Jean Daniélou, “Défense du pratiquant”, 1958. (Francese e italiano)
Finora siamo rimasti a un livello per così dire precristiano, quello dei riti come espressione della religione nel senso più generale del termine. Ma i sacramenti cristiani rappresentano in realtà qualcosa di diverso. Sono legati all’essenza stessa del cristianesimo, tanto che è impossibile essere cristiani senza parteciparvi. Eppure molti cristiani hanno problemi con la loro necessità e il loro significato. Sembra che si tratti di una religione esterna, collettiva, che per loro è secondaria. Opporrebbero volentieri un cristianesimo “in spirito e verità” a un cristianesimo di pratica e di osservanza.
Questo malessere può avere diverse cause. Esaminarle ci aiuterà a comprendere meglio il significato del sacramentalismo cristiano. Un primo pregiudizio opporrebbe volentieri il cristianesimo interiore alla religione sociale. Può vantare autorità illustri. Nel suo libro su “Le due fonti della morale e della religione”, Henri Bergson ha contrapposto una religione chiusa, che sarebbe l’espressione della pressione della comunità sull’individuo, a una religione che manifesterebbe la presenza di un’ispirazione personale che unisce l’anima all’impulso dell’Amore creativo. Bergson dipendeva qui dalle analisi di Durkheim. Aveva ragione a rifiutare di ridurre la religione a una spiegazione sociologica. Tuttavia, egli giunse a ignorare, da un lato, che l’appartenenza a una comunità è essenziale per l’uomo quanto l’esistenza personale. D’altra parte, sarebbe sbagliato ritenere che l’istituzione ecclesiale istituita da Cristo non sia in alcun modo paragonabile a un’organizzazione collettiva, ma sia la costituzione divina di una struttura istituzionale alla quale Cristo ha affidato il suo messaggio e la sua salvezza per distribuirla al mondo.
In realtà, si può dire che a questo proposito ci troviamo oggi di fronte a due atteggiamenti ugualmente falsi. Alcuni, cedendo a quella che già Mussolini chiamava “l’ebbrezza della vita collettiva”, a quella spinta che spinge le folle di oggi a volersi sciogliere in una fusione esaltante, la traspongono nel cristianesimo e ne magnificano gli aspetti comunitari a scapito della vita personale di preghiera e di ascesi. Il movimento liturgico, di per sé ammirevole, se coltivato unilateralmente può portare a pericolose distorsioni. La comunità cristiana è una comunità di persone, non una dissoluzione in un’unità impersonale. È buona solo quanto lo sono i suoi membri. Da una comunità di persone individualmente mediocri, emergerà sempre e solo la mediocrità.
Al contrario, altri, percependo gli immensi pericoli che l’idra collettiva pone ai valori più preziosi, sia con la violenza che con l’adescamento, arrivano ad avere un tale orrore di tutto ciò che è collettivo che questo si ripercuote anche sul lato sociale del cristianesimo in loro. Tipica a questo proposito era Simone Weil e il suo disgusto per il sociale, che chiamava “il grande animale”. E bisogna ammettere che certe esagerazioni dei cattolici di oggi, certi abusi della dottrina del Corpo Mistico, che è diventata una specie di trasposizione vagamente battezzata del collettivismo, giustificano tale ripugnanza.
Ma questo ci fa capire subito che l’istituzione ecclesiale non ha nulla in comune con queste cose. È l’espressione di una disposizione divina secondo la quale è attraverso un popolo, una comunità, che Dio si comunica agli uomini. Questo è vero per l’Antico Testamento. Jahvè abita nel Tabernacolo in mezzo al popolo d’Israele. Questo è ancora più vero per la Chiesa. Essa è la sposa di Cristo, sempre santa, infallibile, immacolata, alla quale il Verbo suo sposo ha dato tutto ciò che possiede. E questo la Chiesa lo possiede e lo possiede soltanto, non per diritto di natura, ma per dono reale e definitivo. Perciò è dalla Chiesa che riceviamo i beni di Cristo, di cui essa è depositaria. L’uomo cerca Dio. E noi gli diciamo: Dio è presente, le sue energie operano, la sua parola risuona nella Chiesa, che è il suo Tabernacolo fatto di pietre vive.
