Importanza dell’adorazione e la missione dei laici nella società tecnica (seconda parte)

Jean Daniélou, “La vérité de l’homme”, Études 360 (1961), 9-12 (in italiano e in francese)

È certo che una delle grandi caratteristiche del mondo contemporaneo è che l’espressione della carità non è più solo individuale. Oggi la carità non si esprime più dando qualche franco a un povero in metropolitana o sulla porta di una chiesa. In realtà, la carità si è istituzionalizzata, come sappiamo, e in pratica è a livello della nostra partecipazione alla vita istituzionale che serviamo effettivamente gli altri. Una delle dimensioni della carità è assicurarsi che le persone abbiano una casa. È certo che rispondere a questo problema non significa solo sistemare qualcuno nel suo appartamento, ma piuttosto lavorare per risolvere efficacemente il problema dell’alloggio nel suo ambito, e questo implica questioni non individuali, ma collettive.
La carità si colloca sempre più a questo livello. Tuttavia, per molti cristiani è estremamente difficile fare l’unità tra la loro vita cristiana e queste diverse forme di attività. E prima di tutto vedere come procedono a partire da un’esigenza di cristianità. Se faccio affari, se mi candido alle elezioni, questo deriva davvero dalle esigenze del mio cristianesimo? Sembra piuttosto che lo faccia semplicemente per soddisfare il mio gusto per l’attività o per guadagnare denaro? È una questione seria, perché così rischio di fare due cose completamente diverse nella mia vita. Da un lato, tutta questa vita professionale, tutta questa azione politica, e dall’altro una certa pratica cristiana. Quindi dobbiamo vedere fino a che punto la prima deve procedere in me fondamentalmente, per essere legata al nucleo della mia esistenza, alle esigenze del mio cristianesimo.
Direi che qui si pongono, a mio avviso, tre questioni. La prima è la più chiara. È che la mia partecipazione alla vita terrena è per me espressione di un dovere, cioè è obbedienza a Dio che mi chiede in effetti di servire la comunità. Ricordo di essere stato molto illuminato su questo punto dalla lettura di un filosofo ebreo contemporaneo, A. Neher. In un libro molto bello sulla teologia dell’alleanza, egli mostra che nell’Antico Testamento i profeti sono continuamente coinvolti nella politica. Questa è una delle maggiori differenze tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Nel Nuovo Testamento, Nostro Signore non si occupa affatto di questioni politiche. Nell’Antico Testamento, i Profeti parlano solo di questo. Ma Neher spiega che questo non è dovuto al fatto che, come diceva Renan e come ripeteva Marx, i Profeti erano l’espressione, nelle società antiche, della lotta delle classi oppresse contro le classi possidenti. In realtà, per i Profeti, la lotta politica non era una lotta di classe, cioè la rivolta di una classe oppressa contro una classe oppressore, ma una fedeltà all’Alleanza. Il compito del Profeta è quello di richiamare la legge di Dio sulla società contro tutte le infedeltà che gli uomini vi apportano continuamente. Egli deve quindi lavorare per il regno della giustizia, ma della giustizia nel senso biblico del termine, cioè della Legge di Dio, che implica non solo l’instaurazione di giusti rapporti tra gli uomini, ma anche il riconoscimento dei diritti di Dio. Qui troviamo un nuovo aspetto della dimensione religiosa della città dell’uomo.
In secondo luogo, c’è il problema molto più difficile delle espressioni concrete di questa legge divina. Questo è spesso il problema che si pongono i cristiani che vorrebbero servire a livello sociale o politico, ma che trovano che la Chiesa in questo momento li abbandona stranamente a se stessi, accontentandosi di dare pareri generali, ma non entrando nei dettagli di compiti precisi. A questo si può rispondere, innanzitutto, che ciò che manca di più nel nostro mondo è proprio questo riferimento a una concezione dell’uomo, che la Chiesa fornisce sottolineando costantemente che esiste una natura umana. Esistono quindi leggi dell’amore umano, della società professionale, della società politica, che costituiscono l’ordine secondo Dio, al quale ogni società deve conformarsi per essere valida.
