Tra l’eternità e il tempo

Tratto dalla presentazione del libro di Marcelo Bravo Pereira. Per accedere al catalogo, cliccare qui

C’est la fonction propre du théologien de circuler,
comme les anges sur l’échelle de Jacob,
entre l’éternité et le temps et de tisser entre eux
des liaisons toujours neuves

(Les orientations présentes de la pensée religieuse, 1946)

1974 – 2024. Cinquanta anni sono passati dalla morte di Jean Daniélou, quel pomeriggio del 20 maggio 1974. Egli fu uno dei teologi più rappresentativi del secolo XX e una figura ecclesiale centrale nella Francia del post concilio. Dopo la sua scomparsa, in circostanze paradossali – una morte bernanosiana, scriverà P. Tilliette –, la sua eredità è caduta nell’oblio. Solo i più fedeli hanno conservato la sua memoria, costituendosi come una Société des amis du Cardinal Daniélou, le cui attività si ecclissarono definitivamente dopo la pubblicazione, nel 2006, degli Atti di un colloquio tenutosi l’anno precedente, nel centesimo anniversario della sua nascita. Il fatto è che buona parte della sua produzione scientifica è rimasta custodita e nascosta – dimenticata forse – tra le vecchie emeroteche e archivi delle facoltà teologiche europee. Di tanto in tanto si ravviva l’entusiasmo, si fa qualche riedizione, qualche traduzione, perfino qualche tesi dottorale, ma sempre con un po’ di cautela di fronte alla contraddizione di una vita dedicata completamente al servizio della Chiesa ma che si è chiusa brutalmente con uno scandalo mediatico che riempì d’imbarazzo la Chiesa francese.

Al di là dei sospetti e delle ipotesi riguardo la sua morte, di cui qualche accenno dovrò fare necessariamente nel presente volume, ciò che ci dovrebbe interessare di più è la sua eredità esistenziale e teologica, anche con le sue eventuali contraddizioni e oscurità. Jean Daniélou è annoverato tra i grandi teologi del s. XX, protagonista di eccezione degli avvenimenti ecclesiali e culturali dei tempi moderni, dalla Nouvelle théologie al Concilio Vaticano II, senza dimenticare la difesa della dottrina cristiana, al di là dei relativismi e dei fondamentalismi. I suoi scritti ma soprattutto il suo modus teologico hanno molto da insegnarci, a noi che riflettiamo su eventuali rinnovamenti o rifondazioni metodologiche della teologia.

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Nel maggio 2010 avevo difeso pubblicamente la mia tesi di dottorato a Roma, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, con il titolo «Le religioni non cristiane alla luce della Rivelazione: Uno studio analitico della proposta metodologica di Jean Daniélou in vista della comprensione del problema storico delle religioni». Come si evince dal titolo, la tesi è stata suddivisa in due parti principali: l’approccio metodologico, cioè il modo in cui Jean Daniélou ha svolto il suo ufficio di teologo – il suo «quehacer teológico» come avevo scritto nell’originale spagnolo –, e l’applicazione di questo al problema storico delle religioni.

La tesi fu pubblicata nella collezione di tesi dottorali del Regina Apostolorum, ma purtroppo non ebbe molta diffusione. I risultati della mia ricerca però mi fecero capire quanto Daniélou poteva insegnare le nuove generazioni di teologi specialmente a far teologia e non solo un metodo puramente accademico. Per questo motivo, ho deciso di offrire il presente volume in italiano, aggiornando eventualmente alcune parti, affinché possa essere di aiuto a coloro che desiderano approfondire il pensiero di questa figura d’eccezione.

In questo libro, dunque, offro la prima parte della mia tesi, che nell’edizione originale si intitolava «Approccio analitico alla proposta teologica di Jean Daniélou». Tuttavia, l’incipit del presente contributo – in specifico, la prima parte –, restò fuori dalla pubblicazione della tesi originale. Questa è un’introduzione biografica dell’autore, con il quadro storico in cui Daniélou è vissuto e i problemi che hanno preceduto, accompagnato e seguito il Concilio Vaticano II. Non è una semplice biografia, ma un tentativo di capire quale sia la portata dell’essere e del fare «il teologo» nel contesto concreto nel quale sorge e nei rapporti che stabilisce e il servizio che presta alla Chiesa, anche, come abbiamo detto, con le contraddizioni e fragilità della condizione dell’uomo che si mette al servizio della teologia.

Quando ho scritto questa prima parte, conoscevo solo la versione ufficiale delle circostanze della morte di Daniélou – e poi ovviamente le dicerie scandalose e offensive –, e soprattutto non ero entrato in contatto con i suoi discepoli, collaboratori e amici. Ho potuto toccare con mano la loro sincera adesione al loro Père Daniélou. Essi mi hanno delineato i tratti di un uomo che coincideva pienamente con il profilo che emergeva dalle letture che avevo fatto dei suoi scritti intimi e divulgativi. La loro sofferenza di fronte a ciò che è accaduto a Rue Dulong, 56, è ancora visibile nei loro occhi. In tanti giudicarono tutta la sua vita sotto lo spettro della sua morte. Come dichiarò uno dei suoi tanti amici intimi, Daniélou sembra essere stato tradito dalla morte. Tanti sono i testimoni della sua frenetica vita pubblica. Pochi, quelli che ancora restano, lo hanno conosciuto intimamente. Solo Dio però scruta ciò che c’è nel cuore dell’uomo.

Con il tempo ho potuto raccogliere altre fonti e ho visitato diversi archivi. Esse, pur riconoscendo la grandezza accademica e umana del cardinale, hanno meso in luce anche le umane contraddizioni e le zone meno luminose: il suo nervosismo, le sue fragilità, le sue antipatie, cioè quelle finestre che, per dirla con Johari, lui conosceva e sopportava, ma era sconosciute a quasi tutti. Ho confrontato le testimonianze riservate dei suoi confratelli e amici, i riassunti degli incontri del provinciale con la comunità dopo la sua morte – il report del provinciale è ancora sotto segreto –, ma anche di quelli che gli erano più ostili… Al di là di tutto, Jean Daniélou resta comunque umano, e nell’esistenza di ogni uomo non tutto è nero o bianco. Come lui stesso affermò a più riprese: la storia di ogni anima è un mistero di grazia e di peccato, fatta da sinergia e condiscendenza, volontà salvifica e risposta contingente…

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La seconda parte del nostro libro presenta le linee generali del pensiero dell’autore. Si tratta di un breve excursus che mira a comprendere i principi ispiratori di Daniélou e di tre degli autori che hanno influenzato il suo pensiero – non gli unici –, sia attraverso le loro opere sia, soprattutto, attraverso i rapporti personali che si sono instaurati tra loro. Riconosco che questa parte è piuttosto sbrigativa e sommaria; credo comunque che potrà gettare luce sulla sua teologia incarnata.

La terza parte – «Metodo e prassi nell’opera teologica di Jean Daniélou» – è il cuore di tutto, la parte più originale e spero che possa essere d’aiuto a chi cerca ispirazione e guida per il proprio stile teologico inteso come un opus caritatis, al servizio della Chiesa e dei fratelli e sorelle. Il pensiero di Daniélou potrebbe sembrare asistematico; in tutta la sua produzione però si possono scorgere linee metodologiche abbastanza chiare, alle quali Daniélou è rimasto sempre fedele.

Nella quarta parte del lavoro ho cercato di verificare la tesi sostenuta nella terza parte applicando lo schema che avevo scoperto a due opere di Daniélou – Le mystére du salut des nations e Les saints paiens de l’Ancient Testament. La scelta di queste opere non è stata casuale. Entrambe le opere sono finalizzate alla comprensione storica delle religioni e lo scopo della tesi originale era proprio orientato a questo argomento.

Trattandosi di una tesi, alcuni elementi di stile e l’insistenza sulle fonti a conferma delle mie conclusioni avrebbero potuto essere semplificati o migliorati. Tuttavia, questo mi avrebbe portato via molto tempo e, dopo quattordici anni dalla discussione – e nel contesto del suo cinquantesimo anniversario dalla sua morte –, è meglio accelerare la pubblicazione.