Ora, in un primo senso, i Sacramenti sono gli atti con cui entriamo in contatto con la Chiesa. Hanno un carattere sociale, come scrive P. de Lubac in Cattolicesimo. Il Battesimo aggrega alla comunità ecclesiale e con questa aggregazione stabilisce nella comunione della vita di Cristo. La penitenza riconcilia con la comunità ecclesiale, che delega il sacerdote a questo ufficio, e quindi riconcilia con Cristo. L’Eucaristia è l’espressione stessa dell’appartenenza alla comunità ecclesiale. È in mezzo alla comunità riunita nel suo nome che il Cristo della gloria si rende presente. Il matrimonio colloca il marito e la moglie nella loro missione di costruire il Corpo di Cristo.
Si può ammettere che il cristianesimo implica effettivamente una comunità. Ma, si potrebbe dire, perché è necessario che questa comunità sia espressa da gesti esteriori? Che importanza può avere per Dio il fatto che andiamo a Messa la domenica piuttosto che il giovedì, che ci riuniamo nella stessa stanza per pregare piuttosto che stare a casa? Per lui contano le disposizioni del cuore. Inoltre, Isaia non fa forse dire a Dio: “Che bisogno ho del sangue di capri e di giovenchi? Non è forse la religione interiore l’unica cosa importante? Che cosa aggiunge ad essa il gesto esteriore? E non c’è forse il pericolo di accontentarsi di questa e di cadere nel formalismo e nel farisaismo?
Spingendo più in là la giustificazione di questa posizione, un’intera famiglia di spiriti opporrà il culto visibile, necessario per i semplici, al culto interiore che è la vera religione a cui ha accesso un’élite. Già Origene diceva che “le feste sono necessarie al popolo”. Spinoza, nel Trattato teologico-politico, contrappone il culto esteriore, che è una necessità per le masse, alla religione in spirito, che conta solo per i “filosofi”. Naturalmente, come nota H. Duméry, non si tratta di una vera e propria condanna del culto visibile. Ma tuttavia sembra essere un’espressione inferiore della religione in spirito.
Non c’è bisogno di dire quanto sottile orgoglio contenga questa visione. Il culto visibile è come una concessione. Ma l’uomo superiore non ha bisogno di tali sostegni. Ci si può chiedere se un tale atteggiamento corrisponda al Vangelo. Perché il Vangelo non è prima di tutto l’affermazione che non sono le capacità umane, anche quelle religiose, che contano. Tutti sono peccatori e hanno bisogno della grazia di Dio. Non c’è differenza tra sapienti e ignoranti. E la sapienza dei sapienti di questo mondo, nella misura in cui diventa orgogliosa, è un ostacolo all’umiltà della fede che l’umiltà degli umili di questo mondo non incontra. L’umiltà dei gesti dei sacramenti è senza dubbio ciò che allontana gli “intelligenti” e i “dotti” da essi, ma essi si chiudono così al Dio che si rivela agli umili e ai piccoli.
Ma c’è un aspetto ancora più importante. L’essenza stessa del cristianesimo è l’incarnazione di Dio nell’umanità. Questo è già vero per Cristo. Egli è il Verbo fatto carne. Ed è attraverso il contatto con la sua umanità sensibile che gli uomini che hanno vissuto vicino a lui hanno avuto accesso alla sua divinità invisibile. Ora la Chiesa è la continuazione dell’Incarnazione. È anche corpo e spirito. Contiene un mistero divino in un’apparenza umile. Ma è solo attraverso il contatto con questo aspetto visibile, con la sua carne, con la sua struttura visibile, con i suoi sacramenti, che si può avere accesso alle ricchezze divine che essa contiene. E chi la disprezza per l’umiltà della sua carne si priverà per sempre delle ricchezze del suo Spirito.
Qui si tocca l’essenza stessa dei sacramenti. Sono segni sensibili che operano una grazia invisibile. Quest’acqua umile versata sulla fronte riversa nell’anima la vita dello Spirito, una sorgente di vita eterna. Cristo stesso è già un sacramento. Viene a cercare l’uomo al livello della sua umanità, distribuendo i pani, cambiando l’acqua in vino. Ma è per condurlo alla sua divinità. Si fa uomo per farci diventare dèi. Così i sacramenti partono dalle umili realtà della nostra vita quotidiana, ma le caricano di un contenuto misterioso. Attraverso di essi e per mezzo di essi accediamo alle ricchezze della grazia. Il soprannaturale diventa carnale, come dice Péguy. Perché la Parola di Dio viene ad impossessarsi di tutto l’uomo, corpo e spirito, per vivificarlo interamente con il suo Spirito Santo. Nulla è più contrario a questo realismo dello Spirito Santo degli spiritualismi che disprezzano la carne.
