L’opera di una vita: repertorio bibliografico di Jean Daniélou (1905-1974)

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Jean Daniélou (1905-1974) è stato uno dei più influenti teologi del xx secolo, la cui opera ha lasciato un’impronta indelebile nella teologia contemporanea. Il suo lavoro attraversa la grande tradizione dei Padri della Chiesa, integrando teologi, letterati e filosofi sia cristiani che non. Opere come Le signe du temple, La Trinité et le mystère de l’existence e Essai sur le mystère de l’histoire sono espressioni luminose della sua dottrina, radicata profondamente nel Vangelo e arricchita da una straordinaria chiarezza espositiva e bellezza stilistica. Questa raccolta bibliografica offre un tributo alla figura di Daniélou e al suo magistero teologico, presentando una panoramica completa della sua vasta produzione.

Attraverso le sue pubblicazioni, articoli scientifici, conferenze e interventi pastorali, Daniélou ha saputo dialogare con le correnti filosofiche e culturali del suo tempo, dimostrando una profonda comprensione delle realtà umane e divine. La sua capacità di coniugare trascendenza e incarnazione, accademia e pastorale, è testimoniata dai suoi numerosi scritti che continuano a ispirare e illuminare il pensiero cristiano contemporaneo. Jean Daniélou ha dedicato la sua vita a evangelizzare la cultura, con l’obiettivo di trasmettere il messaggio cristiano a un pubblico sempre più vasto. La presente opera raccoglie il frutto delle sue riflessioni e ricerche, offrendo un indispensabile strumento di studio per chiunque desideri approfondire la comprensione del cristianesimo e la sua inculturazione nelle diverse epoche storiche.

Il Padre Daniélou

P. de Boisdeffre, Revue des deux mondes, marzo 1977 (traduzione di Marcelo Bravo Pereira, LC)

Presentiamo una testimonianza a pochi anni dalla morte del cardinale da un suo amico personale. Il testo originale si trova sotto oppure al link della rivista: https://www.revuedesdeuxmondes.fr/article-revue/le-pere-danielou/

E lì, nei miei ricordi, appare padre Daniélou. Mi ci è voluto molto tempo per conoscerlo e amarlo. Intorno al 1950, quando mi imbattei in questo piccolo essere nei corridoi delle Etudes, dalla parola sonora e saltellante, nero di capelli e di unghie, tanto incapace di stare al suo posto quanto di tacere, vivace e petulante, tanto rapido a infiammare quanto a respingere, la mia prima reazione fu di cautela, per non dire di ripiego: questo Ariel non sembrava proprio un gesuita! Poi qualcuno – questa persona era una giovane ragazza – mi ha portato al circolo Saint-Jean-Baptiste, dove il Padre regnava incontrastato su una piccola folla eterogenea e colorata. C’erano giovani, cristiani e non, provenienti da tutti i continenti: Sorbonnards e studenti della Catho; vietnamiti e africani; bionde studentesse di Vassar e spagnoli dai capelli piatti. Molte erano giovani donne incantate dalla sua schiettezza, dalla sua spontaneità e dalla sua scienza. Devo ammetterlo? Per la mia giovinezza conformista, la gioiosa libertà di Daniélou era spaventosa. Non ero sicuro che il suo amato Origene fosse un teologo da lodare, né che lui stesso fosse compiacente con Pelagio. Qualcuno, sorpreso dalle mie osservazioni acide, mi chiese se non ci fosse “qualcosa tra noi”. Etienne Borne si è indignato per un articolo apparso su Combat in cui notavo che c’erano davvero molti giovani intorno a padre Daniélou. Padre Daniélou è stato più indulgente: la nostra amicizia risale a quel brutto articolo.
Ci sono esseri la cui virtualità è limitata e il cui successo è sorprendente. Si dice che siano stati “fortunati”. In realtà, hanno saputo proporzionare la loro ambizione ai loro mezzi e hanno raggiunto facilmente il loro obiettivo perché lo hanno circoscritto. La Chiesa è piena di persone così, che sono diventate vescovi perché non avevano nulla di cui lamentarsi nella loro vita: domestiche in età canonica; sermoni tratti da buoni libri di testo; niente politica; unzione… Tutto ciò piace (o meglio piaceva) ai nunzi. Padre Daniélou, invece, si distaccava dalla norma. Era nato in una famiglia consolare, alla frontiera tra la Bretagna celtica e la Gallia latina, di fede e di libero pensiero. L’ammirevole madre gli diede un’incrollabile vena cattolica, ma il padre gli trasmise una libertà di giudizio, un realismo e un senso dell’umorismo rari tra i chierici. Questo background di libero pensiero costituirà la ricchezza e la spontaneità della sua fede. La sua fortuna è stata quella di raggiungere l’età adulta in un momento in cui lo spiritualismo, da tempo defunto, si stava rianimando, in cui un intero corpo di pensiero stava diventando nuovamente cristiano, in cui il cattolicesimo stava riconquistando il posto che gli spettava tra i letterati. Bergson aveva preparato il terreno. Léon Bloy e i suoi figliocci – Péguy, Claudel – avevano aperto la breccia in cui si sarebbero precipitati Gilson e Maritain per la filosofia, Mauriac, Bernanos, Julien Green per il romanzo, mentre i giovani contestatori dell’Esprit e dell’Ordre nouveau (quello di Aron e Dandieu) emergevano intorno al 1930. Che carriera aveva sacrificato il giovane Daniélou, compagno di studi di Sartre, Merleau-Ponty e Mounier, per diventare gesuita! Questo beniamino della Repubblica avrebbe potuto diventare un grande insegnante come Alain, uno scrittore come Mauriac… o un presidente del Consiglio radicale. A vent’anni dirigeva il gabinetto del padre. Aristide Briand gli offre un posto nel suo gabinetto. Deputato, sottosegretario di Stato… la sua strada era chiara. Dopo aver rinunciato all’agrégation, Daniélou entrò nel noviziato, felice di sacrificare la sua carriera – ma sapeva che era un sacrificio…
Passarono vent’anni… e che anni furono! La Francia crollò. La Chiesa acclamò il Maresciallo. Daniélou sembrava uno studente, incapace di riposare le gambe, di andare dal dentista, di stare senza una sigaretta o una buona parola. Come Teilhard, come il mio caro Fombaustier, Daniélou era allegro (non c’è bisogno di insistere molto per dirmi che l’allegria è la vera misura dell’uomo. Non solo “un santo triste è un santo triste”, ma faccio fatica a credere che un uomo che rimane allegro – allegro fino all’ultima ora, nonostante le sofferenze, le tristezze e le nefandezze della vita – non possa entrare in Paradiso. Se quell’uomo rimane allegro anche nel dolore, allora è puro).
I soldati – quelli veri, quelli che combattono – sono allegri: non hanno tempo di annoiarsi. Jean Daniélou era un combattente, uno di quei “cavaliers français” di cui parlava Péguy, sempre sulla breccia. “Con un piede sul selciato di Parigi e l’altro nell’escatologia, combatteva ferocemente contro marxisti, esistenzialisti e psicanalisti, come i moschettieri di Alexandre Dumas. Da un lato, c’era uno studioso molto colto, principe della patristica e delle fonti greche, ammiratore di Origene e di san Gregorio di Nissa, teologo del giudeo-cristianesimo, che si sforzava di gettare ponti tra il messaggio evangelico e la cultura ellenistica, tra la Chiesa e la Sinagoga, tra la Chiesa e l’Islam, il fondatore (con padre Mondésert) di una collana come Sources chrétiennes, il professore (futuro decano) della Facoltà cattolica di teologia di Parigi. Ma, dall’altra parte, c’era un ragazzo di Parigi – che non era mai così felice come quando chiacchierava con gli sconosciuti, si lasciava coinvolgere in una scaramuccia o improvvisava una battuta. Un uomo per il quale il cristianesimo aveva senso solo se dispiegato in mezzo alla gente del suo tempo, che rimpiangeva di non aver mai conosciuto un’officina o una fabbrica e che faceva di tutto per incontrare la gente, per farla parlare, per interessarsi ai loro problemi, per confessare i sevriani, per giocare a dama con gli studenti africani, per appassionarsi alle religioni animiste e per non avere mai abbastanza tempo per esaurire “tutta la straordinaria ricchezza degli esseri”.
Per molto tempo, Daniélou ha precorso i tempi. Poi, dapprima senza rendersene conto – ma poi molto consapevolmente – ha cominciato a remare controcorrente. Questo è diventato evidente nel maggio 1968.
Per alcuni – me compreso – il 1968 è stato un colpo di fulmine, quel “Mane, thecel, pharès” che una mano sconosciuta ha inciso sui muri della città, divorati dai vermi ma ancora imponenti. In un certo senso, il maggio 1968 ha deciso la mia vita: nel giro di un mese, ho visto la morte (politica) del generale de Gaulle e di quella società borghese che, da un punto di vista umano, almeno in Francia, sembrava quasi indistruttibile; una burocrazia di cui ero un modesto ma ben piazzato ingranaggio; e la vecchia Chiesa, di cui ero il figlio obbediente e fedele. La rivolta studentesca preannunciava un’altra società, un’altra civiltà, meno lucida, meno raffinata della nostra, ma forse più giusta e meno diseguale. Una società basata sul profitto, sul denaro e sugli onori può sopravvivere solo se il profitto, il denaro e gli onori premiano il merito riconosciuto, se costituiscono la base di una disuguaglianza diversa da quella naturale e accettata come più giusta. Oggi non è così.
Dal maggio 1968, tutti sanno e sentono che gli anni della civiltà occidentale sono contati. Le nascite sono generalmente dolorose, e le nascite della storia sono peggio che dolorose: sono tragiche. Lo abbiamo visto a Parigi nel 1789, a Pietrogrado nel 1917. Lo abbiamo appena visto a Phnom Penh, Saigon, Beirut e Angola. Dal maggio 1968, è stato difficile chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie con il pretesto che viviamo ancora (per quanto tempo?) in una società liberale avanzata. Dal maggio 1968, bisogna essere un pazzo per non vedere che i giorni dell’individuo – i giorni dell’egoismo solitario, delle belle carriere, delle fortune acquisite e delle effusioni intime – sono finiti. Il nostro caro piccolo ego è molto malato. Dobbiamo prepararci, come aveva previsto Teilhard, a pensare e a vivere collettivamente. Ma “perché noi, uomini di poco fot, abbiamo paura o ci imbronciamo di fronte al progresso del mondo? L’ho capito nel maggio del 1968, le mie volontà si sono chiarite, ho smesso di essere un vero “uomo di destra” – anche se per qualche tempo ho continuato, per fedeltà alle mie origini e per disgusto verso un certo godimento della sinistra, a dire talvolta il contrario.

