Il pensiero cristiano: l’unico a tenere conto della totalità della realtà (terza e ultima parte)

Jean Daniélou, “La pensée chrétienne”, Études, 1947.

La terza obiezione di Celso è forse la più sorprendente. Riguarda il valore dell’uomo. Celso rimprovera ai cristiani di dare a se stessi, e poi all’uomo in generale, un’importanza ridicola:

“Ebrei e cristiani sono come uno stormo di pipistrelli, come formiche che escono dalle loro tane, come rane che siedono intorno a una palude, come vermi riuniti in un angolo del pantano, che si dicono l’un l’altro: Noi siamo coloro ai quali Dio rivela in anticipo tutte le cose; trascurando l’universo e il corso degli astri, egli governa solo per noi, cercando con quali mezzi possiamo essere eternamente uniti a lui. Siamo stati creati da Dio del tutto simili a lui: tutte le cose sono subordinate a noi, la terra e l’acqua, l’aria e le stelle” (Contro Celso, IV, 23).

Anche qui la critica di Celso ha due aspetti. In primo luogo, ciò che contesta al cristianesimo è la sua pretesa di trascendenza rispetto alle altre religioni. Che diritto hanno i cristiani di pretendere di essere oggetto della speciale sollecitudine di Dio? E portando la sua critica nella direzione più moderna, Celso cerca, confrontando il cristianesimo con altre religioni, di dimostrare che non c’è nulla in esso che non si possa trovare altrove. Esiste una religione di cui le religioni sono solo approssimazioni e il cristianesimo è solo una di queste approssimazioni. Al di là di questa critica, è l’importanza più generale che il cristianesimo attribuisce all’uomo che Celso attacca. Per lui, ciò che è divino, come abbiamo detto, è l’ordine eterno del cosmo. L’uomo è parte di questo ordine di cui è solo un ingranaggio. Fa parte della natura. Cos’è l’uomo in questa visione, se non un elemento del tutto, infinitesimale e senza importanza.
Non è necessario sottolineare la modernità di queste critiche. Esse toccano ancora una volta uno dei punti essenziali della visione cristiana delle cose. Il relativismo e il sincretismo moderni mettono in discussione anche il cristianesimo tra le forme di vita religiosa e la sua pretesa di essere oggetto di un particolare intervento di Dio. Ancora di più, il pensiero scientifico moderno sfida la visione antropocentrica del cristianesimo. Mentre scopre le profondità dello spazio e del tempo, l’umanità sembra persa in questa natura immensa, di cui rappresenta un successo precario e fragile, ma niente di eccezionale. Per il naturalismo moderno, la realtà è di nuovo l’insieme, l’insieme del cosmo o l’insieme della società, in cui l’individuo appare solo come una parte, un ingranaggio totalmente subordinato all’insieme.
Il cristianesimo si oppone a questa visione nel modo più radicale. Per esso, una persona è più dell’intero mondo della natura. Una “persona” è essa stessa un tutto e non può mai essere considerata come una semplice parte. Basti ricordare alcuni grandi testi che segnano la storia del pensiero cristiano. È Gregorio di Nissa che condanna la schiavitù ricordando che “in tutto ciò che esiste nulla è in grado di contenere la grandezza dell’uomo”. Sono le parole di Giovanni della Croce: “Un solo pensiero dell’uomo vale più dell’intero universo! Sono le parole di Pascal: “Di tutti i corpi insieme, uno non può fare un atto di intelligenza”. L’affermazione della trascendenza della persona umana rispetto all’intera natura appare dunque qui come una delle principali affermazioni del pensiero cristiano. Anche qui ritroviamo la stessa posizione di prima. Questo valore della persona era estraneo al pensiero antico. Il fatto cristiano lo ha imposto al pensiero. Il pensiero moderno lo ha recepito e lo considera ormai patrimonio del modo di pensare umano. Anche in questo caso, il pensiero cristiano ci appare come l’impatto del fatto cristiano sul pensiero.
Il fondamento di questa dottrina nel cristianesimo è la concezione dell’uomo creato a immagine di Dio, cioè l’uomo chiamato da Dio, attraverso una vocazione personale, a partecipare alla sua vita. L’affermazione essenziale è dunque, come la vedeva Celso, quella dell’amore di Dio, che si interessa dell’uomo, sua creatura, o meglio che lo ha creato solo per comunicargli i suoi beni. Questo amore non è rivolto al genere umano in generale. È rivolto a ogni singola anima: “Mi ha amato e ha dato la sua vita per me”. Ogni cristiano si vede così amato personalmente da Dio, redento dal sangue di Cristo, morto solo per lui. Questa affermazione capovolge tutte le prospettive. Dà a ogni persona un valore infinito come oggetto di un amore infinito. Questo è il fondamento del valore di ogni anima umana, che la rende più preziosa dell’intero universo.
Sì, Celso ha ragione, il cristiano pensa che Dio abbia creato gli uomini per renderli simili a sé e che tutto sia subordinato a loro. La domanda che possiamo porci è se questo senso della dignità umana possa sopravvivere al di fuori delle concezioni teologiche su cui si basa. Non sembra che sia così. Le filosofie laiche della persona, che vogliono basare il suo valore semplicemente sulla sua natura, sono infatti, come dimostrano gli eventi, impotenti di fronte alle correnti totalitarie che vogliono subordinare la persona alle forze della natura. Solo una realtà è inviolabile, ed è Dio stesso. Ciò che rende sacra la persona è la sua consacrazione, la sua appartenenza a Dio. Senza questa consacrazione, la filosofia è impotente a proteggere questa realtà che deve al cristianesimo.
Così, alla fine di questo studio, siamo in grado di precisare sia la natura che il contenuto essenziale di questa nozione del pensiero cristiano, che all’inizio sembrava così enigmatica. È il solco che le realtà cristiane tracciano nel pensiero, costringendolo a conformarsi a questo fatto nuovo che esse costituiscono e che fa parte della realtà integrale. In questo senso, il pensiero cristiano, essendo l’unico pensiero che tiene conto della totalità della realtà, ci appare anche come il pensiero più completo. Ci dà la vera concezione di Dio, dell’uomo e del mondo. A questa vera concezione può arrivare la ragione umana di diritto. In realtà, poiché l’uomo che la esercita è un uomo peccatore, essa è stata storicamente incapace di farlo. È stato necessario il fatto cristiano perché il pensiero in quanto tale raggiungesse il suo oggetto. È il caso dell’uomo, che si realizza pienamente solo nel cristianesimo. Così, il cristianesimo, il cui obiettivo primario ed essenziale è aprire all’uomo il mondo soprannaturale della vita trinitaria, è anche, in aggiunta, ciò che gli permette di realizzarsi nel suo ordine.