Originale in francese
Nous sommes restés jusqu’à présent à un niveau pour ainsi dire pré-chrétien, celui des rites en tant qu’ils expriment la religion au sens le plus général du mot. Mais les sacrements chrétiens représentent en réalité autre chose. Ils sont liés à l’essence même du christianisme, en sorte qu’il est impossible d’être chrétien sans y participer. Il reste pourtant que beaucoup de chrétiens se posent des problèmes quant à leur nécessité et à leur signification. Ils leur paraissent relever d’une religion extérieure, collective, qui leur paraît secondaire. Ils opposeraient volontiers un christianisme « en esprit et en vérité » à un christianisme de pratique et d’observances.
Ce malaise peut venir de plusieurs causes. Et les examiner sera l’occasion de mieux comprendre le sens du sacramentalisme chrétien. Un premier préjugé opposerait volontiers le christianisme intérieur et la religion sociale. Il peut revendiquer d’illustres autorités. Dans son livre sur « Les deux sources de la morale et de la religion » Henri Bergson a naguère opposé une religion close qui serait l’expression de la pression de la collectivité sur l’individu à une religion qui manifesterait la présence d’une inspiration personnelle unissant l’âme à l’élan de l’Amour créateur. Bergson dépendait ici des analyses de Durkheim. Contre celui-ci il avait raison de refuser de réduire la religion à une explication sociologique. Mais il en venait à méconnaître d’une part que l’appartenance à une communauté est aussi essentielle à l’homme que l’existence personnelle. Et par ailleurs surtout que l’institution ecclésiale instituée par le Christ n’est aucunement assimilable à une organisation collective, mais est la constitution divine d’une structure institutionnelle à laquelle le Christ a confié son message et son salut pour le distribuer au monde.
En fait, on peut dire qu’à cet égard nous sommes aujourd’hui en présence de deux attitudes également fausses. Les uns, cédant à ce que Mussolini appelait déjà « l’ivresse de la. vie collective», à cet entraînement qui pousse les foules d’aujourd’hui à aimer se dissoudre dans une fusion exaltante, transposent ceci dans le christianisme et magnifient ses aspects communautaires aux dépens de la vie personnelle d’oraison et d’ascèse. Le mouvement liturgique, en lui-même admirable, peut, s’il est cultivé unilatéralement, entraîner ici de dangereuses déformations. La Communauté chrétienne est une communauté de personnes et non une dissolution dans une unité impersonnelle. Elle vaut ce que vaudront ses membres. D’une communauté d’hommes individuellement médiocres on ne sortira jamais que de la médiocrité.
Inversement d’autres, sentant les immenses dangers que l’hydre collective fait courir aux valeurs les plus précieuses, que ce soit d’ailleurs par la violence ou par la sollicitation, en viennent à une telle horreur de tout ce qui est collectif que ceci affecte même chez eux le côté social du christianisme. Typique était à cet égard Simone Weil et son dégoût du social qu’elle appelait «le gros animal». Et il faut reconnaître que certaines exagérations de catholiques d’aujourd’hui, certains abus de la doctrine du Corps Mystique, devenu une sorte de transposition vaguement baptisée du collectivisme, justifient de telles répugnances.
Mais ceci nous fait toucher aussitôt que l’institution ecclésiale n’a rien de commun avec ces choses. Elle est l’expression d’une disposition toute divine selon laquelle c’est à travers un peuple, une communauté, que Dieu se communique aux hommes. Ceci est vrai de l’Ancien Testament. Jéhovah demeure dans le Tabernacle au milieu du peuple d’Israël. Ceci est vrai davantage encore de l’Eglise. Elle est l’épouse du Christ, toujours sainte, infaillible, immaculée, à qui le Verbe son époux a donné tout ce qu’il a. Et ceci l’Eglise le possède et le possède seule, non par droit de nature, mais par un don réel et définitif. Dès lors c’est de l’Eglise que nous recevons les biens du Christ, dont elle est dépositaire. L’homme cherche Dieu. Et nous lui disons : Dieu est présent, ses énergies opèrent, sa parole retentit dans l’Eglise, qui est son Tabernacle fait de pierres vivantes.
