Che cos’è la preghiera cristiana?

Tratto da Jean Daniélou, Contemplation, croissance de l’Église, Arthème Fayard, Paris 1977, 17-19 (italiano e francese)

Pregare è innanzitutto scoprire ciò che Dio è in sé, meravigliarsi di lui. Adorare è essere sensibili alle meraviglie di Dio, ai mirabilia Dei, essere abbagliati e deliziati. La signora Lot-Borodin spiega che questo è il vero dono delle lacrime (non le cattive lacrime del dispetto, né quelle del pentimento, ma le lacrime che sgorgano quando la meraviglia di ciò che Dio è tocca talmente il nostro cuore da travolgerlo).
È poi la preghiera filiale, in cui ci confrontiamo con un Padre che ci aiuta in tutte le nostre necessità, con la certezza di essere esauditi nelle cose essenziali; preghiera in cui sentiamo che il Figlio di Dio ci aiuta a entrare nelle sue disposizioni filiali. Pregare è finalmente entrare nelle vie di Dio, accettare il disegno divino che si sta realizzando nel mondo; è essere sensibili al Dio che viene e non semplicemente al Dio che è. Se fossimo sensibili solo al Dio che è, potremmo pensare che la preghiera ci allontani dal movimento della vita e che ci sia un’opposizione tra la vita contemplativa e il movimento della storia. Questo sarebbe molto sbagliato, perché il Dio che è, è anche il Dio che viene, e tutto il mondo è il compimento di un proposito che viene da Dio e va verso Dio.
È un modo per trovare Dio cercare di entrare nel senso di ciò che vuole realizzare in mezzo a noi, per scoprire che siamo operatori con lui in un mondo meraviglioso, dove si sta costruendo il Corpo di Cristo, dove il Verbo di Dio, attraverso il quale tutte le cose sono state dette all’esistenza, si impadronisce di tutte le cose attraverso l’Incarnazione per portarle al loro fine. È un modo di trovare Dio quello di rendersi conto che la nostra vita acquista senso nella misura in cui si sintonizza con questo disegno di Dio e si scopre come vocazione, cioè come servizio a qualcosa che vale veramente. Allora le realtà umane e divine si uniscono, poiché è attraverso i compiti umani che lavoriamo per la realizzazione del piano di Dio.
Per questo il Concilio Vaticano II, cercando di esprimere la vocazione divina dell’uomo, evoca i grandi principi della famiglia, dell’ordine sociale, della vita internazionale, della pace, tutte realtà che sembrano semplicemente umane, ma che la grazia di Dio prende in mano per portarle a compimento. All’inizio c’è la chiamata di Cristo; alla fine c’è la beatitudine soprannaturale della Trinità verso cui stiamo andando. Per andare dall’una all’altra, passiamo attraverso la totalità della realtà umana. E la diversità delle vocazioni ha come oggetto la riconquista della totalità di questa realtà per portarla al suo termine.
C’è sicuramente un modo per trovare Dio in questa forma creativa e attiva, che è quella della sua azione nel mondo. Vi partecipiamo nella misura in cui ci sforziamo di sintonizzare la nostra vita, sia essa professionale, familiare o intellettuale, con il compimento dello scopo di Dio. In questo modo le trasformiamo in vocazioni, il che conferisce loro un certo valore assoluto. “Si perde il gusto della vita quando si rinuncia a mettere la propria azione in relazione con la propria vocazione”. È una parola molto profonda di un romanziere moderno. Dobbiamo vedere come la realtà della nostra vita si relaziona con la nostra vocazione, per sentire la chiamata di Dio a lavorare con Lui. Spesso non si tratta di fare qualcosa di diverso, ma di farlo in modo diverso.

Testo in francese

Prier, c’est d’abord découvrir ce qu’est Dieu en lui-même, nous en émerveiller. Adorer, c’est être sensible aux merveilles de Dieu, aux mirabilia Dei, nous laisser éblouir et ravir. Mme Lot-Borodine explique que c’est là le vrai don des larmes (non les mauvaises larmes de dépit, ni les larmes du repentir, mais les larmes qui jaillissent quand la merveille de ce qu’est Dieu touche tellement nos cœurs qu’elle les bouleverse).
C’est ensuite la prière filiale où nous traitons avec un Père qui nous aide dans tous nos besoins, avec la certitude d’être exaucés pour les choses essentielles ; prière où nous sentons que le Fils de Dieu nous aide à entrer dans ses dispositions filiales. Prier, c’est enfin entrer dans les voies de Dieu, dans l’acceptation du dessein divin qui s’accomplit dans le monde ; c’est être sensible au Dieu qui vient et pas simplement au Dieu qui est. Si nous n’étions sensibles qu’au Dieu qui est, nous poumons avoir le sentiment que la prière nous retire du mouvement de la vie, et qu’il y a une opposition entre la vie contemplative et le mouvement de l’histoire. Ce serait très faux, car le Dieu qui est est aussi le Dieu qui vient, et le monde entier est l’accomplissement d’un dessein qui vient de Dieu et qui va vers Dieu.
C’est une manière de trouver Dieu que d’essayer d’entrer dans le sens de ce qu’il veut accomplir au milieu de nous, de découvrir que nous sommes ouvriers avec Lui d’un monde merveilleux, où le Corps du Christ se construit, où le Verbe de Dieu, par qui tout est proféré dans l’existence, ressaisit toutes choses par l’Incarnation pour les conduire à leur fin. C’est une manière de trouver Dieu que de réaliser que notre vie prend son sens dans la mesure où elle est accordée à ce dessein de Dieu et où elle se découvre comme vocation, c’est-à-dire comme service de quelque chose qui en vaut vraiment la peine. Alors les réalités humaines et les réalités divines se rejoignent puisque c’est à travers les tâches humaines, ellesmêmes, que nous travaillons à la réalisation du dessein de Dieu.
C’est pourquoi le concile de Vatican II, cherchant à exprimer la vocation divine de l’homme, évoque les grands principes de la famille, de l’ordre social, de la vie internationale, de la paix, toutes réalités qui paraissent simplement humaines, mais que la grâce de Dieu ressaisit pour les amener à réaliser leur fin. A l’origine, il y a l’appel du Christ ; au terme, il y a la béatitude surnaturelle de la Trinité vers laquelle nous allons. Pour aller de l’un à l’autre c’est à travers la totalité de la réalité humaine que nous passons. Et la diversité des vocations a pour objet de ressaisir la totalité de ce réel pour l’amener à réaliser sa fin.
Il y a sûrement une manière de trouver Dieu sous cette forme créatrice et agissante qui est celle de son action dans le monde. Nous y participons dans la mesure où nous nous efforçons d’accorder nos vies, sous leur aspect professionnel, familial ou intellectuel, à l’accomplissement du dessein de Dieu. Nous les transformons par là en vocations, ce qui leur donne une certaine valeur d’absolu. « On perd le goût de vivre quand on renonce à mettre son action en rapport avec sa vocation. » C’est un mot très profond d’un romancier moderne. Nous avons à voir comment ce qui constitue la réalité de nos vies est en rapport avec notre vocation, à entendre l’appel que Dieu nous fait de travailler avec Lui. Bien souvent, il ne s’agira pas pour nous de faire autre chose, mais de le faire autrement.

