort et à la résurrection du Christ, qui se continue dansle Corps Mystique et à travers chacun des membres de ce Corps Mystique. C’est pourquoi l’union de la pauvreté et de la richesse, de la mort et de la vie, exprime le fond même de ce qu’est l’existence chrétienne, ‘qui est une existence dans le Christ, dans la mort et la résurrection du Christ. Nous sommes morts avec Lui et ressuscités avec Lui dans le Baptême. Cette mort et cette résurrection s’achèveront pour nous dans notre mort et dans notre résurrection terminales quand, par la mort, nous ressusciterons. Mais, dans l’intervalle, elles remplissent tout l’espace qui va de notre Baptême à notre mort. Elles constituent le mystère de la « mortification » et de la « vivification ». On emploie toujours le premier mot et jamais le second, ce qui donne une idée fausse du christianisme qui est vie. L’essentiel, c’est la vivification ; le Christianisme est essentiellement la libération en nous des énergies de l’amour. Certes cette vivification ne s’opère que par la mortification. Pour dilater les espaces de la charité, il faut rétrécir les espaces de la chair, a dit saint Augustin. Mais cette mortification est tournée vers la vie : « Mais nous portons ce trésor dans des vases de terre afin qu’il paraisse que cette souveraine puissance de l’Évangile vient de Dieu et non pas de nous. Nous sommes opprimés de toute manière et non écrasés, dans la détresse mais non le désespoir, persécutés mais non délaissés, abattus mais non perdus, portant toujours avec nous, dans notre corps, la mort de Jésus, afin que la vie de Jésus soit aussi manifestée dans notre corps »

Mandatum novum do vobis

Un testo per meditare durante il Giovedì Santo tratto dai Carnets spirituels

Jean Daniélou, sj

O Gesù, quanto è dolce la tua croce. Ti chiedo la tua croce – e tu mi dai l’amore. Mi chiedi solo di distruggere in me ciò che ritarda o impedisce l’amore, tutta quella cattiva mortalità che ho lasciato crescere in me e che soffoca la carità: lo spirito di ripiegamento, la paura di uno sforzo costoso, il falso intellettualismo, la paura dell’umiliazione, lo spirito di singolarità… Tutto ciò che è contrario alla vita comune, desidero che sia distrutto. Questo e tutti i suoi frutti.

Voglio entrare pienamente nella vita di carità, nello scambio di doni, nella gioia di ricevere Gesù e di dare Gesù, nella fiducia totale, anche se viene maltrattata, anche se viene derisa, nella benevolenza, credendo solo al bene, godendo di (tutto) il bene, cercando di procurare tutto il bene; trovando attenzioni, servizi, piccoli complimenti che aprono le anime. Non ci sia nulla nella mia vita che non sia questa comunione di vita con Dio e con i figli di Dio, in Cristo, nulla su cui lo sguardo di Maria non riesca a posarsi, nulla che non ami (p. 306-307).

Carnets spirituels, Cerf, Paris 1993, pp. 306-307 (Trad. Marcelo Bravo Pereira)