Originale in francese

La troisième objection de Celse est peut-être la plus frappante. Elle concerne la valeur de l’homme. Celse reproche aux chrétiens de se donner d’abord à eux-mêmes, puis à l’homme en général une ridicule importance : « Juifs et chrétiens ressemblent à une troupe de chauves-souris, à des fourmis qui sortent de leurs trous, à des grenouilles qui tiennent séance autour d’un marais, à des vers formant assemblée dans un coin du bourbier qui se diraient les uns aux autres : nous sommes ceux à qui Dieu révèle toutes choses d’avance ; négligeant l’univers et le cours des astres, c’est pour nous seuls qu’il gouverne, cherchant par quels moyens nous pouvons lui être unis éternellement. Nous avons été créés par Dieu entièrement semblables à Lui : toutes choses nous sont subordonnées, la terre et l’eau, l’air et les étoiles» (Contre Celse, IV, 23).
La critique de Celse ici encore présente deux aspects. Ce qu’il conteste d’abord dans le christianisme, c’est sa prétention à la transcendance par rapport aux autres religions. De quel droit les chrétiens se prétendent-ils l’objet d’une sollicitude spéciale de Dieu ? Et poussant sa critique dans le sens le plus moderne, Celse s’efforce, en comparant le christianisme aux autres religions, de montrer qu’il ne s’y trouve rien qu’on ne retrouve ailleurs. Il y a une religion dont les religions ne sont que des approximations et le christianisme n’est qu’une de ces approximations. Au delà de cette critique, c’est à l’importance plus générale que le christianisme attache à l’homme que Celse s’en prend. Pour lui, ce qui est divin, nous l’avons dit, c’est l’ordre éternel du cosmos. L’homme, rentre dans cet ordre dont il n’est qu’un rouage. Il fait partie de la nature. Ou’est-ce dans cette vision qu’un homme, sinon un élément du tout, infime et sans importance.
Je n’ai pas besoin de souligner la modernité de ces critiques. Elles touchent ici encore un des points essentiels de la vision chrétienne des choses. Le relativisme et le syncrétisme modernes font eux aussi du christianisme une des formes de la vie religieuse et contestent sa prétention à être l’objet d’une intervention, particulière de Dieu. Plus encore la pensée scientifique moderne conteste la vision anthropocentrique du christianisme. A mesure qu’elle découvre les profondeurs de l’espace et du temps, l’humanité lui paraît perdue dans cette immense nature, dont elle représente une réussite précaire et fragile, mais sans rien d’exceptionnel. Pour le naturalisme moderne, la réalité ici encore est le tout, le tout du cosmos ou le tout de la société, dans lequel l’individu apparaît seulement comme une partie, un rouage totalement subordonné à l’ensemble.
Or à cette vision des choses, le christianisme s’oppose de la façon la plus radicale. Pour lui un seul homme est plus que le monde de la nature tout entière. Une ‘personne est elle-même une totalité et ne peut jamais être considérée comme une simple partie. Il n’est que de rappeler ici quelques-uns des grands textes qui jalonnent l’histoire de la pensée chrétienne. C’est Grégoire de Nysse, condamnant l’esclavage en rappelant que « dans tout ce qui existe rien n’est capable de contenir la grandeur de l’homme ». C’est le mot de Jean de la C roix : « Une seule pensée de l’homme vaut mieux que tout l’univers ! » C’est celui de Pascal : « De tous les corps ensemble, on ne peut faire un acte d’intelligence ». L ’affirmation de la transcendance de la personne humaine par rapport à toute la nature apparaît donc ici comme une affirmation majeure de la pensée chrétienne. Or ici encore nous retrouvons la même position que tout à l’heure. Cette valeur de la personne était étrangère à la pensée antique. Le fait chrétien l’a imposée à la pensée. La pensée moderne l’a recueillie et elle est maintenant considérée comme appartenant au patrimoine de la pensée humaine. Ici encore la pensée chrétienne nous apparaît comme retentissement du fait chrétien sur la pensée.