Il cristianesimo, presenza e incarnazione della trascendenza

Di Jean Daniélou, sj

Bulletin saint Jean Baptiste, Liminaire di Jean Daniélou, 20 maggio 1965

Quando consideriamo la situazione spirituale dell’umanità di oggi, all’inizio il nostro cuore è preso dall’angoscia. La civiltà materiale che si sta costruendo assorbe in qualche modo la nostra attenzione e le nostre energie. E sembra che queste emergenze immediate mettano in secondo piano ciò che appartiene alla vocazione ultima, la vocazione divina dell’intero genere umano. Ma al di là di questa angoscia – e senza minimizzare nulla – sta emergendo allo stesso tempo una speranza, di cui il Concilio è la voce. Alla base di questi cambiamenti c’è un’oscura ricerca della completa realizzazione dell’uomo. Questa realizzazione non può essere raggiunta a livello di una civiltà puramente materiale, o addirittura di una società umana fraterna. È in definitiva la ricerca di Dio il cuore della crisi attuale del mondo.

È qui che la missione della Chiesa appare al tempo stesso essenziale e difficile. Spetta a lei rendere presente in mezzo alla civiltà tecnica la dimensione della trascendenza senza la quale non c’è umanesimo possibile. Non spetta solo a lei. Tutti gli uomini religiosi, di tutte le confessioni e di tutte le religioni, cioè in definitiva quasi tutti gli uomini, sono interessati a questo. Ma è la Chiesa che è come il cuore misterioso dell’umanità religiosa. È lì che la vita dello Spirito sgorga nella sua massima intensità. È lì che passa l’asse stesso della storia santa. Ciò significa che la Chiesa è eminentemente responsabile di questa presenza del trascendente. Ciò significa, prima di tutto, che deve essere completamente fedele alla trascendenza, cioè che deve essere pura da ogni concessione a pseudo-umanismi, che limitano il compimento dell’uomo al solo livello dell’uomo. È con questa intransigenza che la Chiesa risponde ai desideri più profondi degli uomini, che si aspettano da lei ciò che gli uomini non possono dare, cioè la sacralità. È per questo che, nel momento in cui certi prelati, per un falso concetto di adattamento, sarebbero portati a dissacrare il sacerdozio e il culto, sono i laici a richiamarli all’ordine. E laici che si chiamano Francois Mauriac e Georges Suffert, così come Michel de Saint Pierre e Jean Madiran. In altre parole, non si tratta più di riflessi politici, ma della reazione vitale del popolo cristiano, che per primo si aspetta i sacramenti dal sacerdozio.

Ma la Chiesa deve rendere presente questa trascendenza. Perché il cristianesimo non è solo trascendenza, ma presenza della trascendenza, cioè incarnazione della trascendenza, presenza del mistero come mistero, ma anche come presenza. Ora questa è presenza all’uomo del presente, e non solo presenza acquisita una volta per tutte. È acquisita una volta per tutte grazie all’incarnazione del Verbo, ma è l’attuazione di questa presenza in tutto lo spazio e in tutto il tempo. Ed è in particolare l’attuazione di questa presenza nel nostro tempo, cioè proprio nel cuore di questa cosiddetta civiltà tecnica, non perché la tecnologia sia la sua unica dimensione, ma perché ne rappresenta un aspetto caratteristico. È qui che la Chiesa ha ragione di preoccuparsi durante il Concilio, di tutto ciò che ostacola il messaggio che deve portare all’umanità di oggi – e che l’umanità di oggi sta aspettando – di essere ascoltata dal quest’umanità. Perciò la fedeltà alla trascendenza deve essere accompagnata dall’audacia dell’adattamento. Resta vero però che si può essere audaci solo nella misura in cui si è forti.

…La Chiesa è libera “rispetto a tutto” perché inchiodata alla croce di Gesù.

Cristianesimo: l’eterna giovinezza del mondo

Jean Daniélou, “Christianisme et histoire”, in Études, 254 (1947) 172-173 (italiano e francese)

Giudizio finale, Chiesa del monastero di Farfa

Così ci appare il carattere storico della visione cristiana. Tuttavia, dobbiamo aggiungere che con le nozioni di evento e di progresso non l’abbiamo ancora descritta nella sua interezza. Se così fosse, si presenterebbe sotto forma di un progresso indefinito, simile a quello che troviamo in certi sistemi evolutivi moderni. Ma questa concezione evita un aspetto essenziale del cristianesimo, ossia che esso non è solo il progresso, ma il fine del progresso. La visione cristiana della storia presenta quindi un’ultima caratteristica, quella di essere escatologica, vale a dire che la nozione di fine (eschaton) gioca un ruolo capitale, e questo in un modo triplice. In primo luogo, la storia non è un progresso eterno, ma ha una fine, costituisce un piano definito e limitato, che i Padri della Chiesa hanno definito come la settimana cosmica, alla quale segue l’ottavo giorno, che è il mondo futuro. In secondo luogo, il cristianesimo è questa fine: Cristo si è presentato come venuto alla fine dei tempi e come introduttore del mondo definitivo. Pertanto, nel cristianesimo non c’è un aldilà. Egli è veramente “eschatos”, “novissimus”, l’ultimo. È l’eterna giovinezza del mondo.