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Come ho appena accennato, mesi prima della pubblicazione di questo libro ho avuto la gioia di incontrare amici e discepoli di Jean Daniélou. Essi, oltre a condividere con me quanto questo apostolo-teologo fosse importante per le loro vite, mi hanno confermato alcuni dei suoi tratti caratteristici: la sua gentilezza, la sua disponibilità, la sua assenza di ambiguità nei rapporti interpersonali, la sua profonda spiritualità, ma anche il suo disordine, il suo nervosismo e la sua imprudenza. Il cardinale, che agli occhi del mondo appariva come mondano – come il solito intellettuale parigino che occasionalmente faceva anche il prete –, era semplicemente un cristiano, incarnato nel suo contesto storico, ma sempre alla ricerca della trascendenza. Ringrazio di cuore Xavier e Catherine de Bayser, Françoise Jacquin, Serge Rolez e Jacqueline Pigeot per quei momenti di grazia, momenti che mi porto nel cuore nei quali ho potuto rivivere, attraverso di loro, la statura umana e teologica di Jean Daniélou. Un grazie va anche al personale degli archivi di Vanves che si sono mostrati sempre efficaci e disponibili.

Avvento e missione: Cristo è colui che viene nelle anime

Jean Daniélou, Liminaire, 1958.

L’Avvento ci riporta a un mistero caro a tutti noi, quello della venuta di Cristo nei nostri cuori. C’è stato il primo Avvento, la venuta di Cristo nella carne. Ci sarà l’ultimo Avvento, che sarà il suo ritorno alla fine dei tempi. Ma tra i due c’è questo Avvento, che è coevo a tutto il tempo della Chiesa. Perché Cristo è sempre “colui che viene”. La nostra vocazione è di essere attenti a questa venuta. Perché c’è una parte immensa dell’umanità per la quale Cristo non è ancora venuto, che sta ancora aspettando. Ed è questa attesa che dobbiamo condividere con loro, anticipando la parusia del Signore con la preghiera e l’attesa.
Che gli altri siano attenti alle trasformazioni di questo mondo, ai cambiamenti delle strutture economiche, ai cambiamenti della società internazionale. Noi crediamo che gli eventi più profondi, i cambiamenti più fondamentali, siano quelli che avvengono nel mondo nascosto dei cuori. La conversione di una sola anima a Cristo si riverbera fino alle estremità del mondo spirituale. Ma quale lungo cammino, quale paziente preparazione, è il misterioso risultato. Siamo impegnati in questa attesa. Stiamo guardando la messe che diventa bianca.
Ma non si tratta di un’attesa passiva. Se vogliamo rientrare nei tempi di Dio, dobbiamo anche rientrare nella sua volontà salvifica. Dobbiamo credere che tutto è possibile per grazia, dobbiamo pregare con coraggio per coloro che ignorano Cristo. Non dobbiamo fermarci di fronte all’apparente impossibilità. Perché la grazia non è vincolata da nulla. Nel mezzo del nostro tempo, la grazia può portare alla conversione dell’Islam, al ritorno a Cristo dei Paesi comunisti, all’unione delle Chiese separate. Se la fede dei cristiani fosse più luminosa e la loro carità più intensa, abbatterebbero i confini e creerebbero i varchi attraverso i quali la grazia passerebbe. Ed è questa fede e questa carità che l’Avvento liturgico deve riaccendere in noi in preparazione all’Avvento missionario.

originale in francese

L’Avent ramène un mystère qui nous est cher entre tous, celui de la venue du Christ dans les coeurs. II y a eu le premier Avent, qui est la venue du Christ dans la chair. II y aura le dernier Avent, qui sera son retour a la fin du Temps. Mais entre l’un et l’autre il y a cet Avent qui est coextensif à tout le temps de l’Eglise. Car le Christ est toujours “celui qui vient”. Notre vocation est d’etre attentif à cette venue. Car il y a une part immense de l’humanite pour qui le Christ n’est pas encore venu, qui est encore dans le temps de l’attente. Et cette attente que nous devons partager avec elle, anticipant par la priere et hatant la parousie du Seigneur.
Que d’autres soient attentifs aux transformations de ce monde, aux modifications des structures economiques, aux changements de la sociéte Internationale. Nous pensons que les événements les plus profonds, les mutations les plus fondamentales sont ceux qui s’accomplissent dans le monde cache des coeurs. La conversion d’une seule âme au Christ retentit jusqu’aux extremites du monde spirituel. Mais de quels longs cheminements, de quelles preparations patientes est-elle le mysterieux aboutissement. Nous sommes engagés dans cette attente. Nous regardons blanchir les moissons.
Mais il ne s’agit pas là d’une attente passive. Si nous devons rentrer dans les délais de Dieu, nous devons entrer ausai dans sa volonté salvifique. Nous devons croire que tout est possible à la grace, Nous devons prier avec hardiesse pour ceux qui ignorent le Christ. Nous devons ne pas nous arrèter aux impossibilités apparentes. Car la gràce n’est enchainee par rien. Elle peut accomplir au milieu de nos temps la conversion de l’Islam, le retour au Christ des pays communistes, l’union des Eglises séparées. Si la foi des chrétiens était plus eclatante et leur charité plus intense, elles briseraient les cloisons et créeraient les brèches par ou la gràce passerait. Et ce sont cette foi et cette charite que l’Avent liturgique doit ranimer en nous en vue de l’Avent missionnaire.

Ascensione, parusia ed evangelizzazione

Jean Daniélou, Le mystère du salut des nations, 1946, 97-103.

