Il futuro del pensiero cristiano: da un cristianesimo ellenico a un cristianesimo plurale

Jean Daniélou, “La pensée chrétienne”, Etudes 1947.

San Girolamo e Dionigi. Trionfo di San Tommaso a Santa Maria Novella, Firenze

La prima questione è chiedersi che cosa significhino le parole pensiero cristiano e quale significato dobbiamo dare loro. Il cristianesimo, infatti, non si presenta prima di tutto come un sistema filosofico o addirittura come una saggezza, ma è prima di tutto un fatto o, più esattamente, una sequenza di eventi. I libri sacri del cristianesimo, l’Antico e il Nuovo Testamento, raccontano una storia, dall’elezione di Abramo alla Pentecoste, il cui momento essenziale è segnato dalla risurrezione di Cristo. È una storia nel senso più positivo del termine, di eventi che fanno parte del tessuto dei fenomeni. Ma questi eventi appartengono allo stesso tempo a un’altra storia, storica quanto l’altra, ma che non cade sotto la presa del metodo storico e che è quella dei magnalia Dei.
Questi eventi storici non sono in primo luogo l’avvento di una nuova epoca di pensiero, ma sono molto più profondamente un cambiamento nell’esistenza dell’uomo. È una nuova modalità di esistenza, una nuova creazione, una deuterà Ktisis che modifica la condizione umana e di cui tutto il pensiero deve tener conto. Abbiamo qui un cambiamento di pensiero che è consecutivo prima di tutto a un cambiamento di esistenza. Questo cambiamento è l’ingresso dell’uomo, attraverso Gesù Cristo, nell’ordine soprannaturale, che è una partecipazione alla vita stessa di Dio. Si tratta di un ordine di realtà proprio, assolutamente trascendente rispetto a tutta la vita naturale, che è il disegno nascosto in Dio da tutta l’eternità di adottarci come suoi figli, un mistero preparato dagli eventi dell’Antico Testamento, compiuto dall’Incarnazione, dalla Risurrezione e dall’Ascensione di Cristo, e realizzato dalla creazione della Chiesa, che è un nuovo cosmo, a Pentecoste. Il cristianesimo è quindi prima di tutto di ordine cosmico, o meglio ipercosmico. È trascendente rispetto a tutta la natura. È il Regno di Dio già presente nel mistero.
È notevole che i due più grandi geni dell’antichità cristiana, Origene e Agostino, siano stati entrambi colpiti dal fatto che il cristianesimo è più un cambiamento nella realtà che un cambiamento nel pensiero. Essi ritenevano infatti che, in termini di conoscenza, Platone fosse giunto a conoscere una grande quantità di verità: un Dio spirituale, che crea per amore, la cui somiglianza è il fine dell’uomo. Ma questo ideale che aveva intravisto rimaneva una pura speculazione, accessibile a pochi sapienti. Il cristianesimo appariva loro, al contrario, come la comunicazione da parte di Dio di un’energia divina, di una grazia che operava effettivamente questa divinizzazione di cui la filosofia era solo la teoria, lasciando l’uomo ancora più infelice.
Ma questa nuova creazione rappresentata dal mondo della grazia, che è l’intera realtà cristiana, ha incontrato il mondo del pensiero. Ed è qui che appare il pensiero cristiano. Esiste dunque un pensiero cristiano, che è la ripercussione dell’esistenza cristiana su quest’altra dimensione cosmica che è il pensiero. Il pensiero cristiano è dunque pensiero nella misura in cui è modificato dall’evento cristiano. Non si tratta quindi di una struttura mentale particolare, come nel caso del pensiero cinese, arabo o greco, ma di nuove condizioni oggettive di realtà che si imporranno a tutto il pensiero, a qualsiasi mentalità appartenga. Non possiamo quindi dire che esiste un pensiero cristiano come un pensiero greco o un pensiero indù. Ci può essere un pensiero cristiano greco e un pensiero cristiano indù. Il cristianesimo non è legato a nessuna mentalità particolare.
