Jean Daniélou, “La pensée chrétienne”, Etudes 1947.

Definita la natura propria del pensiero cristiano, resta da precisarne le caratteristiche essenziali. Questa descrizione vorrebbe raggiungere le caratteristiche di ogni possibile pensiero cristiano, che costituiscono i punti fondamentali di resistenza che il dato cristiano propone al pensiero e ai quali il pensiero è obbligato a piegarsi per essere cristiano. Per chiarire questi punti, dovremo fare riferimento all’incontro tra il pensiero greco e la realtà cristiana, che costituisce per noi l’unico terreno di esperienza storicamente dato. Ma questa esperienza è così cruciale e così in sintonia con le caratteristiche universali del cristianesimo che può assumere un valore esemplare. Per questo ci riferiremo al caso eminente che abbiamo già citato, quello di Origene. Nel suo dialogo con il pagano Celso, i due uomini, come ha dimostrato la signora Miura Stange (Celsus und Origenes), hanno la stessa mentalità: sono entrambi platonici. Ciò che li oppone, quindi, sono solo le incompatibilità del cristianesimo e del platonismo. Abbiamo qui un esperimento di eccezionale interesse.
Ora, i punti di attrito dei due pensieri possono essere ridotti a tre critiche essenziali che Celso muove al cristianesimo, tre critiche molto semplici, per nulla filosofiche, che costituiscono comunque i principali punti di resistenza del pensiero al cristianesimo e che definiscono così la realtà cristiana nella sua irriducibilità. Queste tre critiche sono:
1°) Voi vi reclutate tanto dagli ignoranti e dai peccatori quanto dai sapienti: “Ascoltiamo chi chiamano: se qualcuno è peccatore, se qualcuno è ignorante, se qualcuno è infantile, e così via tutti i diseredati, questi ottengono il regno di entrambi” (Contro Celso, III, 59).
2°) Voi rovesciate le antiche tradizioni portando un nuovo culto (Contro Celso, V, 25).
3°) Vi date un’importanza ridicola pensando che Dio si sia interessato a voi più che agli altri uomini.
Vedremo come queste tre obiezioni, così popolari nella forma, così simili a quelle che incontriamo ancora oggi e che sono quindi le obiezioni che il cristianesimo non cesserà di incontrare, perché costituiscono il rifiuto stesso del pensiero che vuole bastare a se stesso nel dato cristiano, vedremo come queste obiezioni ci fanno toccare i tre caratteri essenziali della realtà cristiana. E così ci permetteranno di definire il pensiero cristiano come quello che si sottomette a queste tre condizioni.
Per il pensiero filosofico, Dio costituisce la sfera superiore della gerarchia degli esseri. Questa gerarchia va dalla natura, che rappresenta l’ultimo grado, alla divinità, che è il grado più alto. La natura è estranea a Dio. La saggezza consisterà per l’uomo nel liberarsi da ciò che è legato al sensibile per vivere solo in ciò che è legato al divino. O il divino è lo spirito. Theion e noeon sono la stessa cosa. È la sfera superiore dell’essere a cui appartengono uomini, eroi e dèi. L’unione con il divino rappresenterà lo sforzo supremo proposto all’uomo da Platone e Plotino. L’accesso al divino sembra essere molto difficile e al tempo stesso accessibile a un’élite di filosofi. Questa è la visione platonica. Ora si può dire che si trova in tutte le concezioni della sapienza umana, nel buddismo e nel neoplatonismo, in Platone e in Spinoza.
Ma il Dio vivente della Bibbia fa saltare questa concezione. In primo luogo non si identifica con nessuna essenza, non è la più alta delle essenze. Egli è al di là di ogni essenza. La separazione non è quindi tra il mondo intelligibile e il mondo sensibile, ma tra il Creatore e la creatura. C’è quindi un abisso tra Dio e ogni spirito creato. L’accento è posto sulla sovrana indipendenza di Dio nell’esistenza e sulla radicale dipendenza di tutto ciò che non è Dio. Così Dio può chiamare le sue creature a partecipare alla sua vita senza che questo implichi il minimo panteismo, perché la differenza sarà sempre che questa vita sarà posseduta in Dio per natura, nell’uomo ricevuta per grazia.
