Tratto da un articolo di Jean Daniélou, “Foi et mentalité contemporaine”, Études, 283 (1954), 295-297 (italiano e francese)

Accogliere Dio significa quindi accettare l’irruzione nella mia vita di una presenza che non mi lascerà mai più solo. Jacques Rivière parlava di “amore e dei suoi immensi disturbi”. Accogliere Dio, accettare il suo amore, significa accettare che sarò sempre disturbato nel mio desiderio di bastarmi, di appartenere a me stesso. È accettare che non sarò mai più mio, ma che sarò in balia di un Altro. Se il non credente è sincero, non riconoscerà che, in realtà, non è tanto il conforto che teme di trovare nella fede, quanto la paura, una volta messo il dito negli ingranaggi, di essere trascinato più lontano di quanto vorrebbe. Sente nella fede una minaccia alla sua volontà di appartenenza, all’autonomia del suo giudizio, alla libertà della sua autodeterminazione. Teme questo spossessamento, questa povertà. Ma non nasconda allora questa paura delle avventure dell’amore sotto un’ipocrita reticenza verso il presunto conforto della legge.
Ma, si dirà, anche se la fede pone effettivamente delle esigenze impegnative, bisogna almeno riconoscere che essa fornisce una soluzione definitiva ai problemi che l’uomo si pone e che quindi sopprime la ricerca e l’inquietudine. Anche in questo caso, va notato innanzitutto che il non credente ha un’immagine semplicistica del credente. In realtà, non si crede perché tutti i problemi sono risolti, ma perché i problemi non sono risolti. È un errore di alcuni di coloro che cercano la fede credere che, per potervi accedere, tutte le obiezioni debbano essere risolte. Il cristiano non è una persona per la quale tutte le obiezioni sono scomparse. Certamente le luci della fede fanno luce su molti problemi. Ma resta il fatto che, a un livello razionale, il cristiano ha spesso le stesse difficoltà del non credente. La differenza è che, nonostante questo, egli crede, affidandosi alla testimonianza di Dio.
Allo stesso tempo, possiamo constatare che la fede non elimina la ricerca. Innanzitutto, la ricerca rimane intatta anche nei settori che non rientrano nell’ambito della fede. In campo scientifico, il credente si trova allo stesso punto del non credente. E la fede non limita la libertà di ricerca in questo campo. Per quanto riguarda i problemi filosofici, il problema del male, il problema della libertà, la fede fornisce certamente al cristiano elementi di soluzione, ma non completerà mai il suo tentativo di penetrarli, perché i limiti della sua mente restano quelli di tutte le altre menti. Anche in questo caso condivide la ricerca del non credente. Infine, lungi dal limitare la ricerca, la fede le offre nuovi campi, perché le nuove realtà a cui apre il credente sono misteriose. Lo spirito illuminato dalla grazia cercherà di comprenderle senza mai esaurirle. È, come si dice, la fede che cerca di capire, fides quaerens intellectum. Non c’è nulla che assomigli all’immobilità di una mente per la quale tutto è stato risolto e che può solo riposare.
Così la ricerca rimane all’interno della fede, nella misura in cui i problemi non sono ancora risolti per me. Ma sono risolti in sé e per questo posso contare su questa certezza. E la fede è questo sostegno. Ma è proprio questo, se andiamo al fondo delle cose, ciò che le menti di cui stiamo parlando sono riluttanti a fare. Non vogliono accettare che l’intelligenza sia solo l’adesione a una realtà che è precedente a loro, che implica sottomissione e dipendenza. Il suo esercizio non ha sapore per loro se non nella misura in cui è creazione, invenzione. L’ansia che richiedono è quella che sarebbe l’affermazione da parte dell’uomo della sua pura contiguità. È in definitiva un’opzione per il divenire contro l’essere, per il contingente contro l’assoluto, la negazione di Dio.
Ma poi vediamo che quello che sembrava un timore di comodità intellettuale è ancora una volta un rifiuto della dipendenza, un desiderio di autonomia assoluta. Riconoscere che l’essenza precede l’esistenza, che Dio precede l’uomo, significa in effetti riconoscere che io non dispongo di me stesso, che devo entrare in un ordine che non ho inventato.
E questo è ciò che alcune menti non vogliono accettare. Ma questa è l’opzione fondamentale, perché riguarda l’essenza stessa dell’atteggiamento religioso, che è riconoscere che non ho me stesso, ma che mi ricevo da un altro. È questa dipendenza che l’umanesimo contemporaneo rifiuta. Rifugge la verità come una prigione. Cerca di costruire i suoi paradisi artificiali ai margini della verità, per essere finalmente a casa sua. Ma questo porta solo a una solitudine assurda, dove l’unico atto umano diventa la rivolta e il rifiuto.
Infine – e questa era l’ultima obiezione – resta il fatto che, aderendo alle affermazioni della fede, si anticipa sempre ciò che si è. Nel cristiano c’è necessariamente un immenso margine tra ciò che afferma e ciò che è. Ed è certamente vero che questo divario tra le affermazioni del Vangelo e la realtà del mondo cristiano è doloroso. Ma l’autenticità consiste forse nel proporzionare le proprie affermazioni alle proprie realizzazioni, o nel testimoniare una verità anche se ti condanna? Il fariseismo sta nel desiderio di avere ragione, nella pretesa di essere giusti, nel darsi i parametri della propria rettitudine. E la sincerità serve proprio al cristiano per riconoscere questa inautenticità, che è il suo stesso essere peccatore. È questa umiltà che apre alla Verità ed è la vera sincerità.