Per Daniélou l’evoluzione è stata esattamente opposta. Per molto tempo è stato uno dei protagonisti dell’intellighenzia francese, compagno di Sartre e Mounier, lettore di Bernanos e Céline, amico di Mauriac, Maritain e Gabriel Marcel, teologo d’avanguardia con Congar e Chenu. Ma l’evoluzione del pensiero contemporaneo, da Marx a Freud e da Sartre a Marcuse, il lavoro dissociativo della fenomenologia, ulteriormente accentuato dai nostri esistenzialisti, l’eliminazione del soggetto da parte del riduzionismo strutturalista, avevano finito per preoccuparlo, poi scandalizzarlo. “Tutto ciò che si presenta come capace di dare senso, ogni riconoscimento di trascendenza” diventava sospetto di idealismo, e si presentava “come alienazione e regressione”! Daniélou è rimasto sconcertato dal maggio 1968. Le proteste studentesche erano troppo radicali e sono diventate sterili. Nel campo della mente, ha ipertrofizzato la funzione critica dell’intelligenza a scapito del suo ruolo attivo e contemplativo. Distruggeva il “primato del sì” su cui Daniélou, come Claudel, aveva basato la sua esistenza.
Nulla di tutto ciò è sbagliato; avevo appena fatto le stesse osservazioni nella mia Lettre ouverte aux hommes de gauche. La “vera” rivoluzione non era avvenuta, era avvenuta solo a parole. “I giovani avevano parlato”, si infervorava padre de Certeau, ma avevano solo parlato. Non eravamo d’accordo sul futuro: per me il maggio 1968 era stato solo un presagio. Al di là di un mondo che stava scadendo, aspettavo e speravo nell’emergere dello Spirito. Daniélou, colpito – come tutti noi – da quella che padre Bouyer avrebbe chiamato la decomposizione del cattolicesimo, collegava sostanzialmente il destino di questo Spirito a quello di un cristianesimo in crisi. Per me il cristianesimo non era altro che un guscio, l’involucro di cui un’umanità ringiovanita si sarebbe liberata un giorno, come una farfalla che esce dal bozzolo.
Daniélou rimase attaccato all’idea di cristianesimo: aveva buone ragioni per farlo. Più aperto di molti suoi confratelli, non era lontano dall’ammettere che un uomo “medio” può vivere da cristiano solo se la Chiesa fa già parte del suo ambiente: per vivere la sua fede, ha bisogno di una cornice, di una società che la incoraggi. Quando questo sostegno manca, la fede spesso crolla. Come diceva Daniélou, “l’uomo dipende dal suo ambiente. Pochi individui possono liberarsi da esso”. Questo vale in particolare per i poveri, incapaci di andare “controcorrente rispetto alla società in cui vivono”. Senza dubbio ci saranno sempre dei santi, ma i santi non fanno una società, perché non tutti hanno, come diceva mia nonna, “la vocazione al martirio”. Per “andare a Messa quando nessuno lo fa, bisogna avere l’anima nel corpo”.
Daniélou ha deplorato la “furia di desacralizzazione” che ha attanagliato i chierici dopo il Concilio. Sradicando il cristianesimo dalla nostra civiltà, questi pazzi non attiravano, come ingenuamente credevano, “l’immensa folla dei poveri” – al contrario! Per lui il dovere era semplice: resistere, mantenere in vita le istituzioni, stringere i ranghi intorno al pastore. Per questo prese l’iniziativa di fare una dichiarazione inequivocabile di fedeltà a Paolo VI, che molti di noi sottoscrissero. È così che ha combattuto contro i nuovi “teologi della morte di Dio”.
Nel frattempo, con grande sorpresa di tutti, Paolo VI gli conferì la porpora. Il soldato di Gesù, sempre in prima linea, divenne generale e principe della Chiesa. Padre Daniélou, scomodo alle Etudes (dove, dal 1968, era stato sospettato di “fondamentalismo”), divenne il teologo francese più ascoltato dal Papa. Come ha detto più o meno André Mandouze, il più grande scherzo che il Buon Dio ha fatto a Daniélou è stato quello di farlo cardinale, perché, a dire il vero, aveva un gusto tardivo di vendetta per gli onori che gli erano toccati. Della sua elevazione al cardinalato, e soprattutto della sua elezione all’Académie française, era smodato.

In quegli anni, Daniélou si batté come un leone. Difese il Papa e la Chiesa con le unghie e con i denti, mentre venivano attaccati dall’interno e dall’esterno. I vescovi, paralizzati dai loro problemi pastorali, non osavano prendere posizione. Come cardinale neofita, parlò per loro – con veemente convinzione. Utilizzò tutti gli altoparlanti possibili: radio, università, scuole di economia, conferenze di sociologia… e persino chiese, purché parlasse. Ora lottava contro i sostenitori della “nuova teologia”, che aveva spesso preceduto sulla strada della ricerca, anche se ciò significava essere accusato di “fondamentalismo”.
Lo portai a Oxford – dove incontrò teologi anglicani, che gli sembravano molto meno avventurosi dei nostri – e a Bruxelles, dove ebbi l’onore di presentarlo in un memorabile dibattito con Maurice Clavel.
Tanta storia non era priva di pericoli, né tanta attività priva di servitù. Come cardinale – arcivescovo di Taormina, per usare un eufemismo – Daniélou non aveva né clero né fedeli; il giorno stesso della sua incoronazione, questo gli fu reso abbondantemente chiaro. Era sfuggito alla servitù e all’oscurità del suo ordine, ma a suo rischio e pericolo. Rimase un anticonformista. La Compagnia di Gesù, che avrebbe dovuto sostenerlo, si voltò dall’altra parte. Alcuni lo rimproveravano per le sue battute, altri pensavano che si prendesse troppo sul serio. Ogni uomo ha il suo valore”, disse Bismarck, “meno la sua vanità”. I sacerdoti non fanno eccezione a questa regola. Grazie a Dio, il valore di Daniélou era grande e l’umorismo non gli mancava.
Il Cardinale non era cambiato fisicamente. Mio figlio Olivier non si stancava mai di osservare le sue gambe che si agitavano sotto il tavolo, la sua mano che tracciava arabeschi abbaglianti, che si scompigliava gli ultimi capelli, che spingeva gli occhiali sul naso, che si infilava i calzini senza mai perdere il filo del discorso. Daniélou è rimasto allegro, giovane e persino un po’ infantile. La sua vita era austera e un po’ eccentrica. Il suo tavolo in rue Notre-Dame-des-Champs si sgretolava ancora sotto le scartoffie, gli opuscoli ritagliati frettolosamente e i giornali segnati a matita. La sua tonaca era sporca come sempre, i suoi calzini si erano incrostati – è vero che ora erano calzini rossi, di cui andava infantilmente fiero. Correva da una riunione all’altra, da un giornale all’altro, da un microfono all’altro, sempre nervoso, cordiale e caloroso. Cardinale, è rimasto un vecchio giovane curioso di tutto, un religioso anticonformista che non esitava a portare Mme de Pange a vedere un film d’avanguardia, a sfogliare Rouge, Lui o Charlie-Hebdo, a celebrare ogni mese la Messa per gli amici omosessuali, con i quali pranzava dopo, quasi in famiglia, e ad aiutare le prostitute. Mi piaceva il fatto che fosse ancora, a sessant’anni, quello studente intrepido che non misurava mai il suo tempo o i suoi problemi, che si scontrava con qualsiasi avversario, e che parlava alla prima ragazza che capitava come Cristo a Maria Maddalena – felicissimo quando uno studente tailandese, un monaco oleoso, un rabbino con le farfalle venivano da lui…
Di tanto in tanto, abbandonava tutti i suoi impegni per fare un ritiro, per ricaricarsi lontano da Roma e da Parigi. Nel Natale del 1973, mi invitò a condividere questo tempo di silenzio e di meditazione. Ci incontrammo in un convento sui Pirenei. Piovve tutta quella settimana. Un bellissimo paesaggio, già catalano, si apriva davanti alle nostre finestre, ma la pioggerellina inghiottiva le creste boscose e i pendii ghiacciati. Cosa potevamo fare, a mille chilometri da Parigi, senza televisione né cinema? Nessun’altra distrazione se non la lettura, la conversazione… e la Messa! La sera, alla veglia, abbiamo parlato della Chiesa, di Lutero e Loisy, di Pio XII e del mio caro Teilhard (per il quale era stato molto ingiusto), del Concilio e delle “comunità di base”. Maliziosamente, gli ho passato questo foglietto ciclostilato, distribuito al pellegrinaggio di Chartres con il titolo: Chartres, brevetto di autocompiacimento e di buona coscienza. Un altro che diceva: “Il linguaggio della preghiera è quello della domanda e dell’offerta o, più precisamente, del feudalesimo”. E quelle riviste che predicano la rivoluzione permanente in nome di Cristo. Daniélou si scagliava contro questi “assassini della fede”. Così, per distrarci, componemmo un’ideale Académie française, discutendo animatamente se ammettere Lacan (il cardinale era contrario), Clavel (era favorevole) e Michel Foucault (si chiedeva) accanto a Roger Garaudy, Jean de Fabrègues e Gilbert Cesbron.
Dopo la colazione, il cardinale si mise al lavoro. Aveva a disposizione un tesoro: il Diario, le lettere e le carte private del cardinale Tisserant, al quale era succeduto all’Académie – mezzo secolo di storia segreta, inaccessibile ai non addetti ai lavori. Sembrava un uomo del Medioevo, un contadino lorenese tagliato nel granito, ancorato alle sue certezze, che a ottantasette anni, sul letto di morte, resisteva ancora a tutte le richieste. Agli occhi di Eugène Tisserant, dalla Chiesa post-conciliare non poteva uscire nulla di buono. I cattolici dovevano resistere, proprio come avevano fatto sul Monte Libano contro l’Islam, in Polonia contro i russi, sulle montagne della Moldavia contro i turchi. Lui stesso, Eugène Tisserant, un contadino lorenese dalla corporatura robusta, si era opposto a un avversario molto diverso, il diavolo, presente in una carne colpevole e tentatrice. Aveva sofferto per tutta la vita di un temperamento esigente, ma era rimasto fedele agli insegnamenti del seminario e all’onore del suo sacerdozio. Così, reprimendo i suoi istinti, si era allontanato dal piacere a favore del lavoro… di un giusto orgoglio… e delle dignità… Con quale occhio sprezzante non guardò Pio XII, che era caduto sotto il tiro di Suor Pasqualina, e Giovanni XXIII, amante del bridge, della buona tavola e dei piccoli piaceri della vita, per non parlare di eminenti confratelli la cui morale era la diceria di Roma! Per molto tempo, piuttosto che cedere alle sue inclinazioni, si era dato la disciplina di combattere i “cattivi desideri”. E quasi senza rendersene conto, era diventato questo vecchio intrattabile e feroce. Sicuro di avere ragione contro tutti, Tisserant, che era diventato decano del Sacro Collegio un po’ per caso, rimproverava i suoi colleghi e i suoi subordinati. Inveiva contro Pio XII – lo chiamava “Pacelli” – che gli aveva preferito Tardini; contro Giovanni XXIII – quel “falso pegno” – che gli aveva tagliato il becco e gli artigli, strappato l’Orientale e portato via persino la Biblioteca Vaticana; contro Montini – “quel chierichetto” – che lo aveva privato delle scarpe allacciate, del cappello rosso e del diritto di voto in conclave. E cosa avevano fatto alla Chiesa tutti quei piccoli papi? Una mandria di parroci, che si stavano già disperdendo! Ma il Decano mantenne la fede. La fede di questo studioso rimaneva quella di un bambino. Daniélou gli era grato.
Qualche mese dopo, gli dovevo un ultimo favore: mio figlio Olivier – i cui fratelli studiavano al collegio gesuita di Saint-Louis-de-Gonzague, meglio conosciuto come Franklin – seppe che il Cardinale avrebbe dato lì la sua cresima. Sognava – anche se non era al Franklin – di ricevere la cresima da lui. Daniélou la ottenne senza difficoltà. Fu una cerimonia semplice e bella. La penultima immagine che ho di lui è quella di quei centouno garzoni in abito bianco, con la mano del padrino sulla spalla, che si inghirlandano uno a uno nella navata grigia, candela alla mano, salendo i gradini verso l’altare, verso quella figura esile di mio figlio Olivier – i cui fratelli studiavano in una sagoma rossa sormontata da una mitra bianca. Non avevo mai visto il “mio cardinale” così bello. Sento ancora le parole, così semplici e così giuste, con cui mostrava ai bambini la candela, il calice e l’ostia, segni della Tempia e di una fede che sfida il tempo. Ci siamo rivisti la mattina dopo, al funerale di padre d’Ouince. Questa volta era serio, ma volubile come sempre.
Non l’avrei più rivisto.
Sappiamo tutti cosa accadde in seguito, quella morte misteriosa che diventò il piatto forte dei giornalisti in cerca di scandali. Un prelato romano, da me intervistato, ebbe questo commento sconvolgente – detto con un forte accento italiano: “La cosa fastidiosa non è che Daniélou sia andato lì, è che sia morto lì!”. Quindi, anche per la gente di Chiesa, la questione era stata decisa! Tuttavia, Mandouze, che aveva appena rotto le fila con Daniélou sul matrimonio dei preti, osservava con buon senso: “Anche se tutte le prove fossero contro un uomo che non è più qui a difendersi, finché non è stata fornita la prova della sua colpevolezza, lo si deve ritenere innocente: in ogni caso, spetta a coloro che lo accusano fornire prove inconfutabili di ciò che dicono. Nel frattempo, quando tutta la vita non coincide con un fatto isolato – anche se è l’ultimo – è l’interpretazione di questo fatto isolato che dà adito a legittimi sospetti, e non la logica di tutti gli atti precedenti”. Altri non erano così scrupolosi.