Testo in francese:

Ainsi nous apparaît le caractère historique de la vision chrétienne. Toutefois, il faut ajouter qu’avec les notions d’événement et de progrès, nous ne l’avons pas encore décrite tout entière. S’il en était ainsi, en effet, elle se présenterait sous la forme d’un progrès indéfini, semblable à celui que nous rencontrons dans certains systèmes évolutionnistes modernes. Or cette conception évacue un aspect essentiel du christianisme, à savoir qu’il n’est pas seulement un progrès, mais le terme du progrès. La vision chrétienne de l’histoire présente donc un dernier trait, celui d’être eschatologique, c’est à dire que la notion de fin (eschaton) y joue un rôle capital, et ceci d’une triple manière. En premier lieu, l’histoire n’est pas un progrès éternel, mais elle a une fin, elle constitue un plan défini, limité, que les Pères de l’Église définissaient comme la semaine cosmique, à laquelle succède le huitième jour, qui est le monde futur. En second lieu, le christianisme est cette fin : le Christ s’est présenté comme venant à la fin des temps et comme introduisant le monde définitif. Ainsi il n’y a pas d’au delà du christianisme. Il est vraiment « eschatos », «novissimus », le dernier. Il est la jeunesse éternelle du monde.

La fede nella risurrezione è il cuore del cristianesimo

J. Daniélou, La résurrection, Seuil, Paris 1969, 5-6 (testo in italiano e francese).

La fede nella risurrezione è il cuore del cristianesimo. È attraverso di essa che viene data la risposta agli ultimi problemi della condizione umana, quelli che riguardano l’abisso della morte e del male. Essa rappresenta anche l’aspetto più scandaloso per la ragione umana. Da un lato, fa parte del tessuto di eventi della storia umana. E se non fosse così, non altererebbe questa condizione. Allo stesso tempo, è un’irruzione di Dio che introduce una discontinuità in questa storia e ci sposta su un altro piano. Questo vale innanzitutto per la risurrezione di Cristo, principio di ogni risurrezione. È vero per la risurrezione dei nostri corpi, che è l’oggetto della nostra speranza. È vero anche per la risurrezione che ci fa passare dalla morte alla vita, “perché amiamo i nostri fratelli” (1 Gv 3,14).
Quest’ultimo aspetto è quello che la teologia moderna sottolinea maggiormente. D’altra parte, oggi vediamo che la realtà storica della risurrezione corporea di Cristo viene messa in discussione da un lato, e la realtà escatologica della risurrezione dei nostri corpi dall’altro. Le difficoltà nel primo caso derivano da un’esegesi che vede nei vangeli solo la testimonianza di fede della prima comunità cristiana e non la testimonianza di un evento storico da parte di coloro che ne sono stati coinvolti. Nel secondo caso, fanno parte di una filosofia che considera mitica qualsiasi concezione di vita ultraterrena. È chiaro che se la risurrezione non riguarda il corpo di Cristo e non deve riguardare i nostri corpi, la fede nella risurrezione è del tutto in discussione. Per questo motivo esamineremo nella prima parte i problemi posti dalla realtà storica della risurrezione di Cristo e nella seconda quelli relativi alla realtà escatologica della risurrezione della carne.

Testo in francese

La foi en la résurrection est au cœur du christianisme. C’est par elle que la réponse aux problèmes derniers de la condition humaine, ceux qui concernent les abîmes de la mort et du mal est donnée. Elle en représente aussi l’aspect le plus scandaleux pour la raison humaine. Elle s’insère d’une part dans la trame des événements de l’histoire humaine. Et s’il n ’en était pas ainsi, elle ne modifierait pas cette condition. Et elle est en même temps une irruption de Dieu qui introduit une discontinuité dans cette histoire et nous fait passer sur un autre plan. Ceci est vrai d ’abord de la résurrection du Christ, principe de toute résurrection. Ceci est vrai de la résurrection de nos corps, qui est l’objet de notre espérance. Ceci est vrai aussi de la résurrection qui nous fait passer dès maintenant de la mort à la vie, « parce que nous aimons nos frères » (1 Jn 3,14).
Ce dernier aspect est celui que la théologie moderne met le plus en valeur. Mais par contre nous voyons aujourd’hui mettre en question d’une part la réalité historique de la résurrection corporelle du Christ, d’autre part la réalité eschatologique de la résurrection de nos corps. Les difficultés dans le premier cas viennent d’une exégèse qui ne voit dans les évangiles que le témoignage de la foi de la première communauté chrétienne et non le témoignage rendu à un événement historique par ceux qui y ont été mêlés. Dans le second cas elles relèvent d’une philosophie qui considère comme mythique toute conception d’un au-delà de la mort. Or il est clair que si la résurrection ne concerne pas le corps du Christ et ne doit pas concerner nos corps, la foi à la résurrection est entièrement mise en question. C’est pourquoi nous examinerons dans une première partie les problèmes que pose la réalité historique de la résurrection du Christ, et dans la deuxième partie ceux qui concernent la réalité eschatologique de la résurrection de la chair.

Morte e risurrezione: suprema povertà e ricchezza del cristianesimo

Tratto da un articolo di Jean Daniélou, «Dieu dans l’existence de l’homme», 20 (1951), 23-32. (segue testo in italiano e in francese)

Perché, alla fine, tutto ciò di cui abbiamo parlato finora [la suprema povertà e la ricchezza del cristianesimo] non è altro che la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, che continua nel Corpo Mistico e attraverso ciascuno dei membri di questo Corpo Mistico. Ecco perché l’unione di povertà e ricchezza, di morte e vita, esprime l’essenza stessa dell’esistenza cristiana, che è un’esistenza in Cristo, nella morte e risurrezione di Cristo. Siamo morti con Lui e risorti con Lui nel Battesimo. Questa morte e questa risurrezione si completeranno per noi nella nostra morte e risurrezione finale quando, attraverso la morte, risorgeremo. Ma nel frattempo esse riempiono tutto lo spazio che va dal nostro Battesimo alla nostra morte. Costituiscono il mistero della “mortificazione” e della “vivificazione”. Si usa sempre la prima parola e mai la seconda, che dà una falsa idea del cristianesimo come vita. L’essenziale è la vivificazione; il cristianesimo è essenzialmente la liberazione in noi delle energie dell’amore. Naturalmente, questa vivificazione avviene solo attraverso la mortificazione. Per espandere gli spazi della carità, dobbiamo ridurre gli spazi della carne, diceva Sant’Agostino. Ma questa mortificazione è rivolta alla vita: “Ma noi portiamo questo tesoro in vasi di terra perché appaia che questa forza sovrana del Vangelo viene da Dio e non da noi. Siamo oppressi in ogni modo ma non schiacciati, angosciati ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, abbattuti ma non perduti, portando sempre con noi nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”.