Originale in francese
Accepter Dieu, c’est ainsi accepter l’irruption dans ma vie d’une présence qui jamais plus ne me laissera tranquille. Jacques Rivière parlait de « l’amour et des immenses dérangements ». Accepter Dieu, accepter son amour, c’est accepter d’être ainsi toujours dérangé, dans ma volonté de me suffire, de m’appartenir. C’est accepter de n’être plus jamais à moi, mais d’être à la merci d’un Autre. Si l’incroyant est sincère, ne reconnaîtra-t-il pas qu’en réalité, 6e qui l’écarte de la foi, c’est moins le confort qu’il craint d’y trouver, que la peur, une fois qu’il aura mis le doigt dans l’engrenage, d’être entraîné plus loin quil ne voudrait aller. Il pressent dans la foi une menace pour sa volonté d’appartenance, pour l’autonomie de son jugement, pour la liberté de la disposition de soi. Il craint cette dépossession, cette pauvreté. Mais qu’il n’abrite pas alors cette crainte des aventures de l’amour sous une hypocrite réticence à l’égard du prétendu confort de la loi.
Mais, dira-t-on, même si la foi comporte en effet des exigences redoutables, du moins faut-il reconnaître qu’elle apporte une solution définitive aux problèmes que l’homme se pose et qu’elle supprime ainsi la recherche et l’inquiétude. Ici encore il faut remarquer d’abord que l’incroyant se fait du croyant une image simpliste. En réalité, on ne croit pas parce que tous les problèmes sont résolus, mais bien que les problêmes ne soient pas résolus. C’est l’erreur de certains de ceux qui cherchent la foi, que de croire qu’il faut pour y accéder avoir résolu toutes les objections. Le chrétien n’est pas quelqu’un pour qui toutes les objections ont disparu. Certes les lumières de la foi viennent éclairer bien des problèmes. Mais il reste que, sur le plan rationnel, le chrétien a bien souvent les mêmes difficultés que l’incroyant. La différence est que, malgré cela, il croit, en s’appuyant sur le témoignage de Dieu.
On voit du même coup que la foi ne supprime pas la recherche. Celle-ci d’abord subsiste, intacte, dans les domaines qui ne relèvent pas de la foi. Sur le terrain scientifique, le croyant en est au même point que l’incroyant. Et la foi n’apporte en ce domaine aucune limite à la liberté de la recherche. A l’égard des problèmes philosophiques, celui du mal, celui de la liberté, certes la foi apporte au chrétien des éléments de solution, mais il n’achèvera jamais d’essayer de les pénétrer, car les limitations de son esprit restent celles de tous les esprits. Il partage ici encore la recherche de l’incroyant. Et enfin, loin que la foi limite la recherche, elle lui offre au contraire des champs nouveaux, car les réalités nouvelles auxquelles elle ouvre le croyant sont mystérieuses. L’esprit éclairé par la grâce cherchera à les comprendre sans jamais les épuiser. C’est, selon l’adage, la foi qui cherche à comprendre, fid.es quaerens intellectum. Rien ici qui ressemble à l’immobilité d’un esprit pour qui tout serait résolu et qui n’aurait plus qu’à se reposer.
Ainsi la recherche subsiste à l’intérieur de la foi, dans la mesure où les problèmes ne sont pas encore résolus pour moi. Mais ils le sont en eux-mêmes et c’est pourquoi j.e puis m’appuyer sur cette certitude. Et la foi est cet appui. Mais c’est précisément, si l’on va au fond des choses, ce à quoi répugnent les esprits dont nous parlons. Ils ne veulent pas accepter que l’intelligence soit seulement l’adhésion à une réalité qui leur est antérieure, ce qui implique une soumission et une dépendance. Son exercice n’a de saveur pour eux que dans la mesure où il est création, invention. L’inquiétude qu’ils réclament, c’est celle qui serait l’affirmation par l’homme de sa pure contigence. Elle est finalement option pouf le devenir Contre l’être, pour le contingent contre l’absolu, négation de Dieu.
Mais on voit alors que ce qui apparaissait comme crainte d’un confort intellectuel est à nouveau un refus de dépendance, une volonté d’autonomie absolue. Reconnaître que l’essence précède l’existence, que Dieu précède l’homme, c’est reconnaître en effet que je ne dispose pas de moi, que je dois entrer dans un ordre que je n’ai pas inventé.
Or c’est cela en réalité que certains esprits ne veulent pas accepter. Mais il s’agit de l’option fondamentale, puisqu’elle concerne l’essence même de l’attitude religieuse, qui est de reconnaître que je ne me tiens pas de moi-même, mais que je me reçois d’un autre. C’est cette dépendance que l’humanisme contemporain refuse. Il fuit la vérité comme une prison. Il cherche à construire en marge d’elle ses paradis artificiels, pour y être enfin chez lui. Mais il n’aboutit ainsi qu’à s’enfermer dans une solitude absurde, où le seul acte humain devient la révolte et le refus.
Reste enfin — et c’était la dernière objection — qu’en adhérant aux affirmations de la foi, on anticipe toujours sur ce qu’on est soi-même. Il y a nécessairement dans le chrétien une marge immense entre ce qu’il affirme et ce qu’il est. Et n’est-ce pas ainsi se condamner à vivre dans l’inauthenticité? Et — certes — il est bien vrai que cet écart entre les affirmations de l’Evangile et la réalité du monde chrétien est douloureux. Mais l’authenticité consiste-t-elle ici à proportionner ses affirmations à ses réalisations, ou à rendre témoignage à une vérité alors même qu’elle vous condamne? Le pharisaïsme est dans la volonté d’avoir raison, dans la prétention à être juste, en se donnant les normes de sa justice. Et la sincérité est précisément pour le chrétien de reconnaître cette inauthenticité, qui est son être pécheur lui-même. C’est cette humilité qui ouvre à la Vérité et qui est la sincérité véritable.