L’evento straordinario che l’Ascensione rappresenta nella storia del mondo è infatti che una volta per tutte l’umanità viene unita alla vita divina e viene introdotta da Cristo nella sfera di Dio: “Hapax”, “una volta per tutte”, in modo assolutamente “irreversibile”, secondo la parola usata dai filosofi di oggi per definire il senso stesso del tempo. Ciò significa che non si può tornare indietro e che l’umanità non può più essere separata da Dio. È entrata per sempre e definitivamente. Siamo salvati in Cristo. La salvezza per noi, quindi, non è più solo una speranza, ma una realtà che già possediamo. Abbiamo già la vita divina e con Cristo è arrivata la fine dei tempi. E questo è sicuramente un dato di fatto.
Eppure, se guardiamo a noi stessi e all’umanità che ci circonda, siamo colpiti dal contrario, cioè da quanta miseria, quanto peccato e quanta poca differenza sembra esserci spesso tra un cristiano e un non cristiano. Siamo molto sorpresi nel vedere quanto poco si manifesti ancora questa salvezza acquisita in Cristo. Questo era già il caso dei primi cristiani: mentre erano convinti che dalla Pentecoste in poi era arrivato lo Spirito Santo e che avevano la vita divina, erano anche consapevoli di ciò che mancava loro; in particolare, vedevano che non erano ancora stati risuscitati. Se, con le parole di San Paolo, potevano dire: “Con-surrexistis curn Christo – Siete già risorti con Cristo”, sapevano anche che questa risurrezione a cui partecipiamo per grazia non si è ancora manifestata nel nostro corpo. Nelle parole di San Giovanni: “Ora siamo figli di Dio”. Nunc è come l’hapax di prima. “Ma ciò che un giorno saremo non è ancora stato manifestato. C’è quindi qualcosa di acquisito e allo stesso tempo un divario che separa questa prima acquisizione dalla realizzazione finale. Ma sappiamo che al momento di questa manifestazione, di questa Apocalisse, “saremo simili a Lui perché lo vedremo così com’è”.
I primi cristiani, dunque, dopo aver realizzato tutto ciò che avevano già realizzato, aspettavano che Cristo tornasse dal cielo (dove era salito con l’Ascensione) con un evento che chiamavano parousia, o adventus, la venuta di Cristo, per riunire tutti gli amici di Dio nella casa del Padre. Io me ne vado”, dice Cristo in San Giovanni, “per prepararvi un posto. Verrò di nuovo, vi porterò con me… Ancora un po’ e non mi vedrete, ancora un po’ e mi vedrete”.
Bisogna aggiungere che questo ritorno sembrava loro imminente: “In verità vi dico”, disse Gesù, “alcuni di quelli che sono qui presenti non gusteranno la morte finché non vedranno il Figlio dell’uomo nel suo regno”. Questa convinzione è marcata in alcune epistole di San Paolo, e in particolare nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, dove l’Apostolo scrive quanto segue, che sembra dare l’impressione di pensare che sarà ancora vivo al ritorno di Cristo: “Se crediamo che Gesù è morto e risorto, crediamo anche che Dio porterà con Gesù quelli che si sono addormentati in lui. Questo vi dichiariamo: noi, i vivi che siamo rimasti per la venuta del Signore, per la parousia, non precederemo quelli che dormono, cioè i morti, perché al segnale dato – (questo è il linguaggio biblico) – alla voce dell’Arcangelo, al suono della sua tromba divina, il Signore stesso scenderà dal cielo… – (questa è la parousia) – … e risorgeranno per primi coloro che sono morti in Cristo. Poi noi, che siamo vivi e rimasti, saremo trasportati con loro nelle nuvole per incontrare il Signore nell’aria. E così saremo con il Signore per sempre. Perciò confortatevi a vicenda con queste parole.
Pensate che siamo lontani dal problema dei missionari? Ci stiamo arrivando. Il Signore deve tornare presto, tornerà. Ma c’è un ritardo “Moram faciente sponso”, come dice il testo della parabola delle vergini sagge e stolte. Le vergini stolte e quelle sagge erano in attesa, e questa è l’immagine dei primi cristiani: aspettano il ritorno dello Sposo, che è andato a celebrare le sue nozze, le nozze eterne dell’Agnello e della Chiesa. È entrato in paradiso, come ci dice Gregorio di Nissa, portando con sé la sua sposa, l’Umanità, che ha appena sposato sulla Croce. L’ha portata nella casa del Padre. Ora tornerà per prendere tutte le membra del suo corpo mistico e introdurle nella gioia della sua gloria. Ma c’è un ritardo. Perché è così? Che cosa sta succedendo?
[…]
Questo è il passo più importante, e getta luce sul testo della Lettera ai Tessalonicesi. Perché venga la fine, cioè perché si manifesti la parusia del Signore, perché il Signore torni a prendere i suoi, c’è prima di tutto una condizione che deve essere soddisfatta, e finché non sarà soddisfatta, il Signore non potrà tornare nella sua gloria. Questa condizione è che il Vangelo sia predicato a tutte le nazioni. Possiamo vedere la luce che questo getta sul carattere fondamentale della missione, dell’evangelizzazione: è la grande realtà del mondo attuale, e la condizione essenziale perché si realizzi la parousia verso la quale tutti i cristiani tendono. Perché i cristiani tendono alla parousia. Lo erano i primi cristiani e dobbiamo continuare ad esserlo: aspettavano che Cristo venisse nella sua gloria per instaurare definitivamente il suo regno. Questo è il termine stesso della speranza cristiana, di cui finora abbiamo solo gli inizi. Ora, perché questo avvenga, perché la nostra speranza raggiunga il suo pieno oggetto, c’è una sola condizione, ma è indispensabile: il Vangelo deve essere stato annunciato a tutte le nazioni del mondo, deve essere stato predicato in tutto l’universo.

Originale in francese

L’événement extraordinaire que représente l’Ascension dans l’histoire du monde, c’est en effet qu’une fois pour toutes et à jamais l’humanité est unie à la vie divine et est introduite par le Christ dans la sphcre de Dieu : « Hapax », « une fois pour toutes », de façon absolument « irréversible » suivant le mot qu’emploient les philosophes d’aujourd’hui pour définir le sens même du temps. Cela veut dire qu’il ne peut plus y avoir de retour en arrière et que l’humanité ne peut plus être séparée de Dieu. Elle y est entrée à jamais et définitivement. Nous sommes sauvés dans le Christ. Le salut pour nous, par conséquent, n’est plus seulement un espoir, c’est une réalité déjà réellement possédée. Nous avons déjà la vie divine et la fin des temps est arrivée avec le Christ. Et ceci est définitivement acquis.
Pourtant, si nous nous considérons nous-mêmes, et si nous considérons l’humanité autour de nous, nous sommes frappés du .contraire, c’est-à-dire de ce qui reste encore de misère, de péché, et du peu de différence que souvent il semble y avoir entre un chrétien et un non chrétien. Nous sommes très étonnés de voir combien ce salut qui est acquis dans le Christ est peu manifesté encore. Il en était déjà ainsi pour les premiers chrétiens : tout en étant convaincus qu’à partir de la Pentecôte, le SaintEsprit était venu, et qu’ils avaient la vie divine, ils étaient conscients aussi de ce qui leur manquait ; ils voyaient bien, en particulier, qu’ils n’étaient pas encore ressuscités. Si, suivant le mot de Saint Paul, ils pouvaient dire : « Con-surrexistis curn Christo — Vous êtes déjà ressuscités avec le Christ », ils savaient aussi que cette résurrection à laquelle nous participons par la grâce n’est pas manifestée encore dans nos corps. Selon un mot de Saint Jean : « Nous sommes maintenant enfants de Dieu. » Nunc c’est comme l’hapax de tout à l’heure. « Mais ce que nous serons un jour n’a pas encore été manifesté. » Il y a par conséquent quelque chose d’acquis et en même temps un écart qui sépare cette première acquisition de la réalisation définitive. Mais nous savons qu’au temps de cette manifestation, de cette Apocalypse, « nous Lui serons semblables parce que nous Le verrons tel qu’il est ».
Les premiers chrétiens donc, tout en ayant réalisé tout ce qui leur était déjà acquis, attendaient que le Christ revînt du Ciel (où il était monté à l’Ascension) par un événement qu’ils appelaient la parousie, ou l’adventus, la venue du Christ, pour rassembler tous les amis de Dieu dans la maison du Père. « Je m’en vais, dit le Christ dans Saint Jean, pour vous préparer une place. Je vais revenir, je vous prendrai avec moi… Encore un peu de temps et vous ne me verrez plus, encore un peu de temps et vous me verrez. »
Il faut ajouter que ce retour leur paraissait imminent : « Je vous le dis en vérité, avait dit Jésus, quelques-uns de ceux qui sont ici présents ne goûteront point la mort qu’ils n’aient vu le Fils de l’homme dans son règne2. » Cette croyance est marquée dans certaines épîtres de Saint Paul, et en particulier dans la Première Épître aux Thessaloniciens où l’Apôtre écrit ceci qui semble bien donner l’impression qu’il pense être encore vivant quand le Christ va revenir : « Si nous croyons que Jésus est mort et qu’il est ressuscité, croyons aussi que Dieu amènera avec Jésus ceux qui sont endormis en Lui. Voici ce que nous vous déclarons : Nous, les vivants laissés pour l’avènement du Seigneur, pour la parousie, nous ne devancerons pas ceux qui sont endormis, c’est-à-dire les morts, car au signal donné — (c’est tout à fait le langage biblique)-, — à la voix de l’Archange, au son de sa trompette divine, le Seigneur Lui-même descendra du ciel… — (c’est la parousie) — … et ceux qui sont morts dans le Christ ressusciteront d’abord. Puis nous qui vivons, qui sommes restés, nous serons emportés avec eux sur les nuées, à la rencontre du Seigneur dans les airs. Et ainsi nous serons pour toujours avec le Seigneur. Consolez-vous donc les uns les autres par ces paroles. »
Vous croyez que nous sommes loin du problème missionnaire ? Nous y arrivons. Le Seigneur doit revenir bientôt, Il reviendra. Mais il y a du retard « Moram faciente sponso », comme le dit le texte de la parabole des vierges sages et des vierges folles. Les vierges folles et les vierges sages attendaient et c’est tout à fait l’image de ces premiers chrétiens : on attend le retour de l’Époux, Il est parti pour célébrer ses noces, les noces éternelles de l’Agneau et de l’Église. Il est entré dans le paradis comme nous le représente Grégoire de Nysse en amenant son épouse Humanité qu’il vient d’épouser sur la Croix. Il l’a introduite dans la maison de son Père. Maintenant il va revenir pour chercher tous les membres de son corps mystique et les introduire dans la joie de sa gloire. Or il y a du retard. Pourquoi ? Qu’est-ce qui se passe ?
[…]
C’est le passage capital et qui éclaire le texte de l’Épître aux Thessaloniciens. Pour que la fin vienne, c’est-à-dire pour que la parousie du Seigneur soit manifestée, pour que le Seigneur revienne chercher les siens, il y a d’abord une condition qui doit être accomplie, et tant qu’elle ne sera pas accomplie, le Seigneur ne peut pas revenir dans sa gloire. Et cette condition, c’est que l’Évangile soit annoncé à toutes les nations. On voit quelle lumière ceci jette sur le caractère fondamental de la mission, de l’évangélisation : elle est la grande réalité du monde actuel, et la condition essentielle pour que la parousie vers laquelle sont tendus tous les chrétiens puisse s’accomplir. Car les chrétiens sont tendus vers la parousie. Les premiers chrétiens l’étaient et nous devons continuer nous aussi à l’être : ils attendaient que le Christ vienne dans sa gloire pour instaurer définitivement son royaume. C’est le terme même de l’espérance chrétienne dont nous n’avons que les prémices jusqu’à présent. Or, pour que ceci puisse arriver, pour que notre espérance puisse atteindre son plein objet, il y a une seule condition, mais elle est indispensable : il faut que l’Évangile ait été annoncé à toutes les nations du monde, qu’il ait été prêché dans l’univers entier.