Testo in francese:

Car finalement tout ce dont nous avons parlé jusqu’ici n ’est que la participation à la mort et à la résurrection du Christ, qui se continue dansle Corps Mystique et à travers chacun des membres de ce Corps Mystique. C’est pourquoi l’union de la pauvreté et de la richesse, de la mort et de la vie, exprime le fond même de ce qu’est l’existence chrétienne, ‘qui est une existence dans le Christ, dans la mort et la résurrection du Christ. Nous sommes morts avec Lui et ressuscités avec Lui dans le Baptême. Cette mort et cette résurrection s’achèveront pour nous dans notre mort et dans notre résurrection terminales quand, par la mort, nous ressusciterons. Mais, dans l’intervalle, elles remplissent tout l’espace qui va de notre Baptême à notre mort. Elles constituent le mystère de la « mortification » et de la « vivification ». On emploie toujours le premier mot et jamais le second, ce qui donne une idée fausse du christianisme qui est vie. L’essentiel, c’est la vivification ; le Christianisme est essentiellement la libération en nous des énergies de l’amour. Certes cette vivification ne s’opère que par la mortification. Pour dilater les espaces de la charité, il faut rétrécir les espaces de la chair, a dit saint Augustin. Mais cette mortification est tournée vers la vie : « Mais nous portons ce trésor dans des vases de terre afin qu’il paraisse que cette souveraine puissance de l’Évangile vient de Dieu et non pas de nous. Nous sommes opprimés de toute manière et non écrasés, dans la détresse mais non le désespoir, persécutés mais non délaissés, abattus mais non perdus, portant toujours avec nous, dans notre corps, la mort de Jésus, afin que la vie de Jésus soit aussi manifestée dans notre corps »

“La risurrezione: operazione trasfigurante nel mondo nascosto delle anime”

Dal libro La risurrezione, di Jean Daniélou (conclusione) – segue testo italiano e francese.

Ogni anno, l’epistola della Messa di Pasqua ci porta all’orecchio l’invito che lo Spirito Santo rivolge a tutti i cristiani per bocca di Paolo: “Se siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo abita alla destra di Dio” (Col 3,1). Questa piccola frase contiene un’affermazione straordinaria. Significa non solo che Cristo è risorto, non solo che un giorno risorgeremo con lui, ma che siamo già risorti con lui attraverso il battesimo. Tutto il mistero dell’esistenza cristiana sta in questa affermazione. Apparentemente, nulla cambia nella condizione umana. Eppure, la risurrezione di Cristo ha già compiuto la sua operazione trasfigurante nel mondo nascosto delle anime, cosicché il cristiano attende solo la manifestazione di ciò che è già sostanzialmente compiuto in lui; infatti, continua San Paolo: “la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vostra vita, apparirà, allora anche voi apparirete nella sua gloria.

In primo luogo, dobbiamo chiederci cosa significhi la parola “risurrezione”. Normalmente è associata nella nostra mente all’idea del ritorno alla vita di ciò che era morto. È così che parliamo della risurrezione di Lazzaro o di quella del figlio della vedova di Naim. Ma è difficile capire come la parola possa essere applicata all’esistenza cristiana in questo senso. Ha quindi un altro significato quando viene applicata alla risurrezione di Cristo. Non si tratta allora di un semplice ritorno a una vita mortale, ma del passaggio dalla condizione mortale, che è quella naturale, a una condizione immortale, che è trascendente rispetto a tutta la vita naturale, perché è una misteriosa partecipazione alla vita di Dio. Questa immortalità non è l’immortalità filosofica, che è la persistenza dell’anima nell’esistenza. Perché questa persistenza può essere una morte spirituale. È la vivificazione di un essere mortale da parte delle energie divine che gli conferiscono un’incorruttibilità soprannaturale e lo elevano al di sopra della condizione mortale. Il mistero cristiano della risurrezione è proprio questo. Di per sé, la natura umana è destinata alla morte, come tutto il resto della biosfera di cui fa parte attraverso il suo corpo animale. Ma il Verbo di Dio, che fin dall’inizio aveva chiamato la natura umana all’immortalità, introducendola nel paradiso e destinandola a nutrirsi del frutto dell’albero della vita, viene a reclamare questa natura che il peccato di Adamo aveva ridotto alla condizione mortale. Con la sua risurrezione, le comunica la vita incorruttibile che è sua. Con la sua ascensione, la esalta alla destra del Padre. E la sua umanità glorificata diventa il principio di risurrezione per ogni uomo che vi si innesta con il battesimo.

La risurrezione significa dunque l’esaltazione dell’umanità al di sopra di se stessa nel mondo irraggiungibile di Dio. È la buona notizia per eccellenza, il destino prestigioso a cui l’amore del Padre ha chiamato l’umanità nel Figlio unigenito attraverso il dono dello Spirito. È l’avventura inaudita per cui noi, esseri di carne e sangue, così vicini al mondo animale, siamo immersi, vivi, nel fuoco consumante della vita trinitaria, che distrugge tutto ciò che è mortale e comunica l’incorruttibilità: “perché tutto ciò che è mortale sia inghiottito dalla vita” (2 Cor 5,4). E questo è possibile solo attraverso il gesto di Dio che, in Cristo, scende fino alla nostra natura carnale e, dopo averla afferrata, la solleva al di sopra di sé per portarla nelle profondità del Padre, “dove Cristo abita alla destra di Dio”.