Or en un premier sens les Sacrements sont les actes par lesquels nous entrons en contact avec l’Eglise. Us ont un caractère social, comme l’a Lien écrit’ le P. de Lubac dans Catholicisme. Le baptême agrège à la communauté ecclésiale et par cette agrégation établit dans la communion de la vie du Christ. La pénitence réconcilie avec la communauté ecclésiale, qui délègue le prêtre à cet office, et par là réconcilie avec le Christ. L’Eucharistie est l’expression même de l’appartenance à la communauté ecclésiale. C’est au milieu de la communauté réunie en son nom que le Christ de gloire se rend présent. La mariage situe l’époux et l’épouse dans leur mission propre en vue de l’édification du Corps du Christ.
On me concédera peut-être que le christianisme implique en effet une communauté. Mais, dira-t-on, pourquoi est-il nécessaire que celle-ci s’exprime par des gestes extérieurs? Quelle importance Dieu peut-il attacher au fait que ce soit plutôt le dimanche que le jeudi qu’on aille à la Messe, à celui de se réunir dans une même pièce pour prier plutôt que de rester chez soi. Ce qui compte pour lui, ce sont les dispositions des cœurs. D’ailleurs Isaïe ne fait-il pas dire à Dieu : « Qu’ai-je besoin du sang des boucs et des génisses?» La religion intérieure n’est-elle pas la seule chose importante? Qu’est-ce que le geste extérieur y ajoute? Et n’y a-t-il pas danger alors de se contenter de celui-ci et de tomber dans le formalisme et le pharisaïsme?
Poussant plus loin la justification de cette position, toute une famille d’esprits opposera le culte visible, qui est nécessaire pour les simples, au culte intérieur qui est la vraie religion à laquelle accède une élite. Déjà Origène disait que « les fêtes sont nécessaires pour le peuple». Spinoza, dans le Traité Théologico-politique oppose à son tour le culte extérieur, qui est une nécessité pour les masses, à la religion en esprit, qui compte seule pour les « philosophes ». Certes, comme le remarque H. Duméry, ceci n’est pas une condamnation sans appel du culte visible. Mais cependant il apparaît comme étant qu’une expression inférieure de la religion en esprit.
Je n’ai pas besoin de dire tout ce que ce point de vue contient de subtil orgueil. Le culte visible est comme une concession. Mais l’homme supérieur n’a pas besoin de ces soutiens. On peut se demander si une telle attitude correspond à l’Evangile? Car celui-ci n’est-il pas d’abord l’affirmation que ce ne sont pas les aptitudes humaines, même religieuses, qui importent. Tous sont pécheurs et ont besoin de la grâce de Dieu. Il n’y a aucune différence entre les sages et les ignorants. Et la sagesse des sages de ce monde, dans la mesure où elle se fait orgueil, est un obstacle à l’humilité de la foi que ne rencontrera pas la petitesse des humbles de ce monde. L’humilité des gestes que sont les sacrements est sans doute ce qui en écarte « les intelligents » et « les savants», mais ils se ferment par là au Dièu qui se révèle aux humbles et aux petits.
Mais il y a plus important encore. Il est de l’essence même du christianisme d’être l’incarnation de Dieu dans l’humanité. Ceci est déjà vrai du Christ. Il est le Verbe fait chair. Et c’est par le contact de son humanité sensible que les hommes qui ont vécu près de lui ont accédé à son invisible divinité. Or l’Eglise est la continuation de l’Incarnation. Elle est aussi corps et esprit. Elle contient un mystère divin dans une humble apparence. Mais c’est seulement par le contact avec cette apparence visible, avec sa chair, avec sa structure visible, avec ses sacrements qu’on peut avoir accès aux richesses divines qu’elle contient. Et celui qui la méprisera pour l’humilité de sa chair se privera à jamais de la richesse de son Esprit.
Nous touchons ici à l’essence même des sacrements. Ils sont des signes sensibles qui opèrent une grâce invisible. Cette humble eau versée sur le front répand dans l’âme la vie de l’Esprit, source j aillissante pour la vie éternelle. Le Christ lui-même est déjà un sacrement. Il vient chercher l’homme au niveau de son humanité, distribuant les pains, changeant l’eau en vin. Mais c’est pour le conduire à sa divinité. Il se fait homme pour nous faire dieux. Ainsi les sacrements partent-ils des humbles réalités de notre vie quotidienne, mais ils les chargent d’un contenu mystérieux. A travers eux et par eux nous accédons aux richesses de la grâce. Le surnaturel se fait charnel, comme dit Péguy. Car le Verbe de Dieu vient saisir l’homme tout entier, corps et esprit, pour le vivifier tout entier par son Saint-Esprit. Rien n’est plus contraire à ce réalisme de l’Esprit-Saint que les spiritualismes dédaigneux de la chair.