La religione fra le macchine: un mondo da consacrare (seconda parte)

Jean Daniélou, in Ecclesia, 1959 (solo in italiano)

C’è però una contropartita. Il progresso tecnico, appunto per il suo straordinario sviluppo, ha evidentemente dei limiti; e gli uomini cominciano ad accorgersene. Non si tratta di fallimento della tecnica, ma dei suoi confini e delle sue insufficienze. Abbiamo detto che uno dei caratteri del mondo tecnico è il fatto che l’uomo vi trova se stesso; ma vi si trova a tal punto che finisce per sentirvisi prigioniero. Il mondo della tecnica chiude l’uomo nell’opera dell’uomo, e con l’andare del tempo gli produce quell’impressione di soffocamento che faceva esclamare a Claudel: « Una finestra! Una finestra per uscire dall’eterna vanità! », poiché se è vero che la tecnica allarga indefinitamente la prigione dell’uomo, però non lo fa uscire. La scienza prolunga, migliora, abbellisce le cose nel loro ordine, ma non le fa passare ad un altro ordine.
Questo si avvera già nel campo della conoscenza. Esaminato e studiato sotto tutti gli aspetti l’uomo resta ancora — come dice Sankelevitch in un suo libro recente — quel certo « non so che ». Quando la scienza ne ha detto tutto quello che può, resta ancora da spiegare l’essenziale; nell’uomo c’è qualche cosa che resta inaccessibile alla scienza, sicché, per analizzarlo a fondo, ad un certo punto bisogna passare ad un altro ordine di investigazioni.
Ciò che si avvera nell’ordine della conoscenza ha un riscontro nell’ordine dell’essenza. La tecnica ha diminuito considerevolmente il peso dell’esistenza umana, e sotto quésto aspetto il suo merito è grande. Si pensi, per esempio, a quanto hanno fatto la medicina e la chirurgia per alleviare le sofferenze umane. Alla scienza medica si deve tutta la riconoscenza, ma anche qui ci sono dei limiti: la tecnica ha in sé qualche cosa di irrimediabilmente superficiale, che non può mai oltrepassare un determinato livello. C’è una miseria essenziale da cui la tecnica non potrà mai liberare l’uomo: la morte e il peccato. Solo Gesù Cristo è disceso nelle profondità di questa miseria spirituale e ha distrutto le radici del male.
Per illustrare il pensiero con un esempio, citerò il problema limite, il più caratteristico : quello della morte. La tecnica affronta anche questo problema, cercando di prolungare l’esistenza e di far retrocedere la morte. M a anche ammettendo, nella migliore delle ipotesi, che riesca a farla indietreggiare indefinitamente, resta il fatto che un’esistenza così prolungata sarebbe comunque un’esistenza mortale e corruttibile, nella quale l’uomo sarebbe pur sempre sottoposto al ciclo delle esigenze biologiche.
Ecco, dunque, l’angoscia dell’uomo di fronte alla sua stessa potenza. L’uomo della tecnica ha paura : ha paura perché dispone di mezzi che non hanno proporzione con quelli di cui disponeva l’uomo del passato, tanto che è ormai possibile una catastrofe cosmica provocata dall’uomo stesso. Il progresso tecnico non è sufficiente per risolvere il dramma dell’uomo, perché non si tratta soltanto d’inventare degli strumenti, ma anche di sapere che cosa si deve farne.
Così sorge il problema della responsabilità morale dello scienziato: problema non esclusivo dei nostri tempi, se è vero che Leonardo rifiutò di pubblicare il disegno del sottomarino che aveva inventato, perchè riteneva assolutamente sleale attaccare un nemico che non vede l’avversario e non è stato avvertito. Questo vuol dire che i mezzi della tecnica hanno rapporto con un ordine di valori assoluti, basati sulla distinzione tra il bene e il male; implicano, insomma, affermazione d’un ordine morale, umano, indispensabile per dare alla tecnica un senso ragionevole. Del resto, se si considerasse lo stesso mondo materiale esclusivamente sotto l’aspetto tecnico, lo si priverebbe delle sue dimensioni sacre, poiché il cosmo non è solamente un insieme di forze da sottomettere a nostro arbitrio, ma è nello stesso tempo un mondo che ci rivela qualche cosa che lo trascende. Un universo che fosse soltanto quello della pura tecnica sarebbe come un tempio abbandonato, svuotato d ’una presenza indispensabile, mentre l’aspetto sacro, la dimensione religiosa del mondo sta ridiventando, per l’uomo, oggetto d’una sete vitale; l’adorazione è un bisogno imprescindibile, non meno della tecnica. Un uomo che non adora non è un uomo.

Quali sono allora le vie che rendono al mondo della tecnica le sue possibilità di « consacrazione » ? Per rispondere a questo ultimo quesito dirò prima di tutto che, secondo me, la tecnica apporta alla religione una certa purificazione. Essa, infatti, ricupera all’uomo certe realtà già considerate come soprannaturali, e così sgombra il dominio della vera religiosità e del vero soprannaturale dalle contaminazioni dello pseudosoprannaturale e dello pseudoreligioso. L’uomo primitivo metteva il soprannaturale dappertutto, perché ignorante; ora l’investigazione scientifica del totale potere dell’uomo riporta il concetto di religione alla sua pura, essenza, sfrondandolo di ogni soprastruttura e degradazione. E questo è un apporto positivo al mondo della religione.
In secondo luogo la tecnica dà all’uomo la consapevolezza del suo potere sulle cose, e perciò l’uomo è portato a cantare la propria gloria piuttosto che la gloria di Dio. Ma alla fine dei conti questa gloria dell’uomo si traduce anch’essa in gloria di Dio. Alcuni gridano che bisogna abbassare l’uomo per esaltare il Signore; io invece ritengo che quanto più apparirà grande, tanto più risulterà potente e glorioso Dio che l’ha creato. In questo senso non abbiamo nulla da temere per ciò che è stato largito all’uomo. Tant’è vero che non esitiamo a riconoscere a una donna, la Vergine Maria, quella eccelsa grandezza che alcuni ci rimproverano di attribuirle, come se ciò facendo detraessimo qualche cosa a Gesù Cristo, che invece ci appare ancora più grande per i beni di cui ha arricchito la Madre sua, capolavoro del suo amore. Allo stesso modo, quanto più grande ci apparirà l’uomo, tanto più riconosceremo in lui la grandezza di Colui dai quale l’uomo tutto riceve. Sicché, attraverso lo specchio di questo mondo moderno, gloria dell’uomo, noi abbiamo in qualche modo una nuova immagine dell’onnipotenza di Dio.
Infine questo stesso mondo della tecnica può essere « consacrato », perchè non c’è nessuna ragione che ci impedisca di costruire in esso e con esso il tempio per la dimora di Dio. Grazie ad una tecnica nuova e a nuovi materiali, già vediamo elaborarsi un’architettura che è genuina espressione dell’anima moderna, primo esempio di quello che potrebbe essere un mondo tecnico « consacrato ».
La maniera con cui oggi l’uomo scopre le dimensioni dello spazio e del tempo, e se ne impadronisce, ci fa capire che lo spazio e il tempo sono ben più vasti di quanto immaginiamo. Io non conosco nulla che dia di Dio una immagine più grandiosa di quegli immensi spazi astrali che l’astronomia e la fisica ci lasciano oggi intravedere; e questo mondo che si dilata ci fornisce delle immagini privilegiate nelle quali ben potrebbe esprimersi la maestà di Dio.
Concludendo, ci sono in questo nostro mondo — come già in altre epoche della storia — delle forze che a prima vista sembrano ostacoli, perché sono energie nuove che rivelano il verde e l’asprezza di una cosa che spunta. Così gli israeliti nomadi consideravano le città come una maledizione quando pensavano che la salvezza consistesse nella vita libera nel deserto. Eppure venne David e costruì la città santa, Gerusalemme, dove Dio fu introdotto ancora prima dell’uomo. Anche noi ci troviamo ad una svolta della storia, in uno di quei momenti in cui esplodono forze nuove. Tali forze, è vero, finora si sono esplicate per la maggior parte al di fuori dell’influsso del Vangelo, ma niente dice che non possano essere santificate dal segno della croce. Il nostro compito missionario, oggi, è quello di trovare le vie per le quali il mondo della tecnica possa essere di aiuto, e non di ostacolo, all’adorazione del Creatore.