La risurrezione di Cristo è quindi la primizia della nostra risurrezione. Con Cristo, una parte della nostra umanità è già esaltata nelle profondità di Dio. Cristo è quindi, come ci dice la Lettera agli Ebrei, come un’ancora gettata non nelle profondità del mare, ma nelle altezze del cielo. Egli è il garante della nostra speranza, poiché questa si è già realizzata in lui. Inoltre, il Cristo della gloria attrae tutta l’umanità in virtù di una misteriosa gravitazione, il “pondus ad sursum” di cui parlava Agostino: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutte le cose a me”, dice Gesù (Gv 12,32). Cristo, il primogenito dai morti, è stato il primo a rompere i limiti dell’esistenza in cui eravamo rinchiusi come in una prigione. La scienza può allargare questa prigione, ma non ci fa uscire. Attraverso Cristo, il nostro destino si apre alla vita infinita di Dio.

Questa virtù della risurrezione di Cristo raggiunge tutti noi. Un giorno raggiungerà i nostri corpi morti, quando la sua scintilla li toccherà, li risusciterà e li vivificherà con una vita che non sarà più solo quella della carne e del sangue, ma dello Spirito incorruttibile che impartirà ai nostri corpi mortali la sua incorruttibilità. Ma ci raggiunge già ora nelle nostre anime morte – morte a causa del peccato che ci ha privato della vita di Dio – viene a toccare le nostre anime morte e a suscitare in esse la vita dello Spirito, la vita dello Spirito Santo che converte le nostre menti e i nostri cuori, li rafforza, li vivifica e li rende capaci di conoscere e amare le cose divine attraverso una misteriosa partecipazione alla conoscenza e all’amore con cui Dio conosce e ama se stesso.

Testo in francese (La resurrection, Seuil, Paris 1969, 35-38)

L’épître de la messe de Pâques fait retentir chaque année à nos oreilles l’invitation que l ‘Esprit-Saint adresse à tous les chrétiens par la bouche de Paul : « Si vous êtes ressuscités avec le Christ, recherchez les choses d’en haut, où le Christ demeure assis à la droite de Dieu » (Col 3, 1). Cette petite phrase contient la plus extraordinaire des affirmations. Elle signifie en effet, non seulement que le Christ est ressuscité, non seulement que nous ressusciterons un jour avec Lui, mais que déjà nous sommes ressuscités avec Lui par le baptême. Tout le mystère de l’existence chrétienne tient dans cette affirmation. Apparemment, rien n’est changé à la condition humaine. Et pourtant, la résurrection du Christ a déjà accompli son opération transfiguratrice dans le monde caché des âmes, en sorte que le chrétien n’attend plus que la manifestation de ce qui est déjà substantiellement accompli en lui ; saint Paul continue en effet : « votre vie est cachée avec le Christ en Dieu. Quand le Christ, votre vie, apparaîtra, alors vous apparaîtrez vous aussi dans sa gloire. »
D’abord, nous avons eu à nous demander ce que signifie ce mot même de résurrection. Il est normalement associé dans nos esprits avec l’idée du retour à la vie de ce qui était mort. C’est ainsi que nous parlons de la résurrection de Lazare ou de celle du fils de la veuve de Naïm. Mais on ne voit pas comment, en ce sens, le mot pourrait s’appliquer à l’existence chrétienne. Aussi bien a-t-il une autre signification, quand il s’applique à la résurrection du Christ. Il s’agit alors non d’un simple retour à une vie mortelle, mais du passage de la condition mortelle, qui est la condition naturelle, à une condition immortelle, qui est transcendante à toute vie naturelle, parce qu’elle est une mystérieuse participation à la vie de Dieu. Cette immortalité n’est pas l’immortalité philosophique, qui est persistance de l’âme dans l’existence. Car, cette persistance peut être une m ort spirituelle. Elle est la vivification d’un être mortel par les énergies divines qui lui communiquent une incorruptibilité surnaturelle et l’élèvent au-dessus de la condition mortelle.
Le mystère chrétien de la résurrection est pré­cisément cela. D’elle-même la nature humaine est vouée à la mort, comme tout ce qui appartient à la biosphère dont elle fait partie par son corps animal. Mais le Verbe de Dieu, qui, dès l’origine, avait appelé la nature humaine à l’immortalité, en l’introduisant dans le paradis et en la destinant à se nourrir du fruit de l’arbre de vie, vient ressaisir cette nature que le péché d’Adam avait réduite à la condition mortelle. Par sa résurrection, il lui communique la vie incorruptible qui est la sienne. Par son ascension, il l’exalte à la droite du Père. Et son humanité glorifiée devient le principe de résurrection pour tout homme qui est greffé sur elle par le baptême.
La résurrection signifie donc ici l’exaltation de l’humanité au-dessus d’elle-même dans le monde inaccessible de Dieu. Elle est la bonne nouvelle par excellence, la prestigieuse destinée à laquelle l’amour du Père a appelé l’humanité dans le Fils unique par le don de l’Esprit. Elle est cette aventure inouïe par laquelle ces êtres de chair et de sang que nous sommes, si proches du monde animal, sont plongés tout vivants, dans le feu consumant de la vie trinitaire, qui détruit tout ce qui est mortel et communique l’incorruptibilité : « afin que tout ce qui est mortel soit englouti par la vie » (2 Co 5,4). Et ceci n’est possible que par ce geste de Dieu qui, dans le Christ, descend vers notre nature charnelle et, l’ayant saisie, la soulève au-dessus d’elle-même pour l’emporter dans les profondeurs du Père, « là où le Christ demeure assis à la droite de Dieu ».
La résurrection du Christ constitue ainsi les prémices de notre propre résurrection. Avec le Christ, une part de notre humanité est déjà exaltée dans les profondeurs de Dieu. Le Christ est ainsi, nous dit l’Epître aux Hébreux, comme une ancre jetée non dans la profondeur de la mer, mais dans les hauteurs du ciel. Il est le garant de notre espérance, puisque cette espé­rance est déjà accomplie en lui. Plus encore, le Christ de gloire attire toute l’humanité en vertu d’une mystérieuse gravitation, le « pondus ad sursum » dont parlait Augustin : « Quand j’aurai été élevé de terre, j’attirerai tout à moi», dit Jésus (Jn 12,32). Le Christ, premier-né d’entre les morts, a fait le premier éclater les limites de l’existence dans laquelle nous étions enfermés comme dans une prison. La science peut agrandir cette prison, elle ne nous en fait pas sortir. Par le Christ, notre destinée débouche dans l’infini de la vie de Dieu.
Cette vertu de la résurrection du Christ nous atteint tout entier. Elle atteindra un jour nos corps morts, quand son étincelle viendra les toucher, les dressera à nouveau et les vivifiera d’une vie qui ne sera plus seulement celle de la chair et du sang, mais de l’Esprit incorruptible qui communiquera à nos corps mortels son incorruptibilité. Mais elle nous atteint dès maintenant dans nos âmes mortes — mortes par le péché qui nous privait de la vie de Dieu — elle vient toucher nos âmes mortes et susciter en elles la vie de l’Esprit, la vie de l’Esprit-Saint qui convertit nos intelligences et nos cœurs, les fortifie, les vivifie et les rend capables de connaître et d’aimer les choses divines par une mystérieuse participation à la connaissance et à l’am our dont Dieu se connaît et s’aime lui-même.