Ce qui fonde en effet cette doctrine dans le christianisme, c’est la conception de l’homme créé à l’image de Dieu, c’est-à-dire de l’homme appelé par Dieu, par une vocation personnelle, à participer à sa vie. L ’affirmation essentielle ici c’est donc bien, comme le voyait Celse, celle de l’amour de Dieu, qui s’intéresse à l’homme sa créature, ou plutôt qui l’a créé seulement pour lui communiquer ses biens. Cet amour ne s’adresse pas à l’espèce humaine de façon générale. Il s’adresse à chaque âme en particulier : « Il m’a aimé et il a donné sa vie pour moi ». Chaque chrétien se considère donc comme aimé personnellement par Dieu, comm e racheté par le sang du Christ, qui serait mort pour lui seul. Une telle affirmation bouleverse toutes les perspectives. Elle donne à chaque -homme une valeur infinie, en tant qu’il est objet d’un amour infini. C’est là ce qui fonde la valeur de toute âme d’homme, qui fait qu’elle a plus de prix que tout l’univers.
Oui, Celse a raison, le chrétien pense en effet que Dieu a créé les hommes pour se les rendre semblables et que tout leur est subordonné. E t la question, que nous pourrons nous poser ici, c’est celle de savoir si ce sens de la dignité de l’homme peut subsister en dehors des vues théologiques qui la fondent. Il semble bien qu’il n’en soit pas ainsi. Les philosophies laïques de la personne, qui veulent fonder sa valeur simplement sur sa nature, sont en effet, les événements le prouvent, impuissantes contre les courants totalitaires qui veulent subordonner la personne aux forces de la nature. Une seule réalité en effet est inviolable et c’est Dieu même. Ce qui rendait la personne sacrée, c’était sa consécration, son appartenance à Dieu. Hors de cette consécration, ia philosophie s’avère bien impuissante à protéger cette réalité qu’ elle doit au christianisme.
Ainsi au terme de cette étude, nous arrivons à préciser à la fois la nature et le contenu essentiel de cette notion de pensée chrétienne qui nous avait paru d’abord si énigmatique. Elle est le sillon que les réalités chrétiennes tracent dans la pensée en l’obligeant à se conformer à cette donnée nouvelle qu’elles constituent et qui fait partie de la réalité intégrale. A cet égard-la pensée chrétienne, étant îa seule qui tienne compte de la totalité du réel, nous apparaît aussi comme étant la pensée la plus achevée. Elle nous donne la vraie conception de Dieu, de l’homme et du monde. A cette vraie conception, la raison humaine en droit pourrait parvenir. En fait, parce que l’homme qui l’exerce est un homme pécheur, elle en a été historiquement incapable. Il a fallu le fait chrétien pour que la pensée comme telle atteigne son objet. Il en est ainsi comm e de l’homme qui ne se réalise pleinement que dans le christianisme. Ainsi le christianisme dont le but premier et essentiel est d’ouvrir à l’homme le monde surnaturel de la vie trinitaire est aussi par surcroît ce qui lui permet de s’accomplir dans î’ordre propre qui est le sien.

Lascia un commento