Possiamo quindi vedere come questa concezione modifichi radicalmente il rapporto tra Dio e l’uomo e ci fornisce una risposta all’obiezione di Celso. Per Celso, Dio è allo stesso tempo accessibile e molto difficile da raggiungere; quindi solo i saggi lo raggiungeranno. Per i cristiani è molto diverso. Dio è radicalmente inaccessibile e molto facile da raggiungere. L’uomo non può avere alcuna presa su di esso, la sua trascendenza è assoluta. Non è solo una trascendenza metafisica, è il mistero della santità di Dio, che è totalmente separato da tutte le creature nel possesso della sua beatitudine essenziale. Ma questo Dio radicalmente inaccessibile è un Dio vivente che si manifesta e si comunica attraverso l’amore. Per conoscerlo, quindi, non c’è più bisogno di uno sforzo dell’intelletto, ma dell’umiltà dell’anima. E questo Dio inaccessibile è quindi il Dio vicinissimo che non si è manifestato ai filosofi e ai dotti, ma agli umili e ai piccoli. E questo è il messaggio essenziale del Vangelo. Si rivolge ai peccatori, ma tutti sono peccatori e l’essenziale per conoscere Dio è riconoscersi peccatori. Si rivolge agli ignoranti, e tutti sono ignoranti, perché la scienza umana è il nulla e la follia rispetto alla sapienza della croce. Si rivolge ai piccoli, perché Gesù ha detto: se non diventerete come uno di questi piccoli, non entrerete nel regno. Un povero schiavo convertito è più vicino al Dio vivente di Celso il platonico. E questa è la novità del Dio cristiano.
La seconda obiezione di Celso al cristianesimo è la sua novità. Anche qui, sotto la reazione esterna, appare un aspetto fondamentale dell’opposizione tra cristianesimo e pensiero. La reazione esterna è l’ostilità dei vecchi culti pagani tradizionali di fronte al cristianesimo. Il cristianesimo è essenzialmente una rottura con il mondo degli idoli e una comunione con Cristo. Nei primi secoli cristiani assistiamo a uno sforzo disperato da parte del paganesimo per resistere alla marea montante della “nuova” religione. Paganesimo e conservatorismo si identificano: ricordiamo le parole di Giuliano: “Odio ogni innovazione, soprattutto per quanto riguarda gli dei”. La religione pagana, con la diversità dei suoi culti corrispondente alla diversità delle nazioni, appare a Giuliano come costituente un ordine eterno, voluto dagli dei, immutabile come la natura, e contro il quale il giovane cristianesimo, con il suo universalismo e la sua novità, rappresenta una forza rivoluzionaria e sovversiva.
Anche in questo caso, però, questo apparente conflitto nasconde una fondamentale opposizione di mentalità. Per il pensiero greco, il divino è il mondo immobile delle idee. Di questo mondo immobile, il divenire rappresenta un riflesso creato, soggetto al cambiamento, ma dove il cambiamento stesso è controllato da leggi immutabili che esorcizzano in esso ogni novità e lo rendono un riflesso mobile dell’immobile. Il tipo di movimento perfetto sembra essere il moto circolare eternamente ricorrente degli astri. La storia umana è a sua volta concepita come circolare nella dottrina dell’eterno ritorno, secondo la quale, alla fine dell’anno cosmico, tutto ricomincia esattamente come prima, rinascendo le età dell’oro dopo le conflagrazioni finali. Così ogni novità è esclusa per sempre e il mondo riflette eternamente il suo modello intelligibile.
A questa visione, la realtà cristiana oppone la sua fede nel valore unico e irrevocabile dell’evento dell’Incarnazione. Cristo, secondo la Lettera agli Ebrei, è entrato una volta per tutte (hapax) nel Santo dei Santi, cioè nella sfera trinitaria, con la sua Ascensione. E qui c’è qualcosa di irrevocabilmente acquisito. Nulla potrà più separare la natura umana da quella divina. Nessuna ricaduta è possibile. L’umanità è sostanzialmente salvata. La storia non è altro che l’estensione agli individui di ciò che è stato acquisito per l’intera natura. Abbiamo qui un evento che introduce un cambiamento qualitativo definitivo nel tempo, per cui non si può più tornare indietro. C’è quindi, nel pieno senso della parola, un passato e un futuro. Questa fede nel carattere irreversibile della salvezza acquisita è alla base della speranza cristiana, che è l’attesa di entrare nel godimento di un bene già acquisito, e si contrappone alla malinconia greca, che è consenso all’eterno ripetersi delle cose.
