La vocazione di Giovanni il Battista

Jean Daniélou, Jean-Baptiste, temoin de l’Agneau, 1964 (italiano e francese)

Ogni vocazione è definita in relazione al disegno di Dio e costituisce una cooperazione all’opera di salvezza. Ogni vocazione ha un significato storico e, in questo senso, presenta qualcosa di unico, un proprio insostituibile compito da portare a termine. Ma questi compiti particolari si collocano di solito nel tessuto comune della storia della salvezza. Sono l’inserimento, in un determinato tempo e luogo, di una missione collettiva. Tuttavia, in alcuni momenti decisivi, in alcuni punti della storia, Dio suscita uomini che devono inaugurare una nuova tappa. In questi casi, la vocazione assume un carattere esemplare. Tale fu la vocazione di Abramo, che Dio chiamò dal mondo pagano per essere l’origine assoluta del nuovo popolo che stava creando. Come la vocazione di Mosè, al quale Dio si rivela nel Roveto Ardente con un nuovo nome che segna una nuova epoca di Rivelazione. Ci viene in mente il testo di Pascal: “Le sei età; i sei padri delle sei età; le sei meraviglie all’inizio delle sei età; i sei orientamenti all’inizio delle sei età”.

Vocazione come missione

Questa è la linea che segue Giovanni Battista. E non solo è in questa linea, ma è anche colui che la culmina e colui che la conclude. Egli riassume in sé tutte le tappe di preparazione alla fine dei tempi, segnate dalle successive vocazioni dei patriarchi e dei profeti; ma è l’ultimo, secondo le parole di Cristo stesso: “Tutti i profeti e la Legge profetizzarono fino a Giovanni” (Mt 11,13). E in effetti, un nuovo mondo sta iniziando, non più una continuazione dei profeti, come credeva Maometto, ma il compimento stesso di ciò che i profeti avevano predetto, la venuta della gloria di Dio che abita corporalmente tra gli uomini, il Verbo fatto carne. Non è più con le vocazioni profetiche, ma con il gesto del Verbo di Dio che introduce il primo Adamo nel Paradiso, che solo il gesto del Verbo di Dio che riconquista Adamo per introdurlo irrevocabilmente nel Paradiso può essere paragonato.
La vocazione di Giovanni, dunque, non è alla cerniera dell’Antico Testamento, come quella dei suoi predecessori; è alla cerniera dell’Antico Testamento e del Nuovo. Questo è straordinariamente chiaro nel Vangelo di Luca. Quando Zaccaria, padre di Giovanni, sacerdote della classe di Abia, si trovava nell’Hekal, il Luogo Santo, nell’ora della preghiera per offrire l’incenso, “l’angelo del Signore gli apparve in piedi alla destra dell’altare dell’incenso” (Luca 1:11).
La vocazione di Giovanni è dunque annunciata nel quadro della liturgia del Tempio, il Tempio dove abitava il Dio vivente, ma che prefigurava un altro Tempio. Ma con Gesù, il nuovo Tempio sarà inaugurato e il Tempio prefigurativo sarà abbandonato dalla Presenza. L’angelo che lo custodiva lo abbandonerà, come ci dice Sant’Ilario. Ed è nel Tempio celeste che non offrirà più l’incenso figurato, ma il vero incenso: la preghiera dei santi (Ap 8,3). Ancora più esplicita è la parola dell’angelo: “Giovanni camminerà davanti al Signore con lo spirito e la forza di Elia” (Lc 1,17). Nella tradizione ebraica, Elia era il profeta per eccellenza, colui che aveva predicato la conversione a Israele infedele per prepararlo all’imminente giudizio di Dio. Ma egli stesso era una prefigurazione dell’ultimo dei profeti, quello la cui venuta avrebbe preceduto immediatamente il Giudizio. Gli ebrei, alla vigilia del Vangelo, erano stati misteriosamente informati dell’imminenza dell’evento escatologico, come testimoniano i Rotoli del Mar Morto. È per questo che Giovanni Battista viene suscitato da Dio come il nuovo e ultimo Elia, colui che conclude la lunga serie di profezie. La profezia era solo una preparazione alla visita di Dio. Dio visiterà ora il suo popolo “come un sole che sorge dal profondo”, come il settimo oriente alla fine delle sei età, oriens ex alto (Lc 1,78).
È proprio questo che Zaccaria, non più incredulo come dopo la prima visita dell’angelo, ma illuminato dallo Spirito Santo (Lc 1,67) e pieno di spirito di profezia – cioè di penetrazione dei segreti del disegno di Dio che si sta compiendo sotto i suoi occhi – riconoscerà in questo bambino nato dalla sua carne e di cui contempla con stupore la missione nello Spirito: “Quanto a te, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo” (Lc 1,76). Attraverso lo sguardo profetico che penetra, al di là delle apparenze percepibili, nel contenuto divino della storia santa, Zaccaria vede nel bambino questo profeta per eccellenza, non solo un profeta ma “più che un profeta” (Mt 11,9), che “camminerà davanti alla faccia di Dio”, cioè che precederà la manifestazione di Dio per “preparare la via” a quella manifestazione “mediante il perdono dei peccati”. Questa manifestazione non sarà il terribile giudizio su un’umanità schiava della morte e del peccato, ma l’espressione di una “tenera misericordia” che sorgerà come un’alba dal profondo, come una luce insperata in mezzo a tenebre ineluttabili.
Ciò dimostra quanto la vocazione di Giovanni sia definita innanzitutto in relazione al piano di Dio. Egli si trova, al termine della linea dei profeti, alle soglie della fine dei tempi, di fronte all’imminenza dell’evento decisivo. Da questa prospettiva, comprendiamo l’urgenza della chiamata che farà, il modo in cui scuoterà formalismi e connivenze. Egli osserva i segni della parousia, il sole che si oscura, la luna che non brilla più, le stelle che cadono dal cielo, le potenze del cielo che vengono scosse (cfr. Mt 24,29). Eppure già – e nella prima testimonianza che gli viene data mentre ancora si dimena in una culla – qualcosa brilla sul suo volto: l’alba del sole che sta per sorgere all’orizzonte e oscurare quello della prima creazione, qualcosa che è già come un primo riflesso del Vangelo e che lascia intuire che l’evento annunciato non sarà il trionfo del leone di Giuda sui nemici di Dio, ma il sacrificio dell’Agnello che toglie il peccato del mondo.