L’apparizione a Maria Maddalena

Dai Carnets Spirituels di Jean Daniélou (italiano e francese)

L’apparizione a Maria Maddalena: qui appare sempre uguale, insolentemente indifferente a tutto ciò che non è Gesù. Che cosa le fanno Pietro, gli angeli e il giardiniere? Le interessano solo nella misura in cui possono aiutarla a trovare Gesù. Non si ferma a loro, supera tutti gli ostacoli, ignora tutto ciò che non è Gesù e non vuole conoscerlo: Num quem diligit anima mea vidistis? Così dobbiamo andare, evitando tutti gli ostacoli, non fermandoci a nessun maestro umano, avendo una sola domanda: Dove hanno messo il mio Signore? Cercandoti, o Gesù, senza sosta, senza mai rassegnarmi a rimanere dove sono, cercandoti sempre di più, finché non ti abbia trovato; camminando nella fede pura, sostenuta dalla tua parola; non lasciandomi scoraggiare da nessuna difficoltà, perché l’amore non conosce difficoltà; facendo buon uso delle mie forze, della mia reputazione, del mio tempo: si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam. Quindi, Gesù, tu riempi l’universo per me, sei il mio universo. Deve bastare che io sappia che qualcosa ti piace perché io cerchi di dartela; che io mi applichi alle virtù che tu vuoi, alle opere che tu vuoi; che io cerchi soprattutto di darti le anime, perché nulla ti è più gradito; che io sia libero rispetto a tutto e a me stesso, indifferente a ciò che si dice e si pensa, ignaro di dove sono, non sapendo più cosa voglio, cercando solo te, volendo solo ciò che tu vuoi. Fa’ che non mi preoccupi soprattutto di me stesso, Gesù; i miei interessi sono nelle tue mani, sono più sicuri lì che nelle mie; così sono tanto più libero di preoccuparmi solo di te. E tu ti mostrerai a me. All’inizio non ti ho riconosciuto perché cercavo un uomo morto. Il cristianesimo era per me una saggezza che mi aveva sedotto. Ma se fosse solo questo, questa saggezza potrebbe essere paragonata ad altre che potrebbero essere preferite ad essa. Non è questo il punto. È la realtà. Il cristianesimo è che tu sei risorto e vivo e noi siamo con te, che il cielo è aperto e che la strada per arrivarci passa attraverso la croce. Ed è per questo che la sapienza del Vangelo è l’unica sapienza, perché tu sei l’unica via che conduce gli uomini alla vita (p. 325-326).

Testo in francese

L’apparition à Marie-Madeleine : elle apparaît ici toujours la même, insolemment indifférente à tout ce qui n’est pas Jésus. Que lui font et Pierre et les Anges, et le jardinier même : ils ne l’intéressent que dans la mesure où ils peuvent l’aider à trouver Jésus. Elle ne s’arrête pas à eux, elle dépasse tous les obstacles, elle ignore tout ce qui n’est pas Jésus et ne veut pas le connaître : Num quem diligit anima mea uidistis ? Ainsi nous faut-il aller, évitant tous les obstacles, ne nous arrêtant à aucun maître humain, n’ayant jamais qu’une question : Où ont-ils mis mon Seigneur ? Vous cherchant, ô Jésus, sans relâche, ne me résignant jamais à rester où je suis, vous cherchant toujours plus loin, jusqu’à ce que je vous aie trouvé ; marchant dans la pure foi , appuyé sur votre parole ; ne me laissant rebuter par aucune difficulté, car l’amour ne connaît pas de difficulté ; faisant bon marché de mes forces, de ma réputation, de mon temps : si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam. Ainsi, Jésus, vous remplissez pour moi l’univers, vous êtes mon univers. Il doit suffire que je sache qu’une chose vous contente pour que je cherche à vous la donner : que je m’applique ainsi aux vertus que vous voulez, aux travaux que vous voulez ; que je cherche surtout à vous donner des âmes, parce que rien ne vous est plus agréable ; que je sois libre à l’égard de tout et de moi-même, indifférent à ce qu’on dit et à ce qu’on pense, ignorant où je suis, ne sachant plus ce que je veux, ne cherchant que vous, ne voulant que ce que vous voulez. Que je ne m’occupe plus de moi surtout, Jésus ; mes intérêts sont entre vos mains, ils y sont plus en sûreté que dans les miennes ; ainsi suis-je d’autant plus libre pour ne m’occuper que de vous. Et vous vous montrerez à moi. D’abord je ne vous ai pas reconnu parce que je cherchais un mort. Le christianisme était pour moi une sagesse qui m’avait séduit. Mais s’il n’était que cela, cette sagesse pourrait être comparée à d’autres qu’on pourrait lui préférer. La question n’est pas là. Il est la réalité. Le christianisme, c’est que vous êtes ressuscité et vivant et nous avec vous, c’est que le ciel est ouvert, et que la voie qui y conduit est celle de la croix. Et c’est pourquoi la sagesse de l’Évangile est la seule, parce que vous êtes la seule voie qui conduise les hommes à la vie. (p. 325-326)

L’incontro con i discepoli di Emaus

Una meditazione di Jean Daniélou (in italiano e in francese) tratta da Carnets spirituels

I discepoli di Emaus, tabernacolo capella Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma

I discepoli di Emmaus : Gesù Consolatore. Erano depressi, rimuginavano senza avanzare la loro delusione. Quale improvviso calore in loro alla voce cordiale e fiduciosa di Gesù: O stulti et tardi ad credendum. Come fu evidente quando mostrò loro come tutto dovesse accadere. Così li lascia fiduciosi, gioiosi, restituiti a se stessi. Gesù, resta anche tu con me, stabiliscimi nella fiducia, nella gioia, nella pace, perché possa iniziare una vita nuova – Ecce noua facio omnia – in cui vada di gioia in gioia: gioia della preghiera dove mi consoli, gioia della Messa dove mi dai la certezza della vita eterna, dove il tuo sangue inebria la mia anima, gioia del breviario dove mi mostri che tutto parla di te. Vuoi che la mia vita ora, tutta unificata in te e morta al mondo e a me stessa, sia trascinata da un grande slancio di amore per te e di servizio devoto alle anime. Fa’ che nulla più costringa e rattristi il mio cuore. Che io possa vivere nella vera gioia, quella che nasce dalla donazione, dall’espansione, non dal ripiegamento; quella che scaturisce quando si sente che si cammina verso un grande destino, che tutto è ordinato e organizzato. Mi hai tirato fuori dalla trappola, o Gesù, mi hai rimesso sulla strada giusta. Che io possa camminare con te, magnis itineribus, verso la patria dove mi aspetti. Che io possa già gustare le gioie celesti della tua intimità, della bontà di mia Madre, della carità fraterna, dell’obbedienza nascosta che mi nasconde nella tua volontà, dell’effusione del tuo Spirito Santo – e che la mia anima esulti nel Signore. (p. 327-328)

Les disciples d’Emmaùs 564 : Jésus consolateur. Ils étaient déprimés, ruminant sans avancer leur déception. Quelle soudaine chaleur en eux à la voix cordiale et assurée de Jésus : O stulti et tardi ad credendum. Quelle évidence lorsqu’il leur montre comment c’était bien ainsi que tout devait se passer. Aussi les laisse-t-il confiants, joyeux, rendus à eux-mêmes. Jésus, restez avec moi aussi, établissez-moi dans la confiance, dans la joie, dans la paix, que je commence une vie toute nouvelle – Ecce noua facio omnia – où j’aille de joie en joie : joie de l’oraison où vous me consolez, joie de la messe où vous me donnez l’assurance de la vie éternelle, où votre sang enivre mon âme, joie du bréviaire où vous me montrez que tout me parle de vous. Vous voulez que maintenant ma vie, tout entière unifiée en vous et morte au monde et à moi-même, soit emportée d’un grand élan d’amour pour vous et de service dévoué des âmes. Il ne faut plus que rien [ne] resserre et [n’]attriste mon cœur. Que je vive dans la vraie joie, celle qui vient du don, de l’expansion – et non du repliement ; celle qui jaillit quand on a le sentiment qu’on marche vers un grand destin, que tout s’ordonne et s’organise. Vous m’avez tiré du piège, ô Jésus, vous m’avez remis dans la voie droite. Faites que j’y marche à vos côtés, magnis itineribus, jusqu’à la patrie où vous m’attendez. Faites que déjà je goûte les joies célestes de votre intimité, de la bonté de ma Mère, de la charité fraternelle, de l’obéissance cachée qui me cache dans votre volonté, de l’effusion de votre Esprit-Saint – et que mon âme exulte dans le Seigneur. (p. 327-328)

Gesù risorto, tu sei il mio universo

(L’apparizione a Maria Maddalena)

Meditazione di Jean Daniélou tratto dai suoi Carnets Spirituels (in italiano e in francese)

Empty Tomb With Shroud And Crucifixion At Sunrise – Risen Resurrection

L’apparizione a Maria Maddalena: qui appare sempre la stessa, insolentemente indifferente a tutto ciò che non è Gesù. Che cosa le fanno Pietro, gli angeli e il giardiniere? Le interessano solo nella misura in cui possono aiutarla a trovare Gesù. Lei non si ferma davanti a loro, supera tutti gli ostacoli, ignora tutto ciò che non è Gesù e non vuole conoscerlo: Num quem diligit anima mea vidistis? Così dobbiamo andare, evitando tutti gli ostacoli, non fermandoci a nessun maestro umano, avendo una sola domanda: Dove hanno messo il mio Signore? Cercandoti, o Gesù, senza sosta, senza mai rassegnarmi a rimanere dove sono, cercandoti sempre di più, finché non ti avrò trovato; camminando nella fede pura, appoggiandomi alla tua parola; non lasciandomi scoraggiare da nessuna difficoltà, perché l’amore non conosce difficoltà; facendo buon uso delle mie forze, della mia reputazione, del mio tempo: si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam. Quindi, Gesù, tu riempi l’universo per me, sei il mio universo. Deve bastare che io sappia che qualcosa ti piace perché io cerchi di dartela; che io mi applichi alle virtù che tu vuoi, alle opere che tu vuoi; che io cerchi soprattutto di darti le anime, perché nulla ti è più gradito; che io sia libero rispetto a tutto e a me stesso, indifferente a ciò che si dice e si pensa, ignaro di dove sono, non sapendo più cosa voglio, cercando solo te, volendo solo ciò che tu vuoi. Fa’ che non mi preoccupi soprattutto di me stesso, Gesù; i miei interessi sono nelle tue mani, sono più sicuri lì che nelle mie; così sono tanto più libero di preoccuparmi solo di te. E tu ti mostrerai a me. All’inizio non ti ho riconosciuto perché cercavo un uomo morto. Il cristianesimo era per me una saggezza che mi aveva sedotto. Ma se fosse solo questo, questa saggezza potrebbe essere paragonata ad altre che potrebbero essere preferite ad essa. Non è questo il punto. È la realtà. Il cristianesimo è che tu sei risorto e vivo e noi siamo con te, che il cielo è aperto e che la via per arrivarci è la croce. Ed è per questo che la sapienza del Vangelo è l’unica sapienza, perché tu sei l’unica via che conduce gli uomini alla vita (p. 325-326).