Importanza dell’adorazione e la missione dei laici nella società tecnica (terza e ultima parte)

Jean Daniélou, “La vérité de l’homme”, Études 360 (1961), 13-15 (in italiano e in francese)

Stazione Ostiense. Foto Joseph Tham

Ma dobbiamo andare oltre. Infatti, se ci attenessimo a quanto ho detto finora, la questione che ho posto all’inizio non sarebbe risolta: Dio rimarrebbe da una parte e le nostre attività terrene dall’altra. Invece il problema è se possiamo andare a Dio attraverso le nostre attività terrene. Questa è fondamentalmente l’unica questione. Con questo voglio dire che se si potesse andare a Dio solo al di fuori delle attività terrene, se le attività terrene fossero un ostacolo per andare a Lui, sarebbe una situazione assurda. Dio ci avrebbe fatti per Lui e noi passeremmo la vita a fare cose che ci allontanano da Lui. La creazione sarebbe davvero storta. E in effetti, non è così che spesso ci sembra? Ci sembra che ci sia un’incompatibilità tra le occupazioni che ci assorbono e una vita di unione con Dio. Finché ragioniamo in questo modo, certamente ci sbagliamo. Se c’è una cosa certa è che è nella nostra vita, così come esiste, che dobbiamo trovare Dio.
Il problema è uno solo. Un solo problema. E il problema è questo. Tutte le cose sono destinate a condurci a Dio. In realtà, la maggior parte delle cose ci allontana da Lui. L’unica questione è come far sì che le cose che ci allontanano da Dio diventino i mezzi per condurci a Lui. Questo è il punto centrale. Siamo noi, con il nostro cattivo uso delle cose, a renderle ostacoli tra Lui e noi; e quindi non c’è altro problema che trasformare queste stesse realtà, che sono quelle della nostra vita quotidiana, da ostacoli in mezzi. Tutta la vita spirituale non consiste in nient’altro. Tutto il cammino spirituale va dal momento in cui le cose sono ostacoli al momento in cui sono tornate ad essere mezzi. Ed è allora che le nostre attività temporali, le nostre attività terrene, diventano la materia stessa, si potrebbe dire, dell’esercizio per noi della vita spirituale, dei mezzi, per andare a Dio. In quel momento abbiamo trovato l’unità della nostra vita. Questa giornata, che può essere trascorsa nella più totale banalità, cioè assorbita dall’aspetto puramente umano dei compiti, e che può lasciarmi la sera con una sorta di vuoto spaventoso, dipende da me trasfigurarla con il miracolo del cuore e conferirle una sorta di sostanza incorruttibile.
In questo caso occorre mettere da parte i falsi problemi e i falsi pretesti. Dobbiamo andare oltre il piano delle difficoltà puramente intellettuali. Dobbiamo andare al fondo della questione. Il punto fondamentale è che il nostro essere è in cammino verso Dio e deve sforzarsi di decifrarlo attraverso tutte le cose. Egli è nascosto ovunque nella nostra vita. Siamo noi che non sappiamo come scoprirlo. Penso al beato Pierre Favre, compagno di Sant’Ignazio, che aveva il dono meraviglioso di rendere tutte le cose, come diceva lui, modi di preghiera. “Quando attraversavi montagne, campi, vigne, ti si presentavano modi di preghiera per chiedere l’aumento e il compimento di questi beni. Ringraziavi in nome di coloro che li possedevano e chiedevi perdono per coloro che non sapevano riconoscere questi beni nello spirito”. Queste sono modalità di preghiera per un viaggiatore. Possiamo facilmente lasciare che la nostra mente vaghi qui in cose inutili e vane, rifiutare, riprendere all’infinito questo settimanale di cui avremo finito per leggere fino all’ultima riga di pubblicità e sentire che abbiamo stupidamente occupato il nostro tempo. Il Beato Favre, al contrario, ha fatto di questi paesaggi che si dispiegavano davanti ai suoi occhi tanti modi di pregare.
È a questo sfondo, infine, che si riconducono tutte le cose. Sappiamo bene che le parole e le frasi sono inutili se non raggiungono questo ambito di conversione del cuore e di esperienza interiore. A volte siamo attratti da quegli indù che ci sembrano possedere i segreti di una certa saggezza. Ma perché guardare così lontano, oltre i mari, quando questa saggezza è a portata di mano, quando in fondo dipende solo da noi trovare questa pace. E non in una fuga dai nostri compiti terreni, ma semplicemente in un certo sguardo rinnovato su di essi, mentre li riceviamo da Dio e li portiamo a Lui. Non c’è altro segreto dell’esistenza e questo segreto è vicino a noi.

Testo originale in francese:

