Tre elementi della civiltà

Jean Daniélou, “Liminaire”, Bulletin Jean-Baptiste, 1958 (italiano e francese)

L’annuncio del Vangelo, cioè della Buona Novella della Risurrezione, è la missione permanente della Chiesa e di tutti i suoi membri. E non è soggetto ad alcuna condizione preliminare. E l’adesione a questo annuncio, la fede, non è legata ad alcun condizionamento sociologico o psicologico. D’altra parte, è chiaro che le possibilità di sviluppo della vita cristiana dipendono dalle condizioni generali della vita. Pertanto, anche se i problemi della civiltà non sono direttamente oggetto degli sforzi della Chiesa, essi sono tuttavia di grande importanza per la sua missione. Perché costituiscono un clima favorevole o sfavorevole al suo sviluppo.
Se guardiamo al nostro tempo da questo punto di vista della civiltà, è singolarmente sconcertante. Una civiltà non è definita dagli strumenti materiali a sua disposizione. In questo senso, la nostra è superiore a quelle del passato. Ma una civiltà si situa a livello umano. A mio avviso, presuppone tre elementi: un umanesimo, un certo accordo sui valori e una certa stabilità delle strutture. Ma nessuna di queste condizioni è stata raggiunta. La nostra è un’epoca di trasformazione delle condizioni di vita, di scontri tra molteplici concezioni e il cui umanesimo viene troncato ignorando la dimensione dell’adorazione.
È questo mondo che i cristiani hanno il compito di aiutare a diventare una civiltà. E questa civiltà non può che essere globale, per non dire planetaria. È questo mondo, ancora caotico, caos di popoli, caos di sistemi, che dobbiamo aiutare a trovare il suo equilibrio. L’anno scorso abbiamo studiato in questo Bollettino le trasformazioni apportate alla condizione umana dal progresso tecnico. Quest’anno studieremo le trasformazioni apportate dai movimenti di popolazione nelle loro varie forme. Allo stesso tempo, sarà un’occasione per rispondere all’appello di Giovanni XXIII, che invitava i cristiani a prestare particolare attenzione alla situazione dei rifugiati, sia nelle sue conseguenze materiali che spirituali.

Originale in francese

L’annonce de l’Evangile, c’est à dire de la Bonne Nouvelle de la Resurrection, est la mission permanente de l’Eglise et de tous ses membres. Et elle n’est soumise à aucunè condition préalable. Et 1*adhesion à cette annonce, la foi, n’est liée à aucun conditionnement sociologique ou psychologioue. Mais par contre il est clair que les possibilités· de développement de la vìe chrétienne sont dépendantes des conditions genérales de vie. C’est pourquoi si les problemes de civilisation ne sont pas directement 1’objet de l’effort de l’Eglise, ils sont cependant d’une grande importance pour· sa mission. Car ils constituent un climat favorable ou défavorable à son ápanouissement.
Or, si nous envisag-eons notre epoque sous cet angle de la civilisation, elle est singulièrement déconcertante. Une civilisation ne se définit pas en effet par les instruments matériels dont elle dispose. Les nôtres sont à cet égard supérieurs à ceux du passe. Mais une civilisation se situé au niveau humain. Elle suppose à mon avis trois elements: un humanisme couplet, un certain . accord sur les valeurs, une certaine stabilite des structures. Or aucune de ces conditions n’est actuellement réalisée. Notre époque est une époque de transformation dans les conditions de vie, d’affrontements entre des conceptions multiples et dont l’humanisme est tronqué en méconnaisssnt- la dimension de l’adoration.
C’est ce monde qu’me des taches des chrétiens est d1aider & devenir une civilisation. Et cette civilisation ne peut etre désormais que mondiale, pour ne pas dire planétaire. C’est ce monde encoré chaotique, chaos des peuples, chaos des systemes qu’il faut aider a trouver son equilibre. L’an dernier nous avions étudié dans ce Bulletin les transformations apportées a la condition humaine par le progres technique. Cette année nous étudierons les transformations apportées par les déplacements de population sous leurs diverses formes. Ce sera en meme temps pour nous une occasion de répondre a l’appel de Jean XXIII, invitant les chrétiens durant cette année a s’attacher particuliérement au sort des refugies, a la fois dans ses consequences matérielles et dans ses consequences spirituelles.