Originale in francese

Toute vocation se définit par rapport au dessein de Dieu et constitue une coopération à l’œuvre du salut. Toute vocation a une signification historique et présente, en ce sens, quelque chose d’unique, une tâche propre, irremplaçable, à accomplir. Mais, d’ordinaire, ces tâches propres se situent dans la trame commune de l’histoire du salut. Elles sont l’insertion, dans un temps et dans un lieu donnés, d’une mission collective. Toutefois, à certains moments décisifs, à certaines articulations de l’histoire, Dieu suscite des hommes qui ont à inaugurer une étape nouvelle. La vocation prend alors un caractère exemplaire. Ainsi la vocation d’Abraham, que Dieu appelle du monde païen pour être l’origine absolue d’un peuple nouveau qu’il se constitue. Ainsi la vocation de Moïse auquel Dieu se révèle dans le Buisson Ardent sous un nom nouveau qui marque un nouvel âge de la Révélation. On se souvient du texte de Pascal : « Les six âges ; les six pères des six âges ; les six merveilles à l’entrée des six âges ; les six orients à l’entrée des six âges »

La vocation comme mission

C’est dans cette ligne que se situe Jean-Baptiste. Et non seulement il se situe dans cette ligne, mais il est à la fois celui en qui elle culmine et celui en qui elle atteint son terme. Il récapitule en lui toutes les étapes de la préparation de la fin des temps qu’avaient marquées les vocations successives des patriarches et des prophètes ; mais il est le dernier, selon le mot même du Christ : « Tous les prophètes et la Loi ont prophétisé jusqu’à Jean» (Mt. 11,13). Et en effet, à présent, c’est un monde nouveau qui commence, qui ne s’inscrit plus dans la suite des prophètes, comme le croyait Mahomet, mais qui est l’accomplissement même de ce qu’avaient annoncé les prophètes, la venue de la gloire de Dieu demeurant corporellement parmi les hommes, le Verbe fait chair. Ce n’est plus avec les vocations prophétiques, mais avec le geste du Verbe de Dieu introduisant le premier Adam dans le Paradis que peut seul être mis en parallèle le geste du Verbe de Dieu ressaisissant Adam pour l’introduire irrévocablement dans le Paradis.
La vocation de Jean ne se situe donc pas à une charnière de l’Ancien Testament, comme celle de ses prédécesseurs ; elle se situe à la charnière de l’Ancien Testament et du Nouveau. Cela apparaît de façon remarquable dans l’Évangile de saint Luc. Alors que Zacharie, le père de Jean, prêtre de la classe d’Abia, était dans le Hékal, le Saint, à l’heure de la prière pour y offrir l’encens, « l’ange du Seigneur lui apparut debout à droite de l’autel de l’encens » (Luc 1,11).
C’est donc dans le cadre de la liturgie du Temple, de ce Temple où demeurait le Dieu vivant, mais qui préfigurait un autre Temple, que se situe l’annonce de la vocation de Jean. Mais avec Jésus, le Temple nouveau sera inauguré et le Temple préfiguratif déserté par la Présence. L’ange qui le gardait l’abandonnera, comme nous le dit saint Hilaire. Et c’est dans le Temple céleste qu’il offrira non plus l’encens figuratif, mais le véritable encens : la prière des saints (Apoc. 8,3). Plus explicite encore est la parole de l’ange : « Jean marchera devant le Seigneur avec l’esprit et la puissance d’Élie» (Luc 1,17). Élie apparaissait à la tradition juive comme le prophète par excellence, celui qui avait prêché la conversion à Israël infidèle pour le préparer au Jugement de Dieu, toujours imminent. Mais il était lui-même la préfiguration du dernier des prophètes, celui dont la venue précéderait immédiatement le Jugement. Les Juifs, à la veille de l’Évangile, avaient été mystérieusement instruits de l’imminence de l’événement eschatologique, comme en témoignent les manuscrits de la Mer Morte. C’est en quoi Jean-Baptiste est suscité par Dieu comme le nouvel et le dernier Élie, celui en lequel s’achève et s’épuise la longue lignée du prophétisme. Celui-ci n’était que la préparation de la Visite de Dieu. Dieu va maintenant visiter son peuple « comme un soleil qui se lève des profondeurs », comme le septième orient au terme des six âges, oriens ex alto (Luc 1,78).