Mais il faut que nous aboutissions plus loin encore. Car, si nous nous en tenions à ce que j’ai dit jusqu’ici, la question que je posais au début ne serait pas résolue : Dieu resterait d’un côté et nos activités terrestres de l’autre. Alors que le problème est de savoir si nous pouvons aller à Dieu par nos activités terrestres. Cela est au fond l’unique question. Je veux dire par là que si on ne pouvait aller à Dieu qu’en dehors des activités terrestres, si les activités terrestres étaient un obstacle pour aller à lui, ceci constituerait une situation absurde. Dieu nous aurait faits pour Lui et nous passerions notre vie à faire des choses qui nous détournent de Lui. La Création serait vraiment faite de travers. Et en fait, n’est-ce pourtant pas ainsi souvent que nous avons l’impression que sont les choses. Il nous semble qu’il y a une incompatibilité entre les occupations qui nous absorbent et une vie d’union à Dieu. Tant que nous raisonnons ainsi, nous sommes certainement dans le faux. Si une chose est certaine, c’est que c’est dans notre vie, telle qu’elle existe, que nous avons à trouver Dieu.
Il n’y a qu’un problème. Un seul. Et le problème est celuici. Toutes choses sont faites pour nous conduire à Dieu. En fait, la plupart des choses nous détournent de Lui. La seule question est de faire que les choses qui nous détournent de Dieu deviennent des moyens de nous conduire à Lui. Toute la question est là. C’est nous, par le mauvais usage que nous faisons des choses, qui en faisons des obstacles entre Lui et nous; et donc, il n’y a pas d’autre problème que de transformer ces réalités mêmes, qui sont celles de notre vie quotidienne, d’obstacles en moyens. Toute la vie spirituelle ne consiste qu’en cela. Tout l’itinéraire spirituel va du moment où les choses sont des obstacles jusqu’au moment où elles sont redevenues des moyens. Et c’est là alors où nos activités temporelles, où nos activités terrestres deviennent la matière même, peut-on dire, de l’exercice pour nous de la vie spirituelle, des moyens, d’aller à Dieu. A ce moment nous avons retrouvé l’unité de notre vie. Cette journée qui peut se passer dans la banalité la plus totale, c’est-à-dire absorbée par l’aspect purement humain des tâches et qui peut me laisser le soir cette espèce de vide affreux, il dépend de moi de la transfigurer par le miracle du cœur et de lui conférer une sorte de substance incorruptible.
Il faut écarter ici les faux problèmes et les faux prétextes. Il faut dépasser le plan des difficultés purement intellectuelles. Il faut atteindre le fond même de la question. Ce fond des choses, c’est que nos êtres sont en marche vers Dieu et doivent s’efforcer de le déchiffrer à travers toutes choses. Il est caché partout dans notre vie. C’est nous qui ne savons pas le découvrir. Je pense à ce bienheureux Pierre Favre, ce compagnon de saint Ignace, qui avait ce don merveilleux de faire de toutes choses, comme il le disait, des modes d’oraison. « Quand tu traversais des montagnes, des champs, des vignes, des modes d’oraison se présentaient à toi, pour demander l’accroissement et l’accomplissement de ces biens. Tu rendais grâce au nom des possesseurs, tu demandais pardon pour ceux qui ne savent pas reconnaître en esprit ces biens. » Voilà des modes d’oraison pour un voyageur. Nous pouvons si bien laisser notre esprit divaguer ici dans des choses inutiles et vaines, rejeter, reprendre indéfiniment cet hebdomadaire dont nous aurons fini par lire jusqu’à la dernière ligne de réclame et avoir l’impression que nous avons stupidement occupé notre temps. Le Bienheureux Favre faisait au contraire de ces paysages qui se déroulaient sous ses yeux autant de modes d’oraison.
C’est finalement à ce fond que toutes choses aboutissent. Nous savons très bien que paroles et phrases sont vaines si elles ne rejoignent pas ce domaine de la conversion du cœur et de l’expérience intérieure. Quelquefois nous sommes attirés par ces Hindous qui nous apparaissent comme possédant les secrets de je ne sais quelle sagesse. Mais pourquoi chercher si loin, au-delà des mers, quand cette sagesse est à notre portée, quand il dépend après tout de nous seuls de trouver cette paix. Et cela non pas dans je ne sais quelle évasion en dehors de nos tâches terrestres, mais simplement dans un certain regard renouvelé que nous portons sur elles en les recevant de Dieu et en les Lui rapportant. Il n’y a pas d’autre secret à l’existence et ce secret est proche de nous.

Importanza dell’adorazione e la missione dei laici nella società tecnica (seconda parte)

Jean Daniélou, “La vérité de l’homme”, Études 360 (1961), 9-12 (in italiano e in francese)

È certo che una delle grandi caratteristiche del mondo contemporaneo è che l’espressione della carità non è più solo individuale. Oggi la carità non si esprime più dando qualche franco a un povero in metropolitana o sulla porta di una chiesa. In realtà, la carità si è istituzionalizzata, come sappiamo, e in pratica è a livello della nostra partecipazione alla vita istituzionale che serviamo effettivamente gli altri. Una delle dimensioni della carità è assicurarsi che le persone abbiano una casa. È certo che rispondere a questo problema non significa solo sistemare qualcuno nel suo appartamento, ma piuttosto lavorare per risolvere efficacemente il problema dell’alloggio nel suo ambito, e questo implica questioni non individuali, ma collettive.
La carità si colloca sempre più a questo livello. Tuttavia, per molti cristiani è estremamente difficile fare l’unità tra la loro vita cristiana e queste diverse forme di attività. E prima di tutto vedere come procedono a partire da un’esigenza di cristianità. Se faccio affari, se mi candido alle elezioni, questo deriva davvero dalle esigenze del mio cristianesimo? Sembra piuttosto che lo faccia semplicemente per soddisfare il mio gusto per l’attività o per guadagnare denaro? È una questione seria, perché così rischio di fare due cose completamente diverse nella mia vita. Da un lato, tutta questa vita professionale, tutta questa azione politica, e dall’altro una certa pratica cristiana. Quindi dobbiamo vedere fino a che punto la prima deve procedere in me fondamentalmente, per essere legata al nucleo della mia esistenza, alle esigenze del mio cristianesimo.
Direi che qui si pongono, a mio avviso, tre questioni. La prima è la più chiara. È che la mia partecipazione alla vita terrena è per me espressione di un dovere, cioè è obbedienza a Dio che mi chiede in effetti di servire la comunità. Ricordo di essere stato molto illuminato su questo punto dalla lettura di un filosofo ebreo contemporaneo, A. Neher. In un libro molto bello sulla teologia dell’alleanza, egli mostra che nell’Antico Testamento i profeti sono continuamente coinvolti nella politica. Questa è una delle maggiori differenze tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Nel Nuovo Testamento, Nostro Signore non si occupa affatto di questioni politiche. Nell’Antico Testamento, i Profeti parlano solo di questo. Ma Neher spiega che questo non è dovuto al fatto che, come diceva Renan e come ripeteva Marx, i Profeti erano l’espressione, nelle società antiche, della lotta delle classi oppresse contro le classi possidenti. In realtà, per i Profeti, la lotta politica non era una lotta di classe, cioè la rivolta di una classe oppressa contro una classe oppressore, ma una fedeltà all’Alleanza. Il compito del Profeta è quello di richiamare la legge di Dio sulla società contro tutte le infedeltà che gli uomini vi apportano continuamente. Egli deve quindi lavorare per il regno della giustizia, ma della giustizia nel senso biblico del termine, cioè della Legge di Dio, che implica non solo l’instaurazione di giusti rapporti tra gli uomini, ma anche il riconoscimento dei diritti di Dio. Qui troviamo un nuovo aspetto della dimensione religiosa della città dell’uomo.
In secondo luogo, c’è il problema molto più difficile delle espressioni concrete di questa legge divina. Questo è spesso il problema che si pongono i cristiani che vorrebbero servire a livello sociale o politico, ma che trovano che la Chiesa in questo momento li abbandona stranamente a se stessi, accontentandosi di dare pareri generali, ma non entrando nei dettagli di compiti precisi. A questo si può rispondere, innanzitutto, che ciò che manca di più nel nostro mondo è proprio questo riferimento a una concezione dell’uomo, che la Chiesa fornisce sottolineando costantemente che esiste una natura umana. Esistono quindi leggi dell’amore umano, della società professionale, della società politica, che costituiscono l’ordine secondo Dio, al quale ogni società deve conformarsi per essere valida.
Il valore di questo ordine naturale, tanto ignorato dal pensiero contemporaneo e di cui stiamo sempre più riscoprendo l’importanza, è che è l’espressione del pensiero di Dio sull’uomo. Non possiamo, come molti oggi pensano, fare dell’uomo ciò che vogliamo. L’uomo non è una creazione dell’uomo, come pensano Marx o Sartre; non dobbiamo inventare un tipo di umanità; ci viene data e dobbiamo aiutarla a realizzarsi.
Detto questo, resta il compito, proprio dei laici, di applicare questa visione divina dell’uomo e del suo destino a particolari situazioni concrete. È qui che entra in gioco quello spirito d’invenzione di cui parlava Jean Lacroix o, per usare una parola attuale, quella che Gaston Berger chiamava lungimiranza, che consiste nell’adattare continuamente la condizione dell’uomo al progresso della tecnologia. Questo è il grande problema contemporaneo. Perché la tecnologia fa progredire, ma è indispensabile adattare i problemi umani a questo progresso, altrimenti la tecnologia finisce per schiacciare l’uomo. Si pone allora l’ammirevole compito di rendere questa creazione della società conforme alle leggi di Dio.
C’è un altro aspetto della presenza dei cristiani nei compiti temporali. Finora abbiamo parlato soprattutto della natura umana in generale, di cui peraltro il rapporto con Dio è costitutivo. Ma è chiaro che nel cristianesimo c’è di più. In Cristo ci viene rivelata la sostanza ultima del nostro destino, e non si tratta semplicemente di un destino terreno. Il Verbo di Dio stesso è venuto a prendere in mano la nostra fragile umanità, per sollevarla al Padre e immergerla nell’abisso della sua vita. Pascal diceva: Noi conosciamo noi stessi solo attraverso Gesù Cristo. Ed è vero che solo in Gesù Cristo ci viene rivelato pienamente il mistero stesso che siamo noi stessi.
C’è dunque qualcosa di più che non è semplicemente dell’ordine delle leggi naturali. Il compito del cristiano, in relazione alle realtà terrene, è quello di consacrarle, cioè di dare loro quell’ambiente di grazia all’interno del quale soltanto possono sbocciare pienamente, essendo guarite nelle loro ferite e fiorenti nelle loro virtù. Questo avviene attraverso i sacramenti. Ma è proprio il ruolo del laico nella Chiesa ad essere colui che, in un certo senso, trasferisce nelle realtà terrene ciò che è stato ricevuto attraverso la grazia di Cristo. La funzione del sacerdote è quella di trasmettere questa grazia. E la funzione dei laici è quella di farla penetrare in tutte le realtà umane. Questo inizia con il sacramento del matrimonio. È nel clima della grazia del matrimonio che l’amore umano, l’amore dell’uomo e della donna, l’amore dei figli, ha realizzato in sé le sue supreme delicatezze e le sue più grandi profondità.
Questo vale anche per altri ambiti. È nella grazia cristiana che l’intelligenza umana ha raggiunto le sue vette più alte. Più si studia la filosofia dell’India, quella dell’antica Grecia, il pensiero dell’Islam, più ci si convince che, se è solo nel nostro Occidente che si sono raggiunte certe verità, è, come pensa Gilson, perché la ragione umana vi è stata aiutata dalla grazia della rivelazione di Cristo, dall’esterno, e dalle energie vivificanti della fede, dall’interno. Non dobbiamo esserne orgogliosi, perché non è dovuto alla qualità della mente occidentale, ma al fatto che solo in Occidente l’intelletto è stato a lungo immerso nel clima della grazia. E nella misura in cui la grazia si ritira dalla mente occidentale, essa ricade nella confusione della mente. Una delle meraviglie della grazia di Cristo è che essa porta alla perfezione le realtà umane stesse, nel loro giusto ordine, indipendentemente da ciò che vi aggiunge, portandole a superarsi.