Questo punto è stato ben evidenziato in precedenza, in relazione al dibattito sulla filosofia cristiana, da M. Gilson e M. Maritain. Essi hanno mostrato chiaramente che non esiste una filosofia naturalmente cristiana, ma che la filosofia cristiana è il fatto storico di un pensiero condizionato oggettivamente dai dati della Rivelazione e soggettivamente dalla vivificazione dell’intelligenza per mezzo della grazia della fede. Il pensiero cristiano non è in alcun modo un’esigenza o un’estensione del pensiero filosofico. È questo stesso pensiero filosofico rettificato, corretto da questi dati di altro ordine che sono la realtà cristiana. Vorrei sottolineare che la realtà cristiana stessa comprende il suo pensiero. Il cristianesimo è vita e luce, sacramento e dogma. Il nostro obiettivo qui non è questo pensiero strettamente teologico e rivelato. Si tratta invece di determinare l’impatto del fatto rivelato sul pensiero filosofico e religioso.
Storicamente, l’incontro tra cristianesimo e pensiero avviene con gli apologeti greci, e in particolare con Giustino. L’incontro tra Giustino, filosofo alla ricerca della verità e della saggezza, e il vecchio cristiano che gli rivela il Vangelo, segna una data nella storia del pensiero umano. (In effetti, questo incontro tra ellenismo e cristianesimo non va cercato prima in San Giovanni o in San Paolo. Il loro pensiero è ancora puramente biblico, anche se la loro lingua è il greco). È a partire da questo momento che si costruisce nel bacino del Mediterraneo il pensiero cristiano occidentale, che da Giustino a oggi rappresenta l’unica forma storica di pensiero cristiano: è un pensiero cristiano di struttura ellenistica. Siamo di fronte a un fatto storico specifico, che si colloca nella sequenza dei pensieri e che si identifica praticamente con la storia dell’Europa occidentale degli ultimi duemila anni.
Ma questa forma di pensiero cristiano non è l’unica possibile. Il pensiero cristiano non si identifica con il pensiero greco-cristiano. È definito dalle condizioni a priori di tutto il pensiero cristiano; sono queste condizioni che costituiscono la philosophia perennis che dovremo definire tra poco. Se la rivelazione cristiana è completa, siamo autorizzati a pensare che il pensiero cristiano sia appena iniziato, che sia ai suoi primi passi. Questa è almeno un’ipotesi assolutamente legittima. Sembra infatti che la realtà cristiana dovrà incarnarsi in altre mentalità e nelle filosofie da esse scaturite. A questo proposito, sembra che ci troviamo in un periodo cruciale del pensiero cristiano, quando, con l’autonomia culturale dei Paesi in cui il cristianesimo ha assunto finora la sua forma ellenistica, vedremo emergere il pensiero cristiano cinese, indù, giapponese, arabo, ecc. Il terzo millennio, in cui stiamo entrando, segnerà senza dubbio importanti sviluppi in questo senso.
Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che questo problema dell’incarnazione della realtà cristiana in varie forme di pensiero è già sorto, e questo fin dalle origini del cristianesimo. La Rivelazione si è espressa dapprima in una mentalità ebraica, cioè semitica. Sappiamo quanto siano stati complessi i problemi di trascrizione di questo messaggio in una forma ellenistica. Era necessario prendere in prestito parole che avevano un significato diverso, per dare loro un nuovo senso, ma la trasposizione non era mai così perfetta che il vecchio contenuto della parola non desse una certa nuova colorazione ai dati biblici. Così la memra, la parola ebraica, è qualcosa di molto diverso dal logos greco con cui è stata trascritta. E il logos cristiano è quindi una nuova categoria, che è il dato biblico rifratto in una realtà culturale che gli conferisce nuove armonie. Così la Torah ebraica è qualcosa di molto diverso da ciò che il nomos greco, la Legge, evoca in noi: è il comandamento personale di un Dio vivente, non un ordine giuridico. Stiamo appena scoprendo, tornando alla conoscenza della Bibbia, quanto il nostro pensiero cristiano occidentale sia una rivelazione ellenizzata. Così, l’incarnazione del pensiero cristiano avverrà nelle altre grandi culture, il messaggio unico di Cristo si rifrange in queste forme diverse, ognuna delle quali manifesta maggiormente uno dei suoi aspetti.

