Di Jean Daniélou, sj
Bulletin saint Jean Baptiste, Liminaire di Jean Daniélou, 20 maggio 1965
Quando consideriamo la situazione spirituale dell’umanità di oggi, all’inizio il nostro cuore è preso dall’angoscia. La civiltà materiale che si sta costruendo assorbe in qualche modo la nostra attenzione e le nostre energie. E sembra che queste emergenze immediate mettano in secondo piano ciò che appartiene alla vocazione ultima, la vocazione divina dell’intero genere umano. Ma al di là di questa angoscia – e senza minimizzare nulla – sta emergendo allo stesso tempo una speranza, di cui il Concilio è la voce. Alla base di questi cambiamenti c’è un’oscura ricerca della completa realizzazione dell’uomo. Questa realizzazione non può essere raggiunta a livello di una civiltà puramente materiale, o addirittura di una società umana fraterna. È in definitiva la ricerca di Dio il cuore della crisi attuale del mondo.
È qui che la missione della Chiesa appare al tempo stesso essenziale e difficile. Spetta a lei rendere presente in mezzo alla civiltà tecnica la dimensione della trascendenza senza la quale non c’è umanesimo possibile. Non spetta solo a lei. Tutti gli uomini religiosi, di tutte le confessioni e di tutte le religioni, cioè in definitiva quasi tutti gli uomini, sono interessati a questo. Ma è la Chiesa che è come il cuore misterioso dell’umanità religiosa. È lì che la vita dello Spirito sgorga nella sua massima intensità. È lì che passa l’asse stesso della storia santa. Ciò significa che la Chiesa è eminentemente responsabile di questa presenza del trascendente. Ciò significa, prima di tutto, che deve essere completamente fedele alla trascendenza, cioè che deve essere pura da ogni concessione a pseudo-umanismi, che limitano il compimento dell’uomo al solo livello dell’uomo. È con questa intransigenza che la Chiesa risponde ai desideri più profondi degli uomini, che si aspettano da lei ciò che gli uomini non possono dare, cioè la sacralità. È per questo che, nel momento in cui certi prelati, per un falso concetto di adattamento, sarebbero portati a dissacrare il sacerdozio e il culto, sono i laici a richiamarli all’ordine. E laici che si chiamano Francois Mauriac e Georges Suffert, così come Michel de Saint Pierre e Jean Madiran. In altre parole, non si tratta più di riflessi politici, ma della reazione vitale del popolo cristiano, che per primo si aspetta i sacramenti dal sacerdozio.
Ma la Chiesa deve rendere presente questa trascendenza. Perché il cristianesimo non è solo trascendenza, ma presenza della trascendenza, cioè incarnazione della trascendenza, presenza del mistero come mistero, ma anche come presenza. Ora questa è presenza all’uomo del presente, e non solo presenza acquisita una volta per tutte. È acquisita una volta per tutte grazie all’incarnazione del Verbo, ma è l’attuazione di questa presenza in tutto lo spazio e in tutto il tempo. Ed è in particolare l’attuazione di questa presenza nel nostro tempo, cioè proprio nel cuore di questa cosiddetta civiltà tecnica, non perché la tecnologia sia la sua unica dimensione, ma perché ne rappresenta un aspetto caratteristico. È qui che la Chiesa ha ragione di preoccuparsi durante il Concilio, di tutto ciò che ostacola il messaggio che deve portare all’umanità di oggi – e che l’umanità di oggi sta aspettando – di essere ascoltata dal quest’umanità. Perciò la fedeltà alla trascendenza deve essere accompagnata dall’audacia dell’adattamento. Resta vero però che si può essere audaci solo nella misura in cui si è forti.
…La Chiesa è libera “rispetto a tutto” perché inchiodata alla croce di Gesù.