Testo originale in francese

II est certain qu’un des grands traits du monde contemporain est que l’expression de la charité n’est plus seulement individuelle. On ne peut plus s’acquitter aujourd’hui de la charité en donnant quelques francs à un pauvre dans le métro ou à la porte d’une église. En réalité, la charité s’est institutionnalisée, nous le savons, et pratiquement c’est au niveau de notre participation à la vie institutionnelle que nous servons efficacement les autres. Une des dimensions de la charité c’est de faire que les hommes aient leur maison. Or il est certain que répondre à ce problème, ce n’est pas loger en passant quelqu’un dans son appartement, c’est tâcher de travailler à résoudre efficacement dans sa sphère le problème qui est celui du logement et ceci engage des questions qui ne sont pas d’ordre individuel, mais collectif.
La charité se situe de plus en plus à ce niveau. Or il est extrêmement difficile à beaucoup de chrétiens de faire l’unité entre leur vie chrétienne et ces différentes formes d’activités. Et d’abord de voir comment elles procèdent d’une exigence du christianisme. Si je fais des affaires, si je me présente à telle élection, ceci procède-t-il vraiment des exigences de mon christianisme? Il semble plutôt que je le fais simplement pour la satisfaction de mon goût d’activité ou bien pour gagner de l’argent? La chose est sérieuse, car alors je risque de faire dans ma vie deux parts absolument différentes. D’une part, toute cette vie professionnelle, toute cette action politique, et d’autre part, une certaine pratique chrétienne. Il faut donc voir en quelle mesure les premières doivent procéder chez moi foncièrement, pour être rattachées au fond de mon existence, de l’exigence de mon christianisme.
Je dirais qu’ici il y a trois questions, à mon avis, qui se posent. La première est la plus nette. C’est que ma participation à la vie terrestre est pour moi l’expression d’un devoir, je veux dire que c’est l’obéissance à Dieu qui me demande en effet de servir la collectivité. Je me souviens d’avoir été très éclairé sur ce point par la lecture d’un philosophe juif contemporain, A. Neher. Dans un très heau livre sur la théologie de l’Alliance, il montre que, dans l’Ancien Testament, les Prophètes se mêlent continuellement de politique. C’est une des plus grandes différences entre l’Ancien et le Nouveau Testament. Dans le Nouveau Testament, Notre-Seigneur ne se mêle absolument pas de problèmes politiques. Dans l’Ancien Testament, les Prophètes ne parlent que de cela. Mais Neher explique que ceci ne vient pas de ce que, comme l’avait dit Renan et comme l’a redit Marx, les Prophètes aient été l’expression dans les sociétés anciennes de la lutte des classes opprimées contre les classes possédantes.
En réalité, chez les Prophètes, le combat politique ne relevait pas de la lutte des classes, c’est-à-dire de la révolte d’une classe opprimée contre une classe oppressante, mais de la fidélité à l’Alliance. Le devoir du Prophète est de rappeler la loi de Dieu sur la société contre toutes les infidélités que perpétuellement les hommes y apportent. Il est donc de travailler à faire régner la justice, mais la justice au sens biblique du mot, c’est-à-dire la Loi de Dieu, qui implique non seulement l’établissement des rapports justes entre les hommes, mais aussi la reconnaissance des droits de Dieu. Nous retrouvons ici sous un nouvel aspect la dimension religieuse de la cité de l’homme.
Il y a en second lieu le problème, et il est beaucoup plus difficile, des expressions concrètes de cette loi divine. C’est souvent le problème que se posent en effet des chrétiens, qui voudraient bien servir sur le plan social ou politique, mais qui trouvent que l’Eglise à ce moment les laisse étrangement à eux-mêmes, en se contentant de donner des vues générales, mais en n’entrant pas dans le détail de tâches précises. A cela on peut répondre d’abord que ce qui manque le plus à notre monde est précisément cette référence à une conception de l’homme, qui est ce que l’Eglise apporte en ne cessant de souligner qu’il existe une nature humaine. Il y a ainsi des lois de l’amour humain, de la société professionnelle, de la société politique qui constituent l’ordre selon Dieu, auquel doit se conform er toute société pour être valable.
Ce qui fait la valeur de cet ordre naturel, tellement méconnu par la pensée contemporaine et dont nous redécouvrons de plus en plus l’importance, c’est qu’il est l’expression de la pensée de Dieu sur l’homme. Nous ne pouvons pas, comme le pensent tant d’hommes d’aujourd’hui, faire de l’homme ce que nous voulons. L’homme n’est pas la création de l’homme, comme le pensent Marx ou Sartre; nous n’avons pas à inventer un type d’humanité; celui-ci nous est donné et nous avons à l’aider à s’accomplir.
Ceci dit, il reste la tâche, qui est précisément celle des laïcs, d’appliquer cette vision divine de l’homme et de sa destinée aux situations concrètes particulières. C’est là où intervient cet esprit d’invention, dont parlait un jour Jean Lacroix, ou, pour employer un mot actuel, ce que Gaston Berger appelait la prospective, qui consiste à adapter perpétuellement la condition de l’homme au progrès de la technique. Ceci est le grand problème contemporain. Car la technique fait des progrès, mais il est indispensable d’adapter les problèmes humains à ces progrès, sans quoi la technique finit par écraser l’homme. Alors apparaissent les tâches admirables qui sont de faire que cette création de la société soit conforme aux lois de Dieu.
Il y a un autre aspect de la présence des chrétiens dans les tâches temporelles. Jusqu’à présent, nous avons parlé surtout de la nature humaine en général, dont d’ailleurs la relation à Dieu est constitutive. Mais il est clair que dans le christianisme il y a plus. Dans le Christ nous est révélé le fond dernier de notre destinée, qui n’est pas simplement une destinée terrestre. Le Verbe de Dieu lui-même est venu saisir nos fragiles humanités pour les soulever jusqu’au Père et les plonger jusque dans les abîmes de la vie qui est la sienne. Pascal disait : Nous ne nous connaissons nous-mêmes que par Jésus-Christ. Et il est vrai que c’est seulement en Jésus-Christ que se dévoile pleinement à nous le mystère même que nous sommes nous-mêmes.
Il y a donc, ici, quelque chose de plus qui n’est pas simplement de l’ordre des lois naturelles. La tâche du chrétien, par rapport aux réalités terrestres, c’est de les consacrer, c’est-à-dire de leur donner ce milieu de grâce à l’intérieur de quoi seul elles peuvent s’épanouir pleinement, en étant guéries dans leurs blessures et épanouies dans leurs vertus. Ceci se fait par les sacrements. Mais le propre du laïc dans l’Eglise, est d’être précisément celui qui dérive en quelque sorte vers les réalités terrestres ce qui est reçu par la grâce du Christ. La fonction du prêtre est de transmettre cette grâce. Et la fonction du laïc est de la faire pénétrer dans toutes les réalités de l’homme. Ceci commence avec le sacrement de mariage. C’est dans le climat de la grâce du mariage que l’amour humain, l’amour de l’homme et de la femme, l’amour des enfants, a réalisé dans sa propre ligne ses suprêmes délicatesses et ses plus grandes profondeurs.
Ceci est vrai d’autres domaines. C’est dans la grâce chrétienne que l’intelligence humaine a atteint ses plus hauts sommets. Plus on étudie la philosophie de l’Inde, celle de la Grèce antique, la pensée de l’Islam, plus on est persuadé que, si c’est dans notre Occident seul que certaines vérités ont été atteintes, c’est, comme le pense Gilson, parce que la raison humaine y a été aidée par la grâce de la révélation du Christ, du dehors, et par les énergies vivifiantes de la foi, du dedans. Nous n’avons pas à en tirer orgueil, car ceci n’est pas dû à la qualité de l’esprit occidental, mais au fait que c’est jusqu’à présent seulement en Occident que l’intelligence a longtemps baigné dans le climat de la grâce. Et dans la mesure où la grâce se retire de l’intelligence de l’Occident, celle-ci retombe dans la confusion de l’esprit. C’est une des merveilles de la grâce du Christ, qu’elle amène les réalités humaines elles-mêmes, dans leur ordre propre, à leur perfection, indépendamment de ce qu’elle leur ajoute, en les amenant à se dépasser elles-mêmes.