Originale in francese

La première question est de nous demander ce que signifient les mots : pensée chrétienne, et quel sens il faut leur donner. Car le christianisme n’apparaît pas d’abord comme un système philosophique ou même comme une sagesse, mais il est premièrement un fait ou plus exactement une suite d’événements. Ce que rapportent les Livres Saints du christianisme, l’Ancien et le Nouveau Testament, c’est une histoire, qui va de l’élection d’Abraham à la Pentecôte et dont le moment essentiel est marqué par la Résurrection du Christ. Il s’agit d’une histoire au sens le plus positif du mot, d’événements qui se situent dans la trame des phénomènes. Mais ces événements appartiennent en même temps à une autre histoire, aussi historique que l’autre, mais qui ne tombe pas sous la prise de la méthode historique et qui est celle des magnalia Dei.
Ces événements historiques ne sont pas d’abord l’avènement d’une nouvelle époque de la pensée, mais ils sont beaucoup plus profondé ment un changement de l’existence de l’homme. Il s’agit là proprement d’un mode d’exister nouveau, qui constitue une création nouvelle, une deuterà Ktisis qui modifie la condition humaine et dont désormais toute pensée devra tenir compte. Nous avons là un changement dans la pensée qui est consécutif d’abord d’un changement dans l’existence. Ce changement, c’est l’entrée de l’homme par Jésus-Christ dans l’ordre surnaturel, qui est une participation à la vie même de Dieu. Il s’agit là d’un ordre de réalité propre, absolument transcendant à toute vie naturelle, qui est le dessein caché en Dieu de toute éternité de nous adopter pour ses fils, mystère préparé par les événements de l’Ancien Testament, accompli par l’Incarnation, la Résurrection et l’Ascension du Christ, réalisé par la création de l’Eglise, qui est un cosmos nouveau, à la Pentecôte. Le christianisme est donc d’abord de l’ordre cosmique, ou plutôt hypercosmique. Il est transcendant à toute nature. Il est le Royaume de Dieu déjà présent en mystère.
Il est remarquable que les deux plus grands génies de l’Antiquité chrétienne, Origène et Augustin, aient été frappés l’un et l’autre de ce que le christianisme est davantage un changement de la réalité qu’un changement de la pensée. Ils estimaient en effet que, sur le plan de la connaissance, un Platon était parvenu à;-connaître une grande partie de la vérité : un Dieu spirituel, qui crée par amour, dont la ressemblance est la fin de l’homme. Mais cet idéal qu’il avait entrevu restait pure spéculation, accessible à quelques sages. De christianisme leur apparaissait au contraire comme étant la communication par Dieu d’une énergie divine, d’une grâce qui opérait efficacement cette divinisation dont la philosophie n’était que la théorie, laissant par là même l’homme plus malheureux.
Mais cette création nouvelle que représente le monde de la grâce et qui est toute la réalité chrétienne a rencontré le monde de la pensée. Et c’est ici que la pensée chrétienne apparaît. Il y a donc une pensée chrétienne, qui est le retentissement de l’existence chrétienne sur cette autre dimension cosmique qu’est la pensée. La pensée chrétienne, c’est donc la pensée en tant qu’elle est modifiée par l’événement chrétien. Il ne s’agit donc pas d’une structure mentale particulière, comme pour la pensée chinoise, arabe ou grecque, mais de conditions objectives nouvelles de réalité qui s’imposeront à toute pensée quelle que soit la mentalité dont elle relève. On ne peut donc pas dire qu’il y a une pensée chrétienne comme une pensée grecque ou une pensée hindoue. Il peut y avoir une pensée grecque chrétienne et une pensée hindoue chrétienne. De christianisme n’est lié à aucune mentalité particulière.