Maurice Clavel, l’amatissimo discepolo, ha infangato il suo maestro sul Nouvel Observateur… proprio come l’apostolo Pietro aveva rinnegato Gesù: “Tu quoque fili…”. Les Etudes pubblicarono uno strano chiarimento, un vero e proprio monumento all’ipocrisia. Era chiaro che la Chiesa di Francia non voleva difendere l’uomo che si era tanto battuto per essa: era schiava della paura di ciò che la gente avrebbe detto.
Per quanto mi riguarda, ho la mia spiegazione: in una frazione di secondo, padre Daniélou ha pagato la vanità della fine della sua vita. Durante l’ultima pulsazione del suo cuore, beneficiando della vista panoramica dei morenti, ha potuto misurare la sua solitudine e la sua umiliazione, e fare un ultimo atto di contrizione.
Teilhard era stato stroncato da un infarto a New York il giorno di Pasqua del 1955, mentre prendeva una tazza di tè, e il generale de Gaulle (che Daniélou ammirava al punto di desiderare di mettere sugli altari) era stato stroncato. “Signore, dai a ciascuno la propria morte – una morte che nasce dalla propria vita”, cantava Rilke. Padre Daniélou è stato – umanamente parlando – tradito dalla sua morte. Almeno ha avuto quel piccolo numero di secondi durante i quali l’anima, prima di lasciare il corpo addormentato, si riconosce e decide – se vogliamo credere a Marthe R…, la donna stigmatizzata di Chàteauneuf – della sua eternità. Non ho dubbi che anche lui sia un uomo salvato.

Père Daniélou (originale francese)

Et void, dans mes souvenirs, qu’apparait le Pére Daniélou. J’ai mis longtemps á le connaítre et á l’aimer. Vers 1950, lorsque je croisais, dans les couloirs des Etudes, ce petit étre au verbe sonore, sautillant, noir de poil et d’ongles, aussi incapable de demeurer en place que de se taire, vif et pétulant, aussi prompt aux emballements qu’aux répulsions, mon premier mouvement était de prudence, pour ne pas dire de retrait : cet Ariel n’avait vraiment pas l’air d’un jésuite ! Et puis quelqu’un — ce quelqu’un était une jeune filie — m’emmena au cercle Saint-Jean-Baptiste oú le Pére régnait sans partage sur un petit peuple divers et coloré. II y avait lá des jeunes, chrétiens ou non, venus de tous les continents: des sorbonnards et des étudiants de la Catho ; des Vietnamiennes et des Africains ; de blondes collégiennes de Vassar et des Espagnoles aux cheveux plats. Beaucoup de jeunes filles que son verbe direct, sa spontanéité — et sa science — enchantaient. Dois-je l’avouer ? A ma conformiste jeunesse, la liberté joyeuse de Daniélou faisait peur. Je n’étais pas súr que son cher Origéne fút un théologien bien recommandable, ni que lui-méme n’eüt quelque complaisance envers Pélage. Quelqu’un qu’étonnaient mes remarques acides me demanda s’il n’y avait pas « quelque chose entre nous ». Un article de Combat oü je notáis qu’il y avait vraiment beaucoup de jeunes filies autour du Pére indigna Etienne Borne. Le Pére Daniélou fut plus indulgent: notre amitié date de ce méchant papier.
II est des étres dont les virtualités sont limitées et dont la réussite surprend. On dit qu’ils ont « eu de la chance ». En réalité, ils ont su proportionner leur ambition á leurs moyens et sont aisément arrivés á leur but parce qu’ils l’avaient circonscrit. L’Eglise abonde en personnages de cette nature, parvenus á l’épiscopat parce que rien, dans leur existence, n’avait donné lieu á redire : servantes d’àge canonique ; sermons puisés dans les bons manuels ; pas de politique ; de l’onction… Voilà qui plait (ou plutót qui plaisait) aux nonces. Le Pére Daniélou, lui, sortait de la norme. Il était né dans une famille consulaire, au confluent de la Bretagne celtique et de la Gaule latine, de la foi et de la libre pensée. Il y avait en lui, venu de son admirable mère, un fonds catholique inébranlable, mais il tenait de son pére une liberté de jugement, un réalisme et un humour qui existent rarement chez les clercs. Ce fonds de pensée libre devait faire la richesse et la spontanéité de sa foi. Sa chance fut d’arriver à l’àge d’homme au moment où le spiritualisme, longtemps défaillant, renaissait, où toute une pensée redevenait chrétienne, où le catholicisme retrouvait droit de cité parmi les gens de lettres. Bergson avait préparé le terrain. Léon Bloy et ses filleuls — Péguy, Claudel — avaient ouvert la brèche dans laquelle allaient s’engouffrer Gilson et Maritain pour la philosophic, Mauriac, Bernanos, Julien Green pour le román, tandis que surgissaient, autour de 1930, les jeunes contestataires à’Esprit et d’Ordre nouveau (celui d’Aron et de Dandieu). Quelle carrière le jeune Daniélou, camarade de khàgne de Sartre, de Merleau-Ponty, de Mounier, avait sacrifiée pour devenir jésuite ! Cet enfant chéri de la République pouvait devenir un grand professeur comme Alain, un écrivain comme Mauriac… ou un président du Conseilradical. A vingt ans, il dirigeait le cabinet de son pére ministre. Aristide Briand lui proposait d’entrer dans le sien. Député, soussecrétaire d’Etat… la voie était toute tracée. Renongant à l’agrégation, Daniélou entra au noviciat, faisant joyeusement le sacrifice de sa carrière — mais il savait que c’était un sacrifice…
Vingt années passèrent… et quelles années ! La France s’écroula. L’Eglise acclama le Maréchal. Daniélou gardait l’air d’un étudiant, incapable de teñir ses jambes en repos, d’aller voir un dentiste, de se priver d’une cigarette ou d’un bon mot. Comme Teilhard, comme mon cher Fombaustier, Daniélou était gai. (Il ne faudrait pas me pousser beaucoup pour me faire dire que la gaieté est la vraie mesure de l’homme. Non seulement « un saint triste est un triste saint », mais j’ai peine à croire qu’un homme resté gai — gai jusqu’à la dernière heure, en dépit de la souffrance, des tristesses, des vilenies de l’existence — ne puisse entrer au Paradis. Si cet homme-là reste gai jusque dans la peine, c’est qu’il est pur.)