C’est bien là ce que Zacharie, non plus incrédule comme il le fut après la première visite de l’ange, mais éclairé par l’Esprit-Saint (Luc 1,67) et rempli de l’esprit de prophétie — c’est-à-dire pénétrant les secrets du dessein de Dieu qui s’accomplit sous ses yeux — reconnaîtra dans cet enfant issu de sa chair et dont il contemple avec stupeur la mission dans l’Esprit : « Quant à toi, petit enfant, tu seras appelé prophète du Très-Haut» (Luc 1,76). Par le regard prophétique qui pénètre, au-delà des apparences sensibles, dans le contenu divin de l’histoire sainte, Zacharie voit, dans l’enfant, ce prophète par excellence, non seulement prophète mais « plus qu’un prophète» (Mt. 11, 9), qui « marchera devant la face de Dieu », c’est-à-dire qui précédera la manifestation de Dieu pour « préparer les voies » de cette manifestation « par la rémission des péchés ». Cette manifestation ne sera pas le jugement terrible porté sur une humanité esclave de la mort et du péché, mais l’expression « de la tendre miséricorde » qui se lèvera comme une aurore du fond des profondeurs, comme une lumière inespérée au sein des inéluctables ténèbres.
On voit ainsi à quel point la vocation de Jean se définit d’abord par rapport au dessein de Dieu. Il se tient, à l’extrême pointe de la lignée des prophètes, au seuil de la fin des temps, en face de l’imminence de l’événement décisif. On comprend, dans cette perspective, l’urgence de l’appel qu’il fera entendre, la manière dont il bousculera les formalismes et les connivences. Il guette les signes annoncés de la parousie, le soleil qui s’obscurcit, la lune qui ne donne plus sa clarté, les astres qui tombent du ciel, les puissances des cieux ébranlées (cf. Mt. 24,29). Et cependant déjà — et dans le premier témoignage qui lui est donné alors qu’il est encore vagissant dans un berceau — quelque chose resplendit sur son visage : l’aube du soleil qui va se lever à l’horizon et qui obscurcira celui de la création première, quelque chose qui est déjà comme un premier reflet de l’Évangile et qui laisse deviner que l’événement annoncé ne sera pas le triomphe du lion de Juda sur les ennemis de Dieu, mais le sacrifice de l’Agneau qui enlève le péché du monde.

Un pensiero riguardo “La vocazione di Giovanni il Battista

  1. ” Sei Tu colui che deve venire, o dobbiamo attendere un altro”: rappresenta il momento storico, non come singolo ma come missione collettiva “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista,gli zoppi camminano.. ..”. Tratti del testo che fanno riflettere. E ancora Lc 1,17 “Giovanni camminarà davanti al Signore con lo Spirito e la forza di Elia”: lo stabilirsi dei tempi che preannuncia. La vocazione di Giovanni a questo punto ha raggiunto quella unitiva, la fase dei perfetti, consapevole della vocazione battesimale e adeso a quella propria. Raggiunge la pienezza dell’Essere Eterno e della vita divina: Provvidenza, relazione con il mondo, Logos, Nuova Creazione. La mia risposta sta nel salmo 33 GUSTATE E VEDETE COM’È BUONO IL SIGNORE: LA RINASCITA

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