Il dinamismo apostolico

Per evangelizzare il mondo moderno

Jean Daniélou, Le Christ au monde 6 (1971). In italiano e in francese

Stazione Ostiense. Foto: Joseph Tham

Il dinamismo dell’amore

Un aspetto del cristianesimo autentico è quello che definirei il dinamismo apostolico. Perché si potrebbe amare Dio senza voler condividere questo amore con gli altri? L’apostolato, in realtà, è solo la vera espansione della preghiera. Il cuore parla di ciò di cui è pieno. Se amiamo un po’ Dio, come possiamo non parlare di Dio? L’apostolato non consiste nell’esercitare una forma di pressione esterna, nel mettere le persone in una lista. Essere apostoli significa semplicemente parlare di Dio e, poiché si ama Dio, si vuole che Dio sia amato. È estendere la gloria di Dio, perché la gloria di Dio è essere conosciuto e amato. E come potremmo non volerlo appassionatamente?

Lo slancio verrebbe meno?
A volte abbiamo la tragica impressione che ci sia qualcosa di rotto nella Chiesa, che sia venuto meno un certo dinamismo, un certo slancio nell’annunciare Gesù Cristo al mondo intero. Certo, la Chiesa del Concilio ci parla di dialogo; ma dialogo non significa mettere tutto sullo stesso piano. Dialogare non significa pensare che tutti abbiano ragione. Il dialogo, come lo definiva Paolo VI, significa, in primo luogo, parlare con gli altri, in secondo luogo, rispettare la loro persona, ma in terzo luogo, dire francamente ciò che si pensa, e in particolare annunciare loro Gesù Cristo. Se tutti – marxisti ed esistenzialisti, buddisti e musulmani, ebrei e altri – devono un giorno essere giudicati da Gesù Cristo, il nostro dovere è quello di annunciare loro questa verità, nel rispetto della loro persona. Il dopo Concilio non deve essere caratterizzato da una diminuzione dello slancio apostolico e missionario nella Chiesa, da una falsa interpretazione degli importanti chiarimenti dottrinali che sono stati espressi.

Un dovere più che mai urgente
È chiaro, in particolare, che in un momento in cui l’umanità si lancia nell’immensa avventura della civiltà tecnica, il dovere dei cristiani è più urgente che mai. Essi devono preoccuparsi di rendere presente Dio attraverso il suo Cristo al centro di questa civiltà. Non c’è dubbio che una perdita di dinamismo, un certo spirito di disfattismo e di scoraggiamento, non so quale rinuncia a conquistare il mondo per Gesù Cristo, sarebbe qualcosa di tragico per la Chiesa in questo momento, perché significherebbe, accanto agli attacchi dall’esterno – e forse sono più vivi che mai – un crollo interno.
Che lo Spirito Santo, che ha soffiato sugli apostoli nei primi giorni della Chiesa e li ha resi testimoni di Dio fino ai confini della terra, soffi su di noi. Essere testimoni di Dio è un servizio che dobbiamo rendere non solo alla Chiesa, ma al mondo stesso, perché il modo migliore per i cristiani di servire il mondo oggi è ancora quello di portargli il Dio di cui ha sete.

Testo originale in francese

Le dynamisme de l’amour

Un aspect d’un christianisme authentique est ce que j’appelerai le dynamisme apostolique. Car peut-on aimer Dieu sans vouloir faire partager cet amour par les autres? L’apostolat, en réalité, n’est que l’épanouissement même de l’oraison. Le coeur parle de ce dont il est plein. Si nous aimons quelque peu Dieu, comment ne parlerions-nous pas de Dieu? L’apostolat ne consiste pas à exercer je ne sais quelle pression extérieure, à inscrire des gens à son tableau de chasse. Être apôtre, c’est simplement parler de Dieu, et parce qu’on aime Dieu, désirer que Dieu soit aimé. C’est étendre la gloire de Dieu, puisque la gloire de Dieu, c’est d’être connu et aimé. Et ceci comment ne le voudrions-nous pas passionnément?

L’élan serait-il brisé?
Nous avons parfois l’impression tragique qu’il y a comme quelque chose de brisé dans l’Église, qu’est brisé un certain dynamisme, un certain élan pour annoncer Jésus-Christ au monde entier. Bien sûr l’Église du Concile nous parle de dialogue; mais le dialogue ne signifie aucunement que l’on met tout sur le même plan. Dialoguer ne veut pas dire qu’on pense que tous ont raison. Le dialogue, tel que Paul VI l’a défini, signifie premièrement qu’on parle avec les autres, deuxièmement qu’on respecte leurs personnes, mais troisièmement, qu’on dise franchement ce qu’on pense, et en particulier qu’on leur annonce Jésus-Christ. Si tous — marxistes et existentialistes, bouddhistes et musulmans, les juifs et les autres — doivent être un jour jugés par Jésus-Christ, notre devoir est de leur annoncer cette vérité, dans le respect des personnes. Il ne faudrait pas que ce lendemain du Concile se caractérise par une diminution de l’élan apostolique et missionnaire dans l’Église, par une fausse interprétation des importantes précisions doctrinales qui ont été exprimées.

Un devoir plus urgent que jamais
Il est évident, en particulier, qu’au moment où l’humanité dans laquelle nous sommes s’engage dans l’immense aventure de la civilisation technique, le devoir des chrétiens est plus urgent que jamais. Ils doivent avoir le souci de rendre Dieu présent par son Christ au centre de cette civilisation. Il ne fait pas de doute qu’une perte de dynamisme, un certain esprit, de défaitisme et de découragement, je ne sais quel renoncement à conquérir le monde à Jésus-Christ, serait à l’heure actuelle quelque chose de tragique pour l’Église, car cela signifierait, à côté des attaques du dehors — et elles sont peut-être plus vives que jamais — un affaissement audedans.
Que l’Esprit-Saint, qui a soufflé sur les apôtres aux premiers temps de l’Église et qui en a fait les témoins de Dieu jusqu’aux extrémités du monde, souffle sur nous. Être les témoins de Dieu, c’est là un service que nous avons à rendre non seulement à l’Église, mais au monde luimême, car la meilleure manière pour les chrétiens de servir le monde d’aujourd’hui, c’est encore de lui apporter ce Dieu dont il a soif.