Ce point a été-bien précisé jadis, à propos du débat sur la philosophie chrétienne, par M. Gilson et M. Maritain. Ceux-ci ont bien montré qu’il n’y avait pas une philosophie naturellement chrétienne, mais que la philosophie chrétienne était le fait historique d’une pensée conditionnée objectivement par les données de la Révélation et subjectivement par la vivification de l’intelligence par la grâce de la foi. Da pensée chrétienne n’est aucunement exigence ou prolonge ment de la pensée philosophique. Elle est cette pensée philosophique elle-même redressée, corrigée par cette donnée d’un autre ordre qu’est la réalité chrétienne. Je précise ici que la réalité chrétienne comporte elle-même sa pensée. Le christianisme est Vie et Lumière, Sacrement et Dogme. Notre objet ici n’est pas cette pensée proprement théologique et révélée. Mais c’est de déterminer le retentissement du donné révélé sur la pensée philosophique et religieuse.
Historiquement la rencontre du christianisme et de la pensée a lieu avec les apologistes grecs, et en particulier avec Justin. La rencontre par Justin, philosophe en quête de la vérité et de la sagesse, du vieillard chrétien qui lui révèle l’Evangile, marque une date de l’histoire de la pensée humaine. (Il ne faut pas en effet chercher plus tôt, dans saint Jean ou dans saint Paul, cette rencontre de l’hellénisme et du christianisme. Leur pensée est encore purement biblique, si leur langue est le grec). C’est à partir de ce moment que s’est édifiée, dans le bassin méditerranéen, la pensée chrétienne occidentale, qui de Justin à nos jours représente la seule forme historique de la pensée chrétienne : c’est une pensée chrétienne de structure hellénistique. Ici nous sommes en face d’une donnée historique déterminée, qui se situe dans la suite des pensées et qui s’identifie pratiquement avec l’histoire de l’Europe occidentale des deux derniers millénaires.
Mais cette forme de pensée chrétienne n’est pas la seule possible. La pensée chrétienne ne s’identifie pas à la pensée grecque chrétienne. Elle se définit par les conditions à priori de toute pensée chrétienne ; ce sont ces conditions qui constituent la phiîosophia perennis que nous aurons à définir tout à l’heure. Si la révélation chrétienne est achevée, nous sommes par contre en droit de penser que la pensée chrétienne, elle, ne fait que commencer, qu’elle en est à ses premiers pas. C’est du moins une .hypothèse absolument légitime. Il semble en effet que la réalité chrétienne aura à s’incarner dans les autres mentalités et les philosophies qu’elles suscitent. Et il semble à cet égard que nous soyons à une période cruciale de la pensée chrétienne, celle où, avec l’autonomie culturelle que prennent les pajrs où jusqu’à présent le christianisme entraînait avec lui sa forme hellénistique, nous allons voir apparaître une pensée chrétienne chinoise, hindoue, japonaise, arabe, etc… Le troisième millénaire où nous entrons marquera sans doute dans cet ordre des développements importants.
Nous ne devons pas oublier d’ailleurs que ce problème de l’incarnation de la réalité chrétienne dans des pensées diverses s’est déjà posé, et ceci dès les origines du christianisme. La révélation a d’abord été exprimée dans une mentalité hébraïque, c’est-à-dire sémitique.’ Or nous savons la complexité des problèmes qu’a posés la transcription de ce message dans une forme hellénistique. Il a fallu emprunter des mots qui avaient un sens différent, les charger d’un sens nouveau, mais la transposition n’a jamais été si parfaite que le contenu ancien du mot ne donnât une certaine coloration nouvelle à la donnée biblique. Ainsi la memra, la parole hébraïque est tout autre chose que le logos grec par lequel on l’a transcrit Et le logos chrétien est ainsi une catégorie nouvelle, qui est le donné biblique réfracté dans une réalité culturelle qui lui donne de nouvelles harmoniques. Ainsi la thora juive est-elle toute autre chose que ce qu’évoque en nous le nomos grec, la Loi : c’est le commandement personnel d’un Dieu vivant, non un ordre juridique. Nous découvrons à peine, en revenant à la connaissance de la Bible, combien notre pensée chrétienne occidentale est une révélation hellénisée. Ainsi l’incarnation de la pensée chrétienne se fera-t-elle dans les autres grandes cultures, l’unique message du Christ étant réfracté ainsi dans ces formes diverses, dont chacune manifeste davantage tel de ses aspects.

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