Il cristianesimo, presenza e incarnazione della trascendenza

Di Jean Daniélou, sj

Bulletin saint Jean Baptiste, Liminaire di Jean Daniélou, 20 maggio 1965

Quando consideriamo la situazione spirituale dell’umanità di oggi, all’inizio il nostro cuore è preso dall’angoscia. La civiltà materiale che si sta costruendo assorbe in qualche modo la nostra attenzione e le nostre energie. E sembra che queste emergenze immediate mettano in secondo piano ciò che appartiene alla vocazione ultima, la vocazione divina dell’intero genere umano. Ma al di là di questa angoscia – e senza minimizzare nulla – sta emergendo allo stesso tempo una speranza, di cui il Concilio è la voce. Alla base di questi cambiamenti c’è un’oscura ricerca della completa realizzazione dell’uomo. Questa realizzazione non può essere raggiunta a livello di una civiltà puramente materiale, o addirittura di una società umana fraterna. È in definitiva la ricerca di Dio il cuore della crisi attuale del mondo.

È qui che la missione della Chiesa appare al tempo stesso essenziale e difficile. Spetta a lei rendere presente in mezzo alla civiltà tecnica la dimensione della trascendenza senza la quale non c’è umanesimo possibile. Non spetta solo a lei. Tutti gli uomini religiosi, di tutte le confessioni e di tutte le religioni, cioè in definitiva quasi tutti gli uomini, sono interessati a questo. Ma è la Chiesa che è come il cuore misterioso dell’umanità religiosa. È lì che la vita dello Spirito sgorga nella sua massima intensità. È lì che passa l’asse stesso della storia santa. Ciò significa che la Chiesa è eminentemente responsabile di questa presenza del trascendente. Ciò significa, prima di tutto, che deve essere completamente fedele alla trascendenza, cioè che deve essere pura da ogni concessione a pseudo-umanismi, che limitano il compimento dell’uomo al solo livello dell’uomo. È con questa intransigenza che la Chiesa risponde ai desideri più profondi degli uomini, che si aspettano da lei ciò che gli uomini non possono dare, cioè la sacralità. È per questo che, nel momento in cui certi prelati, per un falso concetto di adattamento, sarebbero portati a dissacrare il sacerdozio e il culto, sono i laici a richiamarli all’ordine. E laici che si chiamano Francois Mauriac e Georges Suffert, così come Michel de Saint Pierre e Jean Madiran. In altre parole, non si tratta più di riflessi politici, ma della reazione vitale del popolo cristiano, che per primo si aspetta i sacramenti dal sacerdozio.

Ma la Chiesa deve rendere presente questa trascendenza. Perché il cristianesimo non è solo trascendenza, ma presenza della trascendenza, cioè incarnazione della trascendenza, presenza del mistero come mistero, ma anche come presenza. Ora questa è presenza all’uomo del presente, e non solo presenza acquisita una volta per tutte. È acquisita una volta per tutte grazie all’incarnazione del Verbo, ma è l’attuazione di questa presenza in tutto lo spazio e in tutto il tempo. Ed è in particolare l’attuazione di questa presenza nel nostro tempo, cioè proprio nel cuore di questa cosiddetta civiltà tecnica, non perché la tecnologia sia la sua unica dimensione, ma perché ne rappresenta un aspetto caratteristico. È qui che la Chiesa ha ragione di preoccuparsi durante il Concilio, di tutto ciò che ostacola il messaggio che deve portare all’umanità di oggi – e che l’umanità di oggi sta aspettando – di essere ascoltata dal quest’umanità. Perciò la fedeltà alla trascendenza deve essere accompagnata dall’audacia dell’adattamento. Resta vero però che si può essere audaci solo nella misura in cui si è forti.

…La Chiesa è libera “rispetto a tutto” perché inchiodata alla croce di Gesù.