Les soldats — les vrais, ceux qui se battent — sont gais : ils n’ont pas le temps de s’ennuyer. Jean Daniélou était un combattant, un de ces « cavaliers franfais » dont parlait Péguy, toujours sur la brèche. « Un pied sur le pavé de Paris et l’autre dans l’eschatologie », il ferraillait avec ardeur contre les marxistes, les existentialistes, les psychanalystes, comme les mousquetaires d’Alexandre Dumas. D’un coté, il y avait un savant très savant, le prince de la patristique et des sources grecques, l’admirateur d’Origène et de saint Grégoire de Nysse, le théologien du judéo-christianisme, qui s’effonpait de jeter des ponts entre le message évangélique et la culture hellénistique, entre l’Eglise et la Synagogue, entre l’Eglise et l’Islam, le fondateur (avec le Pére Mondésert) d’une collection comme Sources chrétiennes, le professeur (futur doven) de la Faculté de théologie catholique de Paris. Mais, de l’autre còté, il y avait un gamin de Paris — qui n’était jamais si heureux que lorsqu’il dialoguait avec des inconnus, se trouvait impliqué dans une escarmouche, ou qu’il improvisait une réplique. Un homme pour qui le christianisme n’avait de sens que s’il se déployait au milieu des hommes de son temps, qui regrettait de ne connaitre d’atelier ni d’usine et qui se multipliait pour rencontrer les gens, les faisait parler, s’intéressait à leurs problèmes, confessait les sévriennes, jouait aux dames avec des étudiants africains, se passionnait pour les religions animistes et n’avait jamais assez de temps pour épuiser « toute l’extraordinaire richesse des étres ».
Longtemps, Daniélou précéda son époque. Puis, d’abord sans s’en apercevoir — mais ensuite très consciemment —, il se mit à ramer à contre-courant. Cela devint manifeste en mai 1968.
Pour quelques-uns — dont je suis —, mais 1968 a été un révélateur, le « Mane, thecel, pharès » qu’une main inconnue inscrivait sur les murs vermoulus, mais encore imposants de la cité. D’une certaine manière, mai 1968 a décidé de ma vie : j’ai vu, en l’espace d’un mois, mourir (mourir politiquement) le général de Gaulle et cette société bourgeoise qui, à vues humaines, en France du moins, paraissait presque indestructible ; une bureaucratie dont j’étais un rouage modeste, mais bien placé ; la vieille Eglise enfin, dont j’étais le fils obéissant et fidèle. La révolte étudiante annon^ait une autre société, une autre civilisation, moins policée, moins raffinée que la nótre, mais peut-ètre plus juste et moins inégale. Une société fondée sur le profit, l’argent, les honneurs ne peut se maintenir que si le profit, l’argent, les honneurs, récompensent des mérites reconnus, fondent une inégalité differente de l’inégalité naturelle, acceptée comme plus juste. Tel n’est pas le cas aujourd’hui.
Depuis mai 1968, chacun sait, chacun sent que les années de la civilisation occidentale sont comptées. Les accouchements sont généralement douloureux et les accouchements de l’histoire sont pis que douloureux : ils sont tragiques. On l’a vu à Paris en 1789, à Petrograd en 1917. On vient de le voir à Phnom Penh, à Saigon, à Beyrouth, en Angola. Depuis mai 1968, il est difficile de fermer les veux et de se boucher les oreilles sous le prétexte que nous vivons encore (pour combien de temps ?) au sein d’une société libérale avancée. Depuis mai 1968, il faut ètre bien sot pour ne pas voir que le temps de Yindividu — celui des égoismes solitaires, des belles carrières, des fortunes acquises et des épanchements intimes — est révolu. Notre cher petit ego est bien malade. Nous devons nous préparer, comme l’avait prédit Teilhard, à penser et à vivre collectivement. Mais « pourquoi done, hommes de peu de fot, craindre ou bouder les progrès du monde ? ». Cela je l’ai compris, en mai 1968, mes veux se sont dessillés, j’ai cessé d’ètre un véritable « homme de droite » — mème si j’ai continué quelque temps, par fidélité à mes origines et par dégoüt d’une certaine gauche jouisseuse, à dire parfois le contraire.

Pour Daniélou, l’évolution fut exactement inverse. Longtemps, il avait figuré dans le peloton de tète de l’intelligentsia française ; camarade de Sartre et de Mounier, lecteur de Bernanos et de Céline, ami de Mauriac, de Maritain, de Gabriel Marcel, théologien d’avant-garde avec Congar et Chenu. Mais l’évolution de la pensée contemporaine, de Marx en Freud et de Sartre en Marcuse, le travail dissociateur de la phénoménologie, encore accentué par nos existentialistes, l’élimination du sujet par les réductionnismes structuralistes, avaient fini par l’inquiéter, puis par le scandaliser. « Tout ce qui se présente comme susceptible de donner un sens, tout reconnaissance d’une transcendance » devenaient done suspects d’idéalisme, étaient présentés « comme une aliénation et une regression » ! Mai 1968 consterna Daniélou. Trop radicale, la contestation étudiante était stèrile. Dans le domaine de l’esprit, elle hypertrophiait la fonction critique de l’intelligence au détriment de son róle actif et contemplatif. Elle détruisait ce « primat du oui » surlequel Daniélou, comme Claudel, avait fondé son existence.
Rien de tout cela n’était faux ; je venais de faire les mèmes constatations dans ma Lettre ouverte aux hommes de gauche. La « vraie » revolution n’avait pas eu lieu, elle ne s’était inserite que dans les mots. « La jeunesse avait pris la parole », s’était extasié le Pére de Certeau, mais elle n’avait pris que la parole. Nous différions sur l’avenir : pour moi, mai 1968 n’avait été qu’une annonciation. Au-delà d’un monde qui expirait, j’attendais, j’espérais le surgissement de l’Esprit. Daniélou, frappé — nous l’étions tous — par ce que le Pére Bouyer devait appeler la Decomposition du catholicisme, liait substantiellement le sort de cet Esprit à celui de la chrétienté défaillante. Pour moi, la chrétienté n’était qu’un vètement, l’enveloppe que rejetterait un jour, comme un papillon sort de son cocon, une humanité rajeunie.
Daniélou restait attaché à l’idée de chrétienté : il avait de bonnes raisons pour cela. Plus large d’esprit que beaucoup de ses confreres, il n’était pas loin d’admettre qu’un homme « moyen » ne peut vivre en chrétien que si l’Eglise fait déjà partie de son milieu de vie : pour vivre sa foi, il a besoin d’un cadre, d’une société qui la favorisent. Lorsque cet appui fait défaut, souvent la foi s’effondre. « L’homme, disait Daniélou, dépend de son milieu. Rares sont les individus qui peuvent s’en affranchir. » Cela lui paraissait particulièrement vrai des pauvres, incapables d’aller « à contre-courant de la société dans laquelle ils vivent ». Sans doute y aura-t-il toujours des saints, mais les saints ne font pas une société, parce que tout le monde n’a pas, comme disait ma grand-mère, « la vocation du martyre ». Pour « aller à la messe quand personne n’y va, il faut avoir l’àme chevillée au corps ».
Daniélou déplorait la « fureur de désacralisation » qui, depuis le concile, saisissait les clercs. En déracinant le christianisme de notre civilisation, ces imbéciles n’attiraient pas comme ils le croyaient nai’vement « la foule immense des pauvres », au contraire ! Pour lui, le devoir était simple : il fallait résister, maintenir les institutions en vie, serrer les rangs autour du pasteur. C’est ainsi qu’il prit l’initiative d’une déclaration d’allégeance sans équivoque à l’égard de Paul VI à laquelle nous fumes nombreux à souscrire. C’est ainsi qu’il se battit contre les nouveaux « théologiens de la mort de Dieu ».
Sur ces entrefaites, à la surprise générale, Paul VI lui décerna la pourpre. Le soldat de Jésus, toujours en première ligne, devenait général et prince de l’Eglise. Le Pére Daniélou, mal à l’aise aux Etudes (où, depuis 1968, il était suspect d’« intégrisme »), devenait le théologien frangais le plus écouté du pape. Comme Pa dit à peu près André Mandouze, le plus grand tour que le Bon Dieu ait joué à Daniélou fut de le faire cardinal, car, c’est certain, il gouta, tardive revanche, les honneurs qui venaient s’abattre sur lui. De son élévation au cardinalat, de son élection à l’Académie française surtout, il iouit immodérément.

Ces années-là, Daniélou se battit comme un lion. Le pape, l’Eglise, étant attaqués, à l’extérieur et à l’intérieur, il les défendit bec et ongles. Les évèques, paralysés par leurs problèmes pastoraux, n’osaient prendre parti. Cardinal néophyte, il parlait à leur place· avec une conviction véhémente. Tous les haut-parleurs lui étaient bons — la radio, l’Université, les grandes écoles, les colloques de sociologie… et mème les églises —, du moment qu’il parlait. Il se battait maintenant contre les tenants de la « nouvelle théologie », qu’il avait souvent précédés sur les chemins de la recherche, quitte à se faire taxer d’« intégrisme ».
Je le fis venir à Oxford — où il retrouva des théologiens anglicans, qui lui parurent bien moins aventureux que les nòtres —, à Bruxelles, où j’eus Phonneur de le présenter en un débat mémorable où il eut pour interlocuteur Maurice Clavel.
Tant de gioire n’était pas sans péril ni tant d’activité sans servitudes. Cardinal — archevèque pour rire de Taormina—, Daniélou n’avait ni clergé ni fidèles ; le jour mème de son sacre, on le lui fit bien voir. Il avait échappé aux servitudes et à l’obscurité de son ordre, mais c’était à ses risques et périls. Il restait un franctireur. La Compagnie de Jésus, qui aurait dù l’épauler, regardait ailleurs. Les uns lui reprochaient ses boutades, les autres trouvaient qu’il se prenait au sérieux. « Tout homme a sa valeur propre, disait Bismarck, diminuée de sa vanite. » Les prètres ne font pas exception à cette règie. Dieu merci, la valeur de Daniélou était grande et l’humour ne lui manquait pas.
Au physique, le cardinal n’avait pas changé. Mon fils Olivier ne se lassait pas de regarder ses jambes trépigner sous la table, sa main tracer des arabesques fulgurantes, décoiffer ses derniers cheveux, remonter ses lunettes sur son nez, tirer sur ses chaussettes sans jamais perdre le fil de son discours. Daniélou était resté gai, juvénile et mème un peu gamin. Son existence était austère et un rien farfelue. Sa table, rue Notre-Dame-des-Champs, croülait toujours sous la paperasse, les brochures hàtivement coupées, les journaux cochés au crayon. Sa soutane était toujours aussi crasseuse, ses chaussettes tire-bouchonnées — il est vrai que c’étaient maintenant des socquettes rouges, dont il tirait une fierté enfantine. II courait d’un rendez-vous à l’autre, d’un journal à l’autre, d’un micro à l’autre,’ toujours nerveux, amicai et chaleureux. Je ne l’ai vu calme, détendu, apaisé que lorsqu’il confessait : alors, il était tout à vous, il redevenait grave, affectueux et serein.Cardinal, il restait un vieux jeune homme curieux de tout, ce religieux non conformiste qui n’hésitait pas à emmener Mme de Pange voir un film d’avant-garde, à feuilleter Rouge, Lui ou Charlie-Hebdo, à célébrer chaque mois la messe pour des amis homosexuels, avec lesquels il déjeunait ensuite quasi familialement — à secourir des prostituées. J’aimais qu’il futresté, à soixante ans passés, cet étudiant intrepide qui ne mesurait ni son temps ni sa peine, se colletait avec n’importe quel adversaire, et parlait à la première fille venue comme le Christ à Marie-Madeleine — ravi lorsque venaient à lui un étudiant thai, un bonze huileux, un rabbin à papillotes…
De temps à autre, il abandonnait toutes ses tàches pour faire retraite, se ressourcer loin de Rome et de Paris. A la Noél 1973, il m’invita à partager ce temps de silence et de méditation. Nous nous retrouvàmes dans un couvent des Pyrénées. Toute cette semaine-là, il plut. Un beau paysage, déjà Catalan, s’ouvrait sous nos fenètres, mais la bruine engloutissait les crètes boisées et les pentes verglacées. Que faire, à mille kilomètres de Paris, sans télévision ni cinéma ? Pas d’autre distraction que la lecture, la conversation… et la messe ! Le soir, à la veillée, nous parlions de l’Eglise, de Luther et de Loisy, de Pie XII et de mon cher Teilhard (pour lequel il avait été bien injuste), du concile et des « communautés de base ». Malicieusement, je lui glissais ce tract polycopié, distribué au pèlerinage de Chartres sous le titre : Chartres, brevet d’autosatisfaction et de bonne conscience. Cet autre qui disait : « La langue de la prière est celle de l’offre et de la demande, ou, plus exactement, de la féodalité. » Et ces magazines qui prèchaient, au nom du Christ, la révolution permanente. Daniélou fulminait contre ces « assassins de la foi ». Alors, pour nous distraire, nous composions une Académie française idéale, disputant ferme pour savoir s’il fallait y admettre Lacan (le cardinal était contre), Clavel (il était pour) et Michel Foucault (il s’interrogeait) à coté de Roger Garaudy, de Jean de Fabrègues et de Gilbert Cesbron.