Originale in francese
Ayant défini désormais la nature propre de la pensée chrétienne, il nous reste à en préciser les caractères essentiels. Cette description voudrait atteindre les caractères de toute pensée chrétienne possible, ce qui constitue les points de résistance fondamentaux que le donné chrétien propose à la pensée et auxquels celle-ci est obligée de se plier pour être chrétienne. Pour préciser ces points, nous devrons nous référer à la rencontre de la pensée grecque et de la réalité chrétienne, qui constitue pour nous le seul terrain d’expérience historiquement donné. Mais cette expérience est si cruciale et atteint si bien les caractères universels du christianisme qu’elle peut prendre valeur exemplaire. Nous nous référerons pour cela au cas éminent dont nous avons déjà parlé, qui est celui d’Origène. Dans son dialogue avec le païen Celse, les deux hommes, comme l’a montré Madame Miura Stange (Celsus und Origenes) ont la même mentalité : ce sont deux platoniciens. Ce qui les oppose donc, ce seront seulement les points d’incompatibilité du christianisme et du platonisme. Nous avons donc là une expérience d’un intérêt exceptionnel.
Or, les points de friction des deux pensées peuvent se ramener à trois critiques essentielles que Celse fait au christianisme, trois critiques très simples, aucunement philosophiques, qui constituent encore aujourd’hui les points de résistance principaux de la pensée au christianisme et qui définissent ainsi la réalité chrétienne dans son irré ductibilité. Ces trois critiques sont :
1°) Vous vous recrutez aussi bien chez les ignorants et les pécheurs que chez les sages : « Ecoutons qui ils appellent : Si quelqu’un est pécheur, si quelqu’un est ignorant, si quelqu’un est puéril, et pour ainsi dire tous les déshérités, ceux-là obtiennent le royaume des deux» (Contre Celse, III, 59).
2°) Vous renversez les traditions antiques en apportant un culte nouveau ( Contre Celse, V , 25).
3°) Vous vous donnez une importance ridicule en pensant que Dieu s’est intéressé à vous plus qu’aux autres hommes.
Nous allons voir comment ces trois objections, si populaires de forme, si semblables à celles que nous rencontrons encore aujourd’hui et qui sont donc les objections auxquelles le christianisme ne cessera de se heurter, parce qu’elles constituent le refus même de la pensée qui veut se suffire à elle-même au donné chrétien, nous verrons comment ces objections nous font toucher les trois caractères essentiels de la réalité chrétienne. E t ainsi elles nous permettront de définir la pensée chrétienne comme celle qui se soumet à ces trois conditions.
Pour la pensée philosophique, Dieu constitue la sphère supérieure de la hiérarchie des êtres. Cette hiérarchie va de la nature qui en représente le dernier degré à la divinité qui en est le degré le plus haut. La nature est étrangère à Dieu. La sagesse consistera pour l’homme à se dégager de ce qui en lui est apparenté au sensible pour vivre seulement dans ce qui est apparenté au divin. O r le divin, c’est l’esprit. Le theion et le noèton sont une même chose. C’est la sphère supérieure de l’être à laquelle appartiennent les hommes, les héros et les dieux. Etre uni au divin représentera l’effort suprême proposé à l’homme par Platon et Plotin. L ’accès au divin apparaît à la fois comme très difficile, mais cependant comme accessible à une élite de philosophes. Telle est la vision platonicienne. Or on peut dire qu’elle se retrouve dans toutes les conceptions de sagesse humaine, dans le bouddhisme et dans le néo-platonisme, dans Platon et dans Spinoza.
Or le Dieu vivant de la Bible fait entièrement sauter cette conception. En premier lieu il ne s’identifie pas avec une essence quelconque, il n’est pas la plus élevée des essences. Il est au delà de toute essence. La séparation n’est donc pas entre le monde intelligible et le monde sensible, mais entre le Créateur et la créature. Il y a donc un abîme entre Dieu et tout esprit créé. L ’accent est mis sur l’indépendance souveraine de Dieu dans l’existence et la dépendance radicale de tout ce qui n’est pas Dieu. Ainsi Dieu pourra appeler ses créatures à participer à sa vie sans que ceci implique le moindre panthéisme, car la différence consistera toujours en ce que cette vie sera en Dieu possédée par nature, dans l’homme reçue par grâce.