Il valore di questo ordine naturale, tanto ignorato dal pensiero contemporaneo e di cui stiamo sempre più riscoprendo l’importanza, è che è l’espressione del pensiero di Dio sull’uomo. Non possiamo, come molti oggi pensano, fare dell’uomo ciò che vogliamo. L’uomo non è una creazione dell’uomo, come pensano Marx o Sartre; non dobbiamo inventare un tipo di umanità; ci viene data e dobbiamo aiutarla a realizzarsi.
Detto questo, resta il compito, proprio dei laici, di applicare questa visione divina dell’uomo e del suo destino a particolari situazioni concrete. È qui che entra in gioco quello spirito d’invenzione di cui parlava Jean Lacroix o, per usare una parola attuale, quella che Gaston Berger chiamava lungimiranza, che consiste nell’adattare continuamente la condizione dell’uomo al progresso della tecnologia. Questo è il grande problema contemporaneo. Perché la tecnologia fa progredire, ma è indispensabile adattare i problemi umani a questo progresso, altrimenti la tecnologia finisce per schiacciare l’uomo. Si pone allora l’ammirevole compito di rendere questa creazione della società conforme alle leggi di Dio.
C’è un altro aspetto della presenza dei cristiani nei compiti temporali. Finora abbiamo parlato soprattutto della natura umana in generale, di cui peraltro il rapporto con Dio è costitutivo. Ma è chiaro che nel cristianesimo c’è di più. In Cristo ci viene rivelata la sostanza ultima del nostro destino, e non si tratta semplicemente di un destino terreno. Il Verbo di Dio stesso è venuto a prendere in mano la nostra fragile umanità, per sollevarla al Padre e immergerla nell’abisso della sua vita. Pascal diceva: Noi conosciamo noi stessi solo attraverso Gesù Cristo. Ed è vero che solo in Gesù Cristo ci viene rivelato pienamente il mistero stesso che siamo noi stessi.
C’è dunque qualcosa di più che non è semplicemente dell’ordine delle leggi naturali. Il compito del cristiano, in relazione alle realtà terrene, è quello di consacrarle, cioè di dare loro quell’ambiente di grazia all’interno del quale soltanto possono sbocciare pienamente, essendo guarite nelle loro ferite e fiorenti nelle loro virtù. Questo avviene attraverso i sacramenti. Ma è proprio il ruolo del laico nella Chiesa ad essere colui che, in un certo senso, trasferisce nelle realtà terrene ciò che è stato ricevuto attraverso la grazia di Cristo. La funzione del sacerdote è quella di trasmettere questa grazia. E la funzione dei laici è quella di farla penetrare in tutte le realtà umane. Questo inizia con il sacramento del matrimonio. È nel clima della grazia del matrimonio che l’amore umano, l’amore dell’uomo e della donna, l’amore dei figli, ha realizzato in sé le sue supreme delicatezze e le sue più grandi profondità.
Questo vale anche per altri ambiti. È nella grazia cristiana che l’intelligenza umana ha raggiunto le sue vette più alte. Più si studia la filosofia dell’India, quella dell’antica Grecia, il pensiero dell’Islam, più ci si convince che, se è solo nel nostro Occidente che si sono raggiunte certe verità, è, come pensa Gilson, perché la ragione umana vi è stata aiutata dalla grazia della rivelazione di Cristo, dall’esterno, e dalle energie vivificanti della fede, dall’interno. Non dobbiamo esserne orgogliosi, perché non è dovuto alla qualità della mente occidentale, ma al fatto che solo in Occidente l’intelletto è stato a lungo immerso nel clima della grazia. E nella misura in cui la grazia si ritira dalla mente occidentale, essa ricade nella confusione della mente. Una delle meraviglie della grazia di Cristo è che essa porta alla perfezione le realtà umane stesse, nel loro giusto ordine, indipendentemente da ciò che vi aggiunge, portandole a superarsi.

Testo originale in francese

II est certain qu’un des grands traits du monde contemporain est que l’expression de la charité n’est plus seulement individuelle. On ne peut plus s’acquitter aujourd’hui de la charité en donnant quelques francs à un pauvre dans le métro ou à la porte d’une église. En réalité, la charité s’est institutionnalisée, nous le savons, et pratiquement c’est au niveau de notre participation à la vie institutionnelle que nous servons efficacement les autres. Une des dimensions de la charité c’est de faire que les hommes aient leur maison. Or il est certain que répondre à ce problème, ce n’est pas loger en passant quelqu’un dans son appartement, c’est tâcher de travailler à résoudre efficacement dans sa sphère le problème qui est celui du logement et ceci engage des questions qui ne sont pas d’ordre individuel, mais collectif.
La charité se situe de plus en plus à ce niveau. Or il est extrêmement difficile à beaucoup de chrétiens de faire l’unité entre leur vie chrétienne et ces différentes formes d’activités. Et d’abord de voir comment elles procèdent d’une exigence du christianisme. Si je fais des affaires, si je me présente à telle élection, ceci procède-t-il vraiment des exigences de mon christianisme? Il semble plutôt que je le fais simplement pour la satisfaction de mon goût d’activité ou bien pour gagner de l’argent? La chose est sérieuse, car alors je risque de faire dans ma vie deux parts absolument différentes. D’une part, toute cette vie professionnelle, toute cette action politique, et d’autre part, une certaine pratique chrétienne. Il faut donc voir en quelle mesure les premières doivent procéder chez moi foncièrement, pour être rattachées au fond de mon existence, de l’exigence de mon christianisme.
Je dirais qu’ici il y a trois questions, à mon avis, qui se posent. La première est la plus nette. C’est que ma participation à la vie terrestre est pour moi l’expression d’un devoir, je veux dire que c’est l’obéissance à Dieu qui me demande en effet de servir la collectivité. Je me souviens d’avoir été très éclairé sur ce point par la lecture d’un philosophe juif contemporain, A. Neher. Dans un très heau livre sur la théologie de l’Alliance, il montre que, dans l’Ancien Testament, les Prophètes se mêlent continuellement de politique. C’est une des plus grandes différences entre l’Ancien et le Nouveau Testament. Dans le Nouveau Testament, Notre-Seigneur ne se mêle absolument pas de problèmes politiques. Dans l’Ancien Testament, les Prophètes ne parlent que de cela. Mais Neher explique que ceci ne vient pas de ce que, comme l’avait dit Renan et comme l’a redit Marx, les Prophètes aient été l’expression dans les sociétés anciennes de la lutte des classes opprimées contre les classes possédantes.
En réalité, chez les Prophètes, le combat politique ne relevait pas de la lutte des classes, c’est-à-dire de la révolte d’une classe opprimée contre une classe oppressante, mais de la fidélité à l’Alliance. Le devoir du Prophète est de rappeler la loi de Dieu sur la société contre toutes les infidélités que perpétuellement les hommes y apportent. Il est donc de travailler à faire régner la justice, mais la justice au sens biblique du mot, c’est-à-dire la Loi de Dieu, qui implique non seulement l’établissement des rapports justes entre les hommes, mais aussi la reconnaissance des droits de Dieu. Nous retrouvons ici sous un nouvel aspect la dimension religieuse de la cité de l’homme.
Il y a en second lieu le problème, et il est beaucoup plus difficile, des expressions concrètes de cette loi divine. C’est souvent le problème que se posent en effet des chrétiens, qui voudraient bien servir sur le plan social ou politique, mais qui trouvent que l’Eglise à ce moment les laisse étrangement à eux-mêmes, en se contentant de donner des vues générales, mais en n’entrant pas dans le détail de tâches précises. A cela on peut répondre d’abord que ce qui manque le plus à notre monde est précisément cette référence à une conception de l’homme, qui est ce que l’Eglise apporte en ne cessant de souligner qu’il existe une nature humaine. Il y a ainsi des lois de l’amour humain, de la société professionnelle, de la société politique qui constituent l’ordre selon Dieu, auquel doit se conform er toute société pour être valable.
Ce qui fait la valeur de cet ordre naturel, tellement méconnu par la pensée contemporaine et dont nous redécouvrons de plus en plus l’importance, c’est qu’il est l’expression de la pensée de Dieu sur l’homme. Nous ne pouvons pas, comme le pensent tant d’hommes d’aujourd’hui, faire de l’homme ce que nous voulons. L’homme n’est pas la création de l’homme, comme le pensent Marx ou Sartre; nous n’avons pas à inventer un type d’humanité; celui-ci nous est donné et nous avons à l’aider à s’accomplir.
Ceci dit, il reste la tâche, qui est précisément celle des laïcs, d’appliquer cette vision divine de l’homme et de sa destinée aux situations concrètes particulières. C’est là où intervient cet esprit d’invention, dont parlait un jour Jean Lacroix, ou, pour employer un mot actuel, ce que Gaston Berger appelait la prospective, qui consiste à adapter perpétuellement la condition de l’homme au progrès de la technique. Ceci est le grand problème contemporain. Car la technique fait des progrès, mais il est indispensable d’adapter les problèmes humains à ces progrès, sans quoi la technique finit par écraser l’homme. Alors apparaissent les tâches admirables qui sont de faire que cette création de la société soit conforme aux lois de Dieu.
Il y a un autre aspect de la présence des chrétiens dans les tâches temporelles. Jusqu’à présent, nous avons parlé surtout de la nature humaine en général, dont d’ailleurs la relation à Dieu est constitutive. Mais il est clair que dans le christianisme il y a plus. Dans le Christ nous est révélé le fond dernier de notre destinée, qui n’est pas simplement une destinée terrestre. Le Verbe de Dieu lui-même est venu saisir nos fragiles humanités pour les soulever jusqu’au Père et les plonger jusque dans les abîmes de la vie qui est la sienne. Pascal disait : Nous ne nous connaissons nous-mêmes que par Jésus-Christ. Et il est vrai que c’est seulement en Jésus-Christ que se dévoile pleinement à nous le mystère même que nous sommes nous-mêmes.
Il y a donc, ici, quelque chose de plus qui n’est pas simplement de l’ordre des lois naturelles. La tâche du chrétien, par rapport aux réalités terrestres, c’est de les consacrer, c’est-à-dire de leur donner ce milieu de grâce à l’intérieur de quoi seul elles peuvent s’épanouir pleinement, en étant guéries dans leurs blessures et épanouies dans leurs vertus. Ceci se fait par les sacrements. Mais le propre du laïc dans l’Eglise, est d’être précisément celui qui dérive en quelque sorte vers les réalités terrestres ce qui est reçu par la grâce du Christ. La fonction du prêtre est de transmettre cette grâce. Et la fonction du laïc est de la faire pénétrer dans toutes les réalités de l’homme. Ceci commence avec le sacrement de mariage. C’est dans le climat de la grâce du mariage que l’amour humain, l’amour de l’homme et de la femme, l’amour des enfants, a réalisé dans sa propre ligne ses suprêmes délicatesses et ses plus grandes profondeurs.
Ceci est vrai d’autres domaines. C’est dans la grâce chrétienne que l’intelligence humaine a atteint ses plus hauts sommets. Plus on étudie la philosophie de l’Inde, celle de la Grèce antique, la pensée de l’Islam, plus on est persuadé que, si c’est dans notre Occident seul que certaines vérités ont été atteintes, c’est, comme le pense Gilson, parce que la raison humaine y a été aidée par la grâce de la révélation du Christ, du dehors, et par les énergies vivifiantes de la foi, du dedans. Nous n’avons pas à en tirer orgueil, car ceci n’est pas dû à la qualité de l’esprit occidental, mais au fait que c’est jusqu’à présent seulement en Occident que l’intelligence a longtemps baigné dans le climat de la grâce. Et dans la mesure où la grâce se retire de l’intelligence de l’Occident, celle-ci retombe dans la confusion de l’esprit. C’est une des merveilles de la grâce du Christ, qu’elle amène les réalités humaines elles-mêmes, dans leur ordre propre, à leur perfection, indépendamment de ce qu’elle leur ajoute, en les amenant à se dépasser elles-mêmes.

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