Il testo in francese:

L’apparition à Marie-Madeleine : elle apparaît ici toujours la même, insolemment indifférente à tout ce qui n’est pas Jésus. Que lui font et Pierre et les Anges, et le jardinier même : ils ne l’intéressent que dans la mesure où ils peuvent l’aider à trouver Jésus. Elle ne s’arrête pas à eux, elle dépasse tous les obstacles, elle ignore tout ce qui n’est pas Jésus et ne veut pas le connaître : Num quem diligit anima mea uidistis ? Ainsi nous faut-il aller, évitant tous les obstacles, ne nous arrêtant à aucun maître humain, n’ayant jamais qu’une question : Où ont-ils mis mon Seigneur ? Vous cherchant, ô Jésus, sans relâche, ne me résignant jamais à rester où je suis, vous cherchant toujours plus loin, jusqu’à ce que je vous aie trouvé ; marchant dans la pure foi , appuyé sur votre parole ; ne me laissant rebuter par aucune difficulté, car l’amour ne connaît pas de difficulté ; faisant bon marché de mes forces, de ma réputation, de mon temps : si dederit homo omnem substantiam domus suae pro dilectione, quasi nihil despiciet eam. Ainsi, Jésus, vous remplissez pour moi l’univers, vous êtes mon univers. Il doit suffire que je sache qu’une chose vous contente pour que je cherche à vous la donner : que je m’applique ainsi aux vertus que vous voulez, aux travaux que vous voulez ; que je cherche surtout à vous donner des âmes, parce que rien ne vous est plus agréable ; que je sois libre à l’égard de tout et de moi-même, indifférent à ce qu’on dit et à ce qu’on pense, ignorant où je suis, ne sachant plus ce que je veux, ne cherchant que vous, ne voulant que ce que vous voulez. Que je ne m’occupe plus de moi surtout, Jésus ; mes intérêts sont entre vos mains, ils y sont plus en sûreté que dans les miennes ; ainsi suis-je d’autant plus libre pour ne m’occuper que de vous. Et vous vous montrerez à moi. D’abord je ne vous ai pas reconnu parce que je cherchais un mort. Le christianisme était pour moi une sagesse qui m’avait séduit. Mais s’il n’était que cela, cette sagesse pourrait être comparée à d’autres qu’on pourrait lui préférer. La question n’est pas là. Il est la réalité. Le christianisme, c’est que vous êtes ressuscité et vivant et nous avec vous, c’est que le ciel est ouvert, et que la voie qui y conduit est celle de la croix. Et c’est pourquoi la sagesse de l’Évangile est la seule, parce que vous êtes la seule voie qui conduise les hommes à la vie. (p. 325-326)

La risurrezione: il grande prodigio

Meditazione di Jean Daniélou, tratto dai suoi Carnets spirituels (traduzione e testo originale)

La risurrezione: questo è il grande prodigio – et est mirabile in oculis nostris – su cui poggia tutta la speranza cristiana. Cristo è risorto: quale gioia, innanzitutto, per i nostri cuori, che lo hanno visto trattato come un malfattore, che hanno assistito all’apparente trionfo del male, che hanno visto il momento in cui tutto era perduto. Ed è proprio nel momento di maggiore angoscia che la vittoria è più vicina. C’è un riposo infinito per l’anima ancora soggetta alle prove della vita terrena, cioè Gesù, che essa ama soltanto, nella gloria del Padre suo. Ma egli è lì solo per noi: è la nostra umanità che egli ha innalzato con la sua, è la nostra umanità il cui posto è ora in cielo e che d’ora in poi è riempita di una vita nuova. O Gesù, che la realtà di questa vita gloriosa mi colga, tutta la vera vita è lì, desidero entrare in essa con te, trovarti lì. Che la mia speranza e la mia fede siano così forti che d’ora in poi io viva sempre quaggiù come in un mondo straniero, accettando generosamente le croci, non indugiando sul cammino, cercando solo di lavorare per te fino al giorno in cui mi prenderai con te. (p. 322-323)

La fede nella risurrezione è il fondamento di tutto: attraverso la fede nella vita eterna, facciamo il sacrificio della vita temporale, che viene così svalutata: questo è il senso del Regno: mecum in laboribus, mecum in gloria; quello del battesimo; quello dei Salmi: prova e speranza; quello del mistero della passione e della risurrezione. Ciò che è necessario è che io mi senta totalmente impegnato, che la mia causa sia quella di Cristo, che io abbia scelto definitivamente per lui con una convinzione del giudizio e della volontà, che tutta la mia vita sia ordinata in questa direzione: allora le prove, le fluttuazioni della sensibilità non sono più importanti: tutto è trascinato dal grande movimento della vita di Cristo e dal suo servizio. (p. 324)

Testo in francese

La résurrection : c’est la grande merveille – et est mirabile in oculis nostris – sur laquelle repose toute l’espérance chrétienne. Le Christ est ressuscité : quelle joie d’abord pour nos cœurs qui l’ont vu traité comme un malfaiteur, qui ont assisté à l’apparent triomphe du mal, qui ont vu le moment où tout était perdu. Aussi est-ce au moment où l’angoisse est la plus grande que la victoire est la plus proche. Il y a un repos infini pour l’âme encore soumise aux épreuves de la vie terrestre à savoir Jésus, qu’elle aime uniquement, dans la gloire de son Père. Mais il n’y est que pour nous : c’est notre humanité qu’il a ressuscitée avec la sienne, c’est notre humanité dont la place est désormais dans le ciel et qui dès maintenant est remplie d’une vie nouvelle. Ô Jésus, que la réalité de cette vie glorieuse me saisisse, toute la vie véritable est là, j’ai soif d’y entrer avec vous, de vous y retrouver. Que mon espérance et ma foi soient si fortes que je vive désormais toujours ici-bas comme dans un monde étranger , acceptant généreusement les croix, ne m’attardant pas en chemin, cherchant uniquement à travailler pour vous jusqu’au jour où vous me prendrez avec vous. (p. 322-323)

La foi en la résurrection est le fondement de tout : par la foi en la vie éternelle, on fait le sacrifice de la vie temporelle qui est ainsi dévalorisée : c’est le sens du Règne : mecum in laboribus, mecum in gloria ; celui du baptême ; celui des Psaumes : épreuve et espérance ; celui du mystère de la passion et de la résurrection. Ce qu’il faut, c’est que je me sente totalement engagé, que ma cause soit celle du Christ, que j’aie choisi définitivement pour lui par une conviction du jugement et de la volonté, que toute (ma) vie soit ordonnée en ce sens : alors les épreuves, les fluctuations de la sensibilité n’ont plus d’importance : tout est emporté par le grand mouvement de la vie du Christ et par son service. (p. 324)