On voit dès lors comment cette conception m odifie radicalement les relations de Dieu et de l’homme et nous apporte une réponse à l’objection de Celse. Pour Celse, Dieu est à la fois accessible et très difficile à atteindre ; ainsi seuls les sages y parviendront. Pour les chrétiens il en est tout autrement. Dieu est radicalement inaccessible et très facile à atteindre. L’homme ne peut avoir aucune prise sur lui, sa transcendance est absolue. Ce n’est pas seulement une transcendance métaphysique, c’est le mystère de la sainteté de Dieu, qui est totalement séparé de toute créature dans la possession de sa béatitude essentielle. Mais ce Dieu radicalement inaccessible est un Dieu vivant qui se manifeste et se communique par amour. Il n’est donc plus besoin pour le connaître d’un effort de l’intelligence, mais de l’humilité de l’âme. Et ce Dieu inaccessible est ainsi le Dieu très proche qui ne s’est pas manifesté aux philosophes et aux savants, mais aux humbles et aux petits. Et tel est bien le message essentiel de l’Evangile. Il s’adresse à des pécheurs, mais tous sont pécheurs, et l’essentiel pour connaître Dieu, c’est de se reconnaître pour pécheurs. Il s’adresse à des ignorants, et tous sont ignorants, car la science humaine est néant et folie à côté de la sagesse de la croix. Il s’adresse à des petits, car Jésus a dit : si vous ne devenez comme l’un de ces petits, vous n’entrerez pas dans le royaume. Un pauvre esclave converti est plus proche du Dieu vivant que Celse le platonicien. Et c’est toute la nouveauté du Dieu chrétien.
La seconde objection de Celse au christianisme, c’est sa nouveauté. Ici encore sous la réaction extérieure, c’est un aspect fondamental de l’opposition du christianisme et de la pensée qui apparaît. Ea réaction extérieure, c’est l’hostilité des vieux cultes païens traditionnels en présence du christianisme. Celui-ci en effet est essentiellement rupture avec le monde des idoles et communion au Christ. Nous assistons dans les premiers siècles chrétiens à un effort désespéré du paganisme pour se maintenir contre le flot montant de la religion « nouvelle». Paganisme et conservatisme s’identifient : qu’on se souvienne du mot de Julien : « Je hais toute innovation, surtout en ce qui concerne les dieux ». Ea religion païenne, avec la diversité de ses cultes correspondant à la diversité des nations, apparaît à Julien comme constituant un ordre étemel, voulu par les dieux, aussi immuable que la nature, et contre quoi le jeune christianisme, avec son universalisme et sa nouveauté, représente une force révolutionnaire et subversive.
Or, ici encore ce conflit apparent recouvre une opposition foncière de mentalité. Pour la pensée grecque, le divin est le monde immobile des idées. De ce monde immobile, le devenir représente un reflet créé, soumis au changement, mais où le changement lui-même est commandé par des lois immuables qui exorcisent en lui toute nouveauté et en font un reflet mobile de l’immobile. Ee type du mouvement parfait apparaît comme étant le, mouvement circulaire des astres qui se reproduit éternellement. E’histoire humaine à son tour est conçue comme circulaire dans la doctrine de l’étemel retour selon laquelle, au terme de Fannée cosmique, tout recommence exactement comme auparavant, les âges d’or renaissant après les conflagrations finales. A insi toute nouveauté est à jamais exclue et le monde éternellement reflète son modèle intelligible.
A cette vision, la réalité chrétienne oppose sa foi dans la valeur unique, irrévocable, de l’événement de l’Incarnation. Le Christ, selon l’Epître aux Hébreux, est entré une fois pour toutes (hapax) dans le Saint des Saints, c’est-à-dire dans la sphère trinitaire, par son Ascension. E t il y a là quelque chose d’irrévocablement acquis. Rien jamais ne pourra plus désormais séparer la nature humaine de la nature divine. Aucune rechute n’est plus possible. L’humanité est substantiellement sauvée. L ’histoire n’est plus que l’ extension aux individus de ce qui est acquis à la nature entière. Nous avons donc ici un événement qui introduit un changement qualitatif définitif dans lé temps, en sorte que jamais on ne pourra revenir en arrière. Il y a donc au sens complet du mot un passé et un avenir. Cette foi dans le caractère irréversible du salut acquis fonde l’ espérance chrétienne, qui est attente d’entrer en jouissance d’un bien déjà acquis, et l’oppose à la mélancolie grecque, qui est consentement à l’étemelle répétition des choses.