Maurice Clavel, le disciple tant aimé, salit son maitre dans le Nouvel Observateur… tout comme l’apótre Pierre, naguère, avait renié Jésus : « Tu quoque fili… » Les Etudes publièrent une étrange mise au point, vrai monument d’hypocrisie. Il était clair que l’Eglise de France ne voulait pas défendre celui qui s’était tant battu pour elle : elle était asservie par la peur du qu’en-dira-t-on.
Quant à moi, j’ai mon explication : le Pére Daniélou a payé, en une fraction de seconde, les mouvements de vanité de la fin de sa vie. Pendant l’ultime pulsation de son cceur, bénéficiant de la vision panoramique des mourants, il a pu mesurer sa solitude, son humiliation, et faire un dernier acte de contrition.
L’infarctus avait abattu Teilhard à New York, le jour de Paques 1955, tandis qu’il prenait une tasse de thè ; terrassé le général de Gaulle (que Daniélou admirait au point de souhaiter qu’on le mit sur les autels). « Seigneur, donne à chacun sa propre mort — une mort née de leur propre vie », chantait Rilke. Le Pére Daniéloua été — humainement parlant — trahi par sa mort. Du moins a-t-il disposé de ce petit nombre de secondes pendant lequel l’àme, avant de quitter le corps endormi, se reconnait et décide — s’il faut en croire Marthe R…, la stigmatisée de Chàteauneuf — de son éternité. Je ne doute pas que lui aussi est un homme sauvé.

“Jean Daniélou, «Tra l’eternità e il tempo», nel 50º anniversario della sua scomparsa”

29 maggio 2024 – Webinar gratuito online

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Con questo Webinar si vuole approfondire la figura di uno dei protagonisti del rinnovamento teologico e tra gli artefici

del Concilio Vaticano II, il teologo Cardinal Jean Daniélou, nella ricorrenza e nel ricordo dei 50 anni dalla sua scomparsa.

In tale occasione sarà presentato il libro di P. Marcelo Bravo Pereira «Tra l’eternità e il tempo: l’ufficio del teologo nella vita e nella proposta metodologica di Jean Daniélou».

L’eredità teologica e pastorale di Daniélou si mostra nei più di duemila articoli e libri pubblicati e che ancora oggi sono d’ispirazione a coloro che intraprendono lo studio della Rivelazione.

Inoltre, verrà presentato il Progetto di Bibliografia completa dell’Autore.

Tra i partecipanti il Prof. P. Jean-Robert Armogathe, co-fondatore e attuale editore della rivista Communio, di Alfredo Catalfo, direttore di «Edizioni Efesto».

Modera Gianni Cardinale – Avvenire.

Vedi il programma nella locandina

Vi aspettiamo!

Cristianesimo e pensiero moderno: tra ottimismo e drammaticità dell’esistenza

Jean Daniélou, Le mystère de l’Avent, 1948

È di questa opposizione biblica che il pensiero contemporaneo ci offre un aspetto degradato quando ci mostra sia una prospettiva ottimistica e storica, sia una prospettiva disperata e drammatica. Da un lato, abbiamo l’immensa fede nel progresso materiale che sta alla base di un movimento come il comunismo. La base del pensiero comunista, al di là di tutte le questioni politiche ed esterne, come la troviamo nella filosofia di Marx, che ne è il fondamento, è l’idea che attraverso la storia ci sia un progresso che si compie irrevocabilmente. Ci possono essere crisi e rivoluzioni. Tutto questo si perde nel processo del divenire, che si estende per centinaia di migliaia di anni e attraverso il quale si compie il progresso.
In conseguenza, basta far fede alla storia, avere fiducia nel progresso. Possiamo non vederlo, ma l’importante è che avvenga.
Si tratta della degradazione di una grande idea cristiana: la fede cristiana in una città beata, una fede basata sulla promessa di Dio, che nel comunismo si degrada nella speranza di una città temporale perfetta, frutto degli sforzi dell’uomo. Ed è proprio quando critichiamo un modo di pensare come quello dei comunisti che dobbiamo stare molto attenti a rifiutare ciò che è perversione e non a rifiutare ciò che è un’eredità e una degradazione del nostro pensiero cristiano. La fede nella direzione della storia, questa fede profonda che attraverso tutte le rivoluzioni, attraverso tutti i drammi che stiamo vivendo, c’è qualcosa che sta maturando, qualcosa che si sta facendo e che si muove nella direzione del bene, è essenzialmente una visione cristiana. È nostro dovere oggi, in mezzo a tutta la disperazione e a tutte le apparenti delusioni, mantenere questo ottimismo di fondo, non solo ma più di chiunque altro, perché sappiamo più di chiunque altro che attraverso tutti i drammi la Città di Dio si sta costruendo misteriosamente, in modi che non sono i nostri, ma con una certezza incrollabile, perché Dio è fedele alla sua promessa. Sappiamo che la Parola di Dio è all’opera nel mondo, portando avanti il suo piano, e che questo piano si compirà irrevocabilmente e che un giorno tutte le nazioni saranno riunite nel regno del Padre.
Allo stesso tempo – ed è questo il paradosso – abbiamo nel pensiero contemporaneo una corrente assolutamente opposta, per la quale il mondo è essenzialmente assurdo e per la quale non c’è altro atteggiamento possibile che una sorta di umanesimo disperato, che consiste, sapendo che tutto è assurdo, nel non avere speranza, poiché ogni speranza è un’illusione, ma nel cercare di riuscire a salvare un minimo di felicità umana. È quello che cerca di fare Camus, per esempio. Ovviamente si tratta di una linea di pensiero che l’aspetto del mondo in cui viviamo giustifica da molti punti di vista; è certo infatti che la sua situazione è eminentemente assurda e che ci troviamo invischiati in un insieme di contraddizioni e complessità su cui non prevale la ragione. Ed è facile capire perché alcune persone trovino, in una
una filosofia dell’assurdo e della disperazione, l’espressione stessa di questa realtà.
Anche in questo caso ci troviamo in presenza di un’idea cristiana degradata, il pessimismo cristiano di Pascal e Kierkegard, cioè la consapevolezza del disordine del mondo. Ma per i cristiani questo disordine non è la natura stessa delle cose; la sua causa risiede nella libertà peccaminosa dell’uomo, attraverso la quale egli introduce il male nell’opera armoniosa di Dio. La critica degli esistenzialisti ai marxisti è molto efficace quando mostra che l’ottimismo comunista è ingenuo, perché ignora totalmente questa realtà fondamentale, che è il terribile potere della libertà dell’uomo. Gli elementi materiali non sono sufficienti a determinare il destino umano. La libertà dell’uomo è indipendente dalla causalità materiale; questa è la sua grandezza, ha qualcosa di divino, e di conseguenza ha il terribile potere di fare il male o il bene. È un elemento imprevedibile, proprio l’unico che non rientra nella prospettiva del comunismo, ma che è bastato a farlo fallire. Ora, quando si tratta di questa libertà, sappiamo che c’è solo una cosa che può impadronirsi di essa: è un’altra libertà, superiore, che non può rifiutare senza negare se stessa.

Originale in francese

C’est cette opposition biblique dont la pensée contemporaine nous offre un aspect dégradé quand elle nous montre à la fois une perspective optimiste et historique, et une perspective désespérée, dramatique. Nous avons d’une part cette immense foi au progrès matériel qui soulève un mouvement comme le communisme. Le fond de la pensée communiste, au delà de toutes les affaires politiques, extérieures, telle que nous la trouvons dans la philosophie de Marx qui est à sa base, c’est l’idée que par l’Histoire il y a un progrès qui s’accomplit irrévocablement. Il peut y avoir des crises, des révolutions. Tout cela se perd à l’intérieur de ce devenir qui court sur des centaines de milliers d’années, et à travers lequel le progrès s’opère.
Par conséquent, il n’y a qu’à faire foi à l’Histoire, à faire confiance au progrès; nous pourrons ne pas le voir, mais l ’important c’est qu’il s’accomplisse.
Nous sommes ici en présence de la dégradation d’une grande idée chrétienne : c’est la foi chrétienne en une cité bienheureuse, foi appuyée sur la promesse de Dieu, qui, dans le communisme, se dégrade dans l’espérance d’une cité temporelle parfaite, résultant des efforts de l’homme. Et justement, quand nous critiquons une pensée comme celle des communistes, il faut que nous fassions très attention à rejeter ce qui est perversion et à ne pas rejeter ce qui est un héritage et une dégradation de notre pensée chrétienne. La foi dans un sens de l’Histoire, cette foi profonde qu’à travers toutes les révolutions, à travers tous les drames que nous traversons, il y a quelque chose qui mûrit, quelque chose qui se fait et qui va dans le sens du bien est essentiellement une vue chrétienne. C’est un devoir pour nous aujourd’hui, au milieu de tous les désespoirs et de toutes les déceptions apparentes, de maintenir cet optimisme foncier, de le maintenir non seulement aussi mais plus que les autres, parce que nous savons plus que personne qu’à travers tous les drames la Cité de Dieu s’édifie mystérieusement, par des voies qui ne sont pas les nôtres, mais avec une certitude inflexible, parce que Dieu est fidèle à sa promesse. Nous savons que le Verbe de Dieu est à l’œuvre dans le monde, réalisant son plan, et que ce plan s’accomplira irrévocablement et que toutes les nations un jour seront réunies dans le royaume du Père.
En même temps — et c’ est là le paradoxe —nous avons dans la pensée contemporaine, un courant absolument inverse, pour qui le monde est essentiellement absurde et pour qui il n’y a pas d’autre attitude possible qu’une sorte d’humanisme désespéré, qui consiste, sachant que tout est absurde, à n’avoir pas d’espérance, puisque toute espérance est illusion, mais à essayer de s’arranger pour sauver un minimum de bonheur humain. C’est ce que cherche un Camus par exemple. Evidemment c’est une pensée que l’apparence du monde dans lequel nous vivons justifie à bien des points de vue; car il est certain que sa situationest éminemment absurde et qu’on se trouve pris dans un ensemble de contradictions et de complexités auquel aucune raison ne préside. Et l’on comprend très bien que des esprits trouvent, dans
une philosophie de l’absurde et du désespoir, l’expression même de cette réalité.
Là encore nous nous trouvons en présence d’une idée chrétienne dégradée, du pessimisme chrétien de Pascal et de Kierkegard, c’est-à-dire la prise de conscience du désordre dans le monde. Mais pour les chrétiens, ce désordre n’ est pas la nature même des choses, il a sa cause dans la liberté pécheresse de l’homme par laquelle il introduit le mal dans l’œuvre harmonieuse de Dieu. La critique que les existentialistes font des marxistes est très efficace quand ils montrent que l’optimisme communiste est naïf, parce qu’il méconnaît totalement cette réalité fondamentale qui est la puissance terrible de la liberté de l’homme. Les éléments matériels ne suffisent pas à déterminer le destin humain. La liberté de l’homme est indépendante de la causalité matérielle; c’est sa grandeur, elle a quelque chose de divin et par conséquent elle a cette puissance terrible de faire le mal ou le bien. Elle constitue un élément imprévisible, le seul précisément qui ne rentre pas dans la perspective du communisme, mais qui suffit à le faire échouer. Or, sur cette liberté, nous savons qu’il n’y a qu’ une chose qui puisse avoir prise : c’est une autre liberté supérieure, à laquelle elle ne puisse se refuser sans se renier.

Cristianesimo e storia: aspetto perenne e incarnazioni successive

Jean Daniélou, Essai sur le mystère de l’histoire, 1953.

Se vogliamo abbracciare tutti gli aspetti del problema [del senso della storia], possiamo allora discernere una duplice relazione tra il cristianesimo e la storia. Da un lato, il cristianesimo è nella storia. Appare in un determinato momento nello sviluppo degli eventi storici. Fa parte del tessuto della storia nel suo complesso. In questo senso, è un oggetto di conoscenza per lo storico che lo descrive così come emerge nella serie dei fatti storici osservabili. Ma, d’altra parte, la storia è parte del cristianesimo; la storia secolare è parte della storia sacra, perché a sua volta è parte di un tutto in cui costituisce una preparazione. Questa preparazione riempie tutto il secolo presente. Ma il cristianesimo è proprio il secolo futuro, già presente nel mistero. In questo senso, nella sua realtà profonda, è al di là non solo di un momento, ma di tutta la storia. È veramente “novissimus“, l’ultimo; con esso, la “fine” è già qui. Ma, e questo è tutto il mistero della Chiesa, questo al di là della storia è già presente e coesiste con essa. Vediamo di nuovo questi due aspetti. Da un lato, il cristianesimo è nella storia. È realmente incarnato nella storia. Come Cristo è stato l’uomo di un paese particolare, di una civiltà particolare, di un periodo particolare, così anche la Chiesa si incarna nelle civiltà successive. E queste incarnazioni fanno parte della caducità che è la caducità di queste civiltà. Quando Marx vede nel cristianesimo delle origini un riflesso delle condizioni economiche della Galilea del primo secolo, nel cristianesimo bizantino un’immagine della teocrazia degli imperatori di Costantinopoli, nel cristianesimo della Riforma l’espressione dell’espansione economica del Rinascimento e della disgregazione della società medievale, ciò che descrive sono le condizioni economiche e sociali del tempo, quello che descrive sono, si potrebbe dire, le cristianità successive, che sono, per usare il linguaggio marxista, sovrastrutture obsolete e mutevoli, non l’infra-struttura, che è la Chiesa permanente nella sua realtà incorruttibile.
Applichiamo questo al problema di oggi. Il cristianesimo si è normalmente incarnato nella civiltà borghese degli ultimi quattro secoli. Esiste un cristianesimo borghese che ha prodotto frutti ammirevoli di santità e carità. Oggi, però, il mondo sta attraversando una crisi di civiltà come raramente ne ha vissute nel corso della storia. Un intero vecchio mondo, quello della civiltà borghese, sta crollando. Sono eventi che trascendono le volontà individuali e non c’è motivo né di gioia né di dolore. È giusto parlare dell’agonia di questo mondo. Ma l’agonia a cui assistiamo è l’agonia di una certa civiltà e l’agonia di ciò che nella Chiesa è solidale con questa civiltà. È questo cristianesimo borghese che oggi è superato, che i cristiani sentono superato. Ma questo cristianesimo borghese non è il cristianesimo. È l’incarnazione del cristianesimo nella civiltà borghese.
Qui si tocca un aspetto essenziale del nostro problema. Nel cristianesimo c’è una perenne richiesta di incarnazione e di liberazione. L’incarnazione è un dovere. E coloro che vorrebbero un cristianesimo estraneo alla storia, puro e senza tempo, si sbagliano sulla sua essenza. Vedo alcuni che, di fronte agli attuali sforzi per incarnare il cristianesimo nel mondo dei lavoratori, esclamano: “State per commettere lo stesso errore che fece Costantino nel IV secolo, incarnando il cristianesimo nella civiltà bizantina, o i gesuiti del XV secolo incarnando il cristianesimo nel mondo della nascente borghesia”. Ma queste incarnazioni non erano errori. Sono solo più o meno superate. E così torniamo al criterio cronologico di cui abbiamo già sottolineato l’importanza. L’avvento di nuove forme non significa che le vecchie forme non fossero buone a suo tempo. Significa solo che hanno smesso di essere buone.

***

Vediamo quindi in che senso la Chiesa è parte della storia, e come partecipa alla legge del declino delle civiltà. Ma d’altra parte, e questo aspetto è molto più importante, è la storia profana che entra nella storia sacra. La storia sacra è infatti la storia intera, all’interno della quale la storia profana, che ne è solo una parte, svolge un ruolo specifico. Cullmann ha notato che queste erano le prospettive dei pensatori cristiani fin dagli inizi del cristianesimo. Sebbene i cristiani fossero interessati soprattutto agli eventi essenziali della salvezza, essi giudicavano anche la storia secolare. Già la Bibbia insisteva sull’identità del Dio del cosmo e del Dio della redenzione. Ireneo riprese questo tema contro lo gnosticismo. La storia della salvezza non abbraccia solo la storia umana, ma l’intera storia cosmica. Non è situata all’interno di un mondo di natura e di storia naturale, nel quale irromperebbe. Piuttosto, abbraccia la storia stessa di cui è parte costitutiva. La Parola redentrice è la stessa della Parola creatrice.

Originale francese

Si nous voulons embrasser tous les aspects du problème, nous arrivons alors à discerner une double relation du christianisme et de l ’histoire. D’une part, le christianisme est dans l ’histoire. Il apparaît à un moment donné dans le développement des événements historiques. Il fait partie de la trame de l ’histoire totale. En ce sens, il est objet de connaissance pour l ’historien qui le décrit en tant qu’il affleure dans la série des faits historiques observables. Mais, par ailleurs, l ’histoire est dans le christianisme ; l ’histoire profane rentre dans l ’histoire sainte, car c ’est elle à son tour qui est une partie dans un tout où elle constitue une préparation. Cette préparation remplit la totalité du siècle présent. Mais le christianisme est précisément le siècle futur, déjà présent en mystère. En ce sens, dans sa réalité profonde, il est un au-delà non seulement d’un moment, mais de la totalité de l ’histoire. Il est vraiment « novissimus », le dernier ; avec lui la « fin » est déjà là. Mais, et c ’est tout le mystère de l ’Eglise, cet au-delà de l ’histoire est déjà présent et coexiste avec elle. Reprenons ces deux aspects. Le christianisme, d’une part, est dans l ’histoire. Il s ’incarne réellement en elle. Comme le Christ a été l ’homme d’un pays, d’une civilisation, d’une époque déterminée, ainsi en est-il de l ’Eglise, Elle s ’incarne dans les civilisations successives. Et ces incarnations participent de la caducité qui est celle de ces civilisations. Lorsque Marx voit dans le christianisme originel un reflet des conditions économiques de la Galilée du premier siècle, dans le christianisme byzantin une image de la théocratie des empereurs de Constantinople, dans celui de la Réforme l ’expression de l ’expansion économique de la Renaissance et de l ’éclatement de la société médiévale, ce qu’il décrit, ce sont, pourrait-on dire, les chrétientés successives, qui sont, pour reprendre à l ’inverse un langage marxiste, des supra-structures caduques et changeantes, non l’infra-structure, qui est l ’Eglise permanente dans sa réalité incorruptible.
Appliquons ceci au problème d’aujourd’hui. Le christianisme s ’est normalement incarné dans la civilisation bourgeoise des quatre derniers siècles. Il y a un christianisme bourgeois et qui a donné des fruits admirables de sainteté et de charité. Or, aujourd’hui, le monde traverse une crise de civilisation comme il en a peu connu au cours de l ’histoire. Tout un monde ancien, qui est précisément celui de la civilisation bourgeoise, est en train de s ’effondrer. Il s ’agit là d’événements qui dépassent les volontés particulières, dont il n’y a lieu ni de se réjouir ni de s ’affliger. A l ’égard de ce monde, on a raison de parler d’agonie. Mais l ’agonie, à laquelle nous assistons, c ’est l ’agonie d’une certaine civilisation et l’agonie de ce qui dans l ’Eglise est solidaire de cette civilisaton. C ’est ce christianisme bourgeois qui est aujourd’hui dépassé, dont les chrétiens sentent la vétusté. Mais ce christianisme bourgeois n’est pas le christianisme. Il est l ’incarnation du christianisme dans la civilisation bourgeoise.
Nous touchons ici un aspect essentiel de notre problème. Il y a dans le christianisme une exigence perpétuelle à la fois d’incarnation et de dégagement. L ’incarnation est un devoir. Et ceux qui voudraient d’un christianisme étranger à l ’histoire, d’une pureté intemporelle, se trompent sur son essence. J ’en vois qui, devant les efforts présents pour incarner le christianisme dans le monde ouvrier, s ’écrient : « Vous allez commettre la même erreur que celle de Constantin au ive siècle, incarnant le christianisme dans la civilisation byzantine, ou des Jésuites du xvne siècle incarnant le christianisme dans le monde de la bourgeoisie montante. » Mais ces incarnations n ’étaient pas des erreurs. Elles sont seulement plus ou moins périmées. Et nous retrouvons ainsi ce critère chronologique dont nous avons dit l ’importance. L’avènement de formes nouvelles ne signifie pas ue les formes anciennes n’aient été bonnes en leur temps. Il signifie seulement qu’elles ont cessé de l ’être.

***

Nous voyons ainsi en quel sens l ’Eglise est dans l ’histoire et comment elle participe à la loi de caducité des civilisations. Mais par ailleurs, et cet aspect est beaucoup plus important, c ’est l ’histoire profane qui rentre dans l ’histoire sainte. Car l ’histoire sainte constitue en réalité l ’histoire totale, à l ’intérieur de laquelle se situe l ’histoire profane qui n’en est qu’une part et qui y tient un rôle déterminé. Cullmann a bien remarqué que ces perspectives étaient celles des penseurs chrétiens dès les origines du christianisme5. Si les chrétiens s ’intéressaient surtout aux événements essentiels du salut, ils n’en portaient pas moins un jugement sur l ’histoire profane. Déjà la Bible insistait sur l ’identité du Dieu du cosmos et de celui de la Rédemption. Irénée reprendra ce thème contre la gnose. C ’est non seulement l ’histoire humaine, mais la totalité de l ’histoire cosmique que l ’histoire du salut embrasse. Elle ne se situe pas à l ’intérieur d’un monde de la nature et d’une histoire naturelle, dans lesquels elle ferait irruption. Mais elle embrasse cette histoire même dont elle est constitutive. Le Verbe rédempteur est le même que le Verbe créateur.

Tra l’eternità e il tempo

Tratto dalla presentazione del libro di Marcelo Bravo Pereira. Per accedere al catalogo, cliccare qui

C’est la fonction propre du théologien de circuler,
comme les anges sur l’échelle de Jacob,
entre l’éternité et le temps et de tisser entre eux
des liaisons toujours neuves

(Les orientations présentes de la pensée religieuse, 1946)

1974 – 2024. Cinquanta anni sono passati dalla morte di Jean Daniélou, quel pomeriggio del 20 maggio 1974. Egli fu uno dei teologi più rappresentativi del secolo XX e una figura ecclesiale centrale nella Francia del post concilio. Dopo la sua scomparsa, in circostanze paradossali – una morte bernanosiana, scriverà P. Tilliette –, la sua eredità è caduta nell’oblio. Solo i più fedeli hanno conservato la sua memoria, costituendosi come una Société des amis du Cardinal Daniélou, le cui attività si ecclissarono definitivamente dopo la pubblicazione, nel 2006, degli Atti di un colloquio tenutosi l’anno precedente, nel centesimo anniversario della sua nascita. Il fatto è che buona parte della sua produzione scientifica è rimasta custodita e nascosta – dimenticata forse – tra le vecchie emeroteche e archivi delle facoltà teologiche europee. Di tanto in tanto si ravviva l’entusiasmo, si fa qualche riedizione, qualche traduzione, perfino qualche tesi dottorale, ma sempre con un po’ di cautela di fronte alla contraddizione di una vita dedicata completamente al servizio della Chiesa ma che si è chiusa brutalmente con uno scandalo mediatico che riempì d’imbarazzo la Chiesa francese.

Al di là dei sospetti e delle ipotesi riguardo la sua morte, di cui qualche accenno dovrò fare necessariamente nel presente volume, ciò che ci dovrebbe interessare di più è la sua eredità esistenziale e teologica, anche con le sue eventuali contraddizioni e oscurità. Jean Daniélou è annoverato tra i grandi teologi del s. XX, protagonista di eccezione degli avvenimenti ecclesiali e culturali dei tempi moderni, dalla Nouvelle théologie al Concilio Vaticano II, senza dimenticare la difesa della dottrina cristiana, al di là dei relativismi e dei fondamentalismi. I suoi scritti ma soprattutto il suo modus teologico hanno molto da insegnarci, a noi che riflettiamo su eventuali rinnovamenti o rifondazioni metodologiche della teologia.

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Nel maggio 2010 avevo difeso pubblicamente la mia tesi di dottorato a Roma, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, con il titolo «Le religioni non cristiane alla luce della Rivelazione: Uno studio analitico della proposta metodologica di Jean Daniélou in vista della comprensione del problema storico delle religioni». Come si evince dal titolo, la tesi è stata suddivisa in due parti principali: l’approccio metodologico, cioè il modo in cui Jean Daniélou ha svolto il suo ufficio di teologo – il suo «quehacer teológico» come avevo scritto nell’originale spagnolo –, e l’applicazione di questo al problema storico delle religioni.

La tesi fu pubblicata nella collezione di tesi dottorali del Regina Apostolorum, ma purtroppo non ebbe molta diffusione. I risultati della mia ricerca però mi fecero capire quanto Daniélou poteva insegnare le nuove generazioni di teologi specialmente a far teologia e non solo un metodo puramente accademico. Per questo motivo, ho deciso di offrire il presente volume in italiano, aggiornando eventualmente alcune parti, affinché possa essere di aiuto a coloro che desiderano approfondire il pensiero di questa figura d’eccezione.

In questo libro, dunque, offro la prima parte della mia tesi, che nell’edizione originale si intitolava «Approccio analitico alla proposta teologica di Jean Daniélou». Tuttavia, l’incipit del presente contributo – in specifico, la prima parte –, restò fuori dalla pubblicazione della tesi originale. Questa è un’introduzione biografica dell’autore, con il quadro storico in cui Daniélou è vissuto e i problemi che hanno preceduto, accompagnato e seguito il Concilio Vaticano II. Non è una semplice biografia, ma un tentativo di capire quale sia la portata dell’essere e del fare «il teologo» nel contesto concreto nel quale sorge e nei rapporti che stabilisce e il servizio che presta alla Chiesa, anche, come abbiamo detto, con le contraddizioni e fragilità della condizione dell’uomo che si mette al servizio della teologia.

Quando ho scritto questa prima parte, conoscevo solo la versione ufficiale delle circostanze della morte di Daniélou – e poi ovviamente le dicerie scandalose e offensive –, e soprattutto non ero entrato in contatto con i suoi discepoli, collaboratori e amici. Ho potuto toccare con mano la loro sincera adesione al loro Père Daniélou. Essi mi hanno delineato i tratti di un uomo che coincideva pienamente con il profilo che emergeva dalle letture che avevo fatto dei suoi scritti intimi e divulgativi. La loro sofferenza di fronte a ciò che è accaduto a Rue Dulong, 56, è ancora visibile nei loro occhi. In tanti giudicarono tutta la sua vita sotto lo spettro della sua morte. Come dichiarò uno dei suoi tanti amici intimi, Daniélou sembra essere stato tradito dalla morte. Tanti sono i testimoni della sua frenetica vita pubblica. Pochi, quelli che ancora restano, lo hanno conosciuto intimamente. Solo Dio però scruta ciò che c’è nel cuore dell’uomo.

Con il tempo ho potuto raccogliere altre fonti e ho visitato diversi archivi. Esse, pur riconoscendo la grandezza accademica e umana del cardinale, hanno meso in luce anche le umane contraddizioni e le zone meno luminose: il suo nervosismo, le sue fragilità, le sue antipatie, cioè quelle finestre che, per dirla con Johari, lui conosceva e sopportava, ma era sconosciute a quasi tutti. Ho confrontato le testimonianze riservate dei suoi confratelli e amici, i riassunti degli incontri del provinciale con la comunità dopo la sua morte – il report del provinciale è ancora sotto segreto –, ma anche di quelli che gli erano più ostili… Al di là di tutto, Jean Daniélou resta comunque umano, e nell’esistenza di ogni uomo non tutto è nero o bianco. Come lui stesso affermò a più riprese: la storia di ogni anima è un mistero di grazia e di peccato, fatta da sinergia e condiscendenza, volontà salvifica e risposta contingente…

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La seconda parte del nostro libro presenta le linee generali del pensiero dell’autore. Si tratta di un breve excursus che mira a comprendere i principi ispiratori di Daniélou e di tre degli autori che hanno influenzato il suo pensiero – non gli unici –, sia attraverso le loro opere sia, soprattutto, attraverso i rapporti personali che si sono instaurati tra loro. Riconosco che questa parte è piuttosto sbrigativa e sommaria; credo comunque che potrà gettare luce sulla sua teologia incarnata.

La terza parte – «Metodo e prassi nell’opera teologica di Jean Daniélou» – è il cuore di tutto, la parte più originale e spero che possa essere d’aiuto a chi cerca ispirazione e guida per il proprio stile teologico inteso come un opus caritatis, al servizio della Chiesa e dei fratelli e sorelle. Il pensiero di Daniélou potrebbe sembrare asistematico; in tutta la sua produzione però si possono scorgere linee metodologiche abbastanza chiare, alle quali Daniélou è rimasto sempre fedele.

Nella quarta parte del lavoro ho cercato di verificare la tesi sostenuta nella terza parte applicando lo schema che avevo scoperto a due opere di Daniélou – Le mystére du salut des nations e Les saints paiens de l’Ancient Testament. La scelta di queste opere non è stata casuale. Entrambe le opere sono finalizzate alla comprensione storica delle religioni e lo scopo della tesi originale era proprio orientato a questo argomento.

Trattandosi di una tesi, alcuni elementi di stile e l’insistenza sulle fonti a conferma delle mie conclusioni avrebbero potuto essere semplificati o migliorati. Tuttavia, questo mi avrebbe portato via molto tempo e, dopo quattordici anni dalla discussione – e nel contesto del suo cinquantesimo anniversario dalla sua morte –, è meglio accelerare la pubblicazione.

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Come ho appena accennato, mesi prima della pubblicazione di questo libro ho avuto la gioia di incontrare amici e discepoli di Jean Daniélou. Essi, oltre a condividere con me quanto questo apostolo-teologo fosse importante per le loro vite, mi hanno confermato alcuni dei suoi tratti caratteristici: la sua gentilezza, la sua disponibilità, la sua assenza di ambiguità nei rapporti interpersonali, la sua profonda spiritualità, ma anche il suo disordine, il suo nervosismo e la sua imprudenza. Il cardinale, che agli occhi del mondo appariva come mondano – come il solito intellettuale parigino che occasionalmente faceva anche il prete –, era semplicemente un cristiano, incarnato nel suo contesto storico, ma sempre alla ricerca della trascendenza. Ringrazio di cuore Xavier e Catherine de Bayser, Françoise Jacquin, Serge Rolez e Jacqueline Pigeot per quei momenti di grazia, momenti che mi porto nel cuore nei quali ho potuto rivivere, attraverso di loro, la statura umana e teologica di Jean Daniélou. Un grazie va anche al personale degli archivi di Vanves che si sono mostrati sempre efficaci e disponibili.

Tra l’eternità e il tempo

L’ufficio del teologo nella vita e nella proposta metodologica di Jean Daniélou (nuovo libro di Marcelo Bravo Pereira)

6 gennaio 2024, la mia vita si è fermata in modo drammatico. Un incidente di grande impatto mi portò via la mia mamma e mi lasciò grave in ospedale dove fui sottoposto a due interventi per ricomporre una frattura esposta con lesione al nervo radiale e perdita della mobilità alla mano destra. Grazie a Dio gli altri membri della mia famiglia risultò con contusioni li media o lieve gravità. Per questo motivo il presente blog si è fermato per un periodo così lungo.

Adesso riprendo con una bella notizia: è pronto il mio libro “Tra l’eternità e il tempo. L’ufficio del teologo nella vita e nella proposta metodologica di Jean Daniélou”. A breve sarà in vendita presso le librerie italiane oppure seguendo questo link.

Ecco la sinossi:

«La funzione del teologo è quella di muoversi, come gli angeli sulla scala di Giacobbe, tra l’eternità e il tempo e di tessere tra loro legami sempre nuovi» (Jean Daniélou). Il presente volume non mira tanto a delineare una biografia intellettuale di Jean Daniélou, quanto a presentare la sua proposta teologica e il suo impegno teologico come fonte d’ispirazione per chi desidera intraprendere lo studio della Sacra Dottrina. Jean Daniélou è annoverato tra i grandi teologi del XX secolo e ha giocato un ruolo di spicco nel Concilio Vaticano II, contribuendo al rinnovamento teologico e promuovendo quella che è stata chiamata Nouvelle Théologie. Quest’ultima ha cercato, attraverso un ritorno alle fonti, di dare un nuovo impulso teologico per affrontare le sfide ecclesiali e culturali contemporanee. Dopo una breve biografia, vengono presentati i principi fondamentali del suo metodo teologico, il quale, senza trascurare l’essenza della fede e in piena fedeltà al dato rivelato e al magistero, si apre all’ampio orizzonte dell’intelletto, della filosofia e del progresso scientifico. Quattro sono i momenti del lavoro teologico di Jean Daniélou: il momento metafisico, il momento tipologico, il momento storico e il momento ermeneutico. In questo modo, il teologo sarà in grado di salire e scendere tra l’eternità e il tempo, rendendo il mistero cristiano accessibile all’uomo di ogni epoca e cultura.

Cristo, sole giustizia: la liturgia di Natale e il tempio cosmico

Jean Daniélou, Le Signe du Temple, 1942 (traduzione italiana e originale in francese)

Come il sole è il principio vitale della biosfera, così Cristo, il sole degli spiriti, è il principio vivificante dell’universo spirituale. È lui che Zaccaria e Simeone hanno salutato al suo sorgere: “Visitavit nos oriens ex alto“. Come il sole sorge a est, così sorge Cristo secondo la Scrittura. È in Oriente che è stato piantato il primo Paradiso; è verso di esso che gli uomini non hanno mai smesso di guardare; è dall’Oriente che è venuto il Signore. Egli è il Paradiso riconquistato, la prima creazione restaurata. È ancora verso Oriente che continuiamo a guardare, perché è a Oriente che è salito nel giorno dell’Ascensione, ed è da Oriente che deve tornare come un lampo all’orizzonte. E così è verso Oriente che si affacciano le chiese, è verso Oriente che le anime del desiderio si protendono con il loro peso, portate da una gravitazione invisibile, è verso Oriente che, alzandosi prima dell’alba, i monaci vigilanti, eredi dei primi cristiani, attendono il sorgere del sole visibile, l’immagine, il segno quotidiano dell’altra luce: “O Oriens, splendor lucis aeternae et sol iustitiae, veni ad illuminandos sedentes in tenebris et umbra mortis“. Il sole ogni giorno rappresenta la venuta, la parousia, il sorgere dello splendore della luce eterna.
La liturgia conserva una traccia di questa promozione dal Tempio cosmico al Tempio ecclesiale nella festa del Natale, che era il Natale solis invicti dei Romani. Cristo ci appare così come l’erede non solo dell’ordine ebraico e del Tempio mosaico, ma anche dell’ordine pagano e del Tempio cosmico.

Egli avrebbe ereditato la terra e Roma, il mare viola e la porpora di Sion (Péguy).

Il carattere del Natale è quello di mostrarci questo, non nella linea e nella sequenza dell’attesa ebraica, del ciclo di Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli, nella linea dei culti pastorali e dell’Oriente ebraico – ma nella linea dell’altra attesa, quella dei saggi pagani che osservavano le stelle e che sono rappresentati vicino alla culla di Cristo, dai magi accanto ai pastori. Il sole visibile, infatti, era la prefigurazione pagana nel Tempio cosmico e l’attesa del sole invisibile e di un’altra illuminazione, così come l’ingresso annuale nel Tempio del grande sacerdote era nell’Antica Legge mosaica la prefigurazione dell’ingresso del vero grande sacerdote nel Tempio celeste; e nella Nuova Legge rimane la rappresentazione rituale quotidiana, in sintonia con la nostra esistenza soggetta al ritmo del sonno e della notte, del sorgere ormai irreversibilmente acquisito del sole definitivo. Un giorno, finalmente, questo sole visibile si spegnerà e brillerà solo la vera luce. Allora non avremo più bisogno di figure; allora, nel cielo di un giorno eterno, i nostri occhi contempleranno un sole senza tramonto, un oriente perpetuo, il sorgere sempre nuovo del sole di giustizia.

originale in francese

Comme le soleil est le principe vital de la biosphère, ainsi le Christ, soleil, des esprits, est le principe vivifìant de l’univers spirituel. C’est lui qu’à son lever saluèrent Zacharie et Siméon : « Visitavit nos oriens ex alto. » Comme le soleil se lève à l’Orient, ainsi le Christ selon l’Ecriture. C’est à l’Orient qu’était planté le premier Paradis; c’est vers lui que depuis n’avaient cessé de regarder les hommes; c’est de l’Orient que le Seigneur est venu. Il est le Paradis retrouvé, la première création restaurée. C’est encore vers l’Orient que nous continuons de regarder parce que c’est à l’Orient qu’Il s’est élevé au jour de l’Ascension et que c’est de l’Orient qu’il doit revenir comme un éclair à l’horizon. Aussi est-ce vers l’Orient que sont orientées les églises, est-ce à l’Orient que tendent de leur poids, emportées par une invisible gravitation, les ámes de désir, est-ce vers l’Orient que, levés avant l’aurore, les moines vigilants, héritiers des premiers chrétiens, attendent le lever du soleil visible, image, signe quotidien de l’autre lumière : « O Oriens, splendor lucis aeternae et sol iustitiae, veni ad illuminandos sedentes in tenebris et umbra mortis. » Le soleil chaqué jour nous représente la venue, la parousie, le lever de la splendeur de la lumière éternelle.
Cette promotion du Temple cosmique au Tempie ecclésial, la liturgie en garde la trace dans la fète de Noel, qui étaìt le Natale solis invicti des Romains. Ainsi le Christ nous apparaìt comme l ’héritier, non seulement de l ’ordre juif et du Temple mosaique, mais de l’ordre paien et du Temple cosmique.

Il allait hériter de la terre et de Rome et de la mer violette et de l’àpre Sion (Péguy).

Le caractère de Noel est de nous manifester cela, d’etre non dans la ligne et la suite et la séquence de l’attente juive, du cycle de Pàques, de la Pentecóte et des Tabernacles, dans la ligne des cultes pastoraux et de l’Orient juif — , mais d’étre dans la ligne de l’autre attente, celle des sages paiens qui observaient les astres et qui sont représentés près du berceau du Christ, par les mages voisinant avec les bergers. Car le soleil visible était la préfìguration paienne dans le Temple cosmique et l’attente du soleil invisible et d’une autre illumination , comme l’annuelle entrée dans le Temple du grand prètre était dans l’Áncienne Loi mosaique la préfìguration de l’entrée du véritable grand prètre dans le Temple céleste; et dans la Loi nouvelle il reste la représentation rituelle quotidienne, à la mesure de notre existence soumise au rythme du sommeil et de la nuit, du lever désormais acquis irréversiblement du soleil défìnitif. Un jour enfin ce soleil visible s’éteindra et seule brillerà la vraie lumière. Alors nous n’aurons plus besoin des figures, alors dans le ciel d’un jour éternel, nos yeux contempleront un soleil sans couchant, un perpétuel orient, le lever toujours